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È tempo di una nuova Rerum Novarum

Di Fernando Ciarrocchi

È tempo di una nuova Rerum Novarum.
L’incipit, a nostro modesto avviso, di questo nostro ragionamento potrebbe essere a ragion veduta “pur cambiando l’ordine degli addendi il prodotto non cambia”, una delle regole dell’aritmetica che ci hanno insegnato sui banchi della scuola elementare.
Tutto questo per dire che i secoli, le ere, si susseguono l’una dopo l’altra, pur con forme diverse, ma la sostanza, tutto sommato, non cambia.
Sua Santità Papa Leone XIV, avendo scelto questo nome, ha dato un segnale inequivocabile a tutto il mondo.
Nella storia millenaria della Chiesa la scelta di un nome non è solo una scelta personale, ma una comunicazione programmatica, l’imprimatur del proprio magistero petrino. Questo è avvenuto anche con l’elezione al soglio pontificio di Robert Francis Prevost, che ha scelto il nome di Leone XIV. Non è casuale, e mai lo è stato nella storia della Chiesa: i nomi papali portano con sé eredità precise, richiamano modelli, scuole di pensiero, stagioni della Chiesa e del mondo. Per Leone XIV, il riferimento è diretto: Leone XIII, all’anagrafe Vincenzo Gioacchino Pecci, estensore nel 1891 della celeberrima enciclica Rerum Novarum, promulgata il 15 maggio 1891, 135 anni fa.
L’enciclica sociale per eccellenza, che sancì il cambio di passo della Chiesa, la quale decise di essere vicina agli operai, di essere contro lo sfruttamento dei lavoratori. Oggi, infatti, come allora, il lavoro, nobile strumento dell’uomo per garantirsi una vita dignitosa e decorosa, rischia di diventare merce di scambio. Con la Rerum Novarum nasce la Dottrina sociale della Chiesa che rappresenta, anche nei tempi contemporanei contrassegnati dalla tempesta dell’intelligenza artificiale e del precariato globale, la bussola insostituibile a tutela della dignità della persona e del lavoratore.
Correva l’anno 1870. L’Unità d’Italia era stata da poco conclusa, il papato aveva perso il potere temporale. Papa Pio IX, dopo la breccia di Porta Pia, si era ritirato entro le mura leonine. Contestualmente, sul fronte socio-economico, si compiva la Seconda rivoluzione industriale: nascono le grandi acciaierie, il telegrafo, i trasporti, l’elettricità che si diffonde nei grandi centri urbani. Non a caso le città si popolano in un batter d’occhio e le campagne registrano uno spopolamento storico.
Le fabbriche brulicano di operai costretti a lavorare in condizioni disumane, percependo salari da fame che, per le donne, venivano ulteriormente dimezzati. I bambini, anche loro forza lavoro, invece di avere la possibilità di un’istruzione e di una crescita come si conviene a tutti i bambini del mondo.
Queste sono “le Cose Nuove” che costituiscono il contesto sociale in cui si trova ad operare il pontificato di Papa Leone XIII, che succede a Pio IX. Per quegli anni davvero moderno, ma non è un termine positivo. È un’epoca contraddistinta da profonde ingiustizie sociali, in cui il divario tra classi sociali si acuisce sempre più, favorendo il diffondersi di ideologie come l’anarchia, il marxismo, il socialismo, con crescenti folle di proseliti, mettendo all’angolo l’azione pastorale e sociale della Chiesa.
La Chiesa, però, prende contezza di tutto ciò e con la Rerum Novarum diventa un soggetto agente nell’era della modernità: affronta il problema della dignità del lavoro in termini nuovi, chiari, coraggiosi. Leone XIII denuncia lo sfruttamento, rivendica il diritto a un giusto salario, riconosce la legittimità delle associazioni operaie. Afferma un principio cardine: il lavoratore non è una merce di scambio.

Leone XIII apre una terza via tra il socialismo rivoluzionario e il liberismo sfrenato, fondata sulla Dottrina sociale della Chiesa. Ogni uomo ha una dignità. È un principio che antepone il bene comune al profitto individuale, la solidarietà alla lotta di classe, e lo fa proteggendo anche la proprietà privata, frutto del lavoro onesto e dignitoso.

Nel XXI secolo, Papa Prevost-Leone XIV ha in Leone XIII una stella polare. Consapevoli che anche oggi siamo nel vortice di una rivoluzione che non è più quella industriale, ma altrettanto dirompente: dobbiamo convivere, piaccia o non piaccia, con la rivoluzione digitale, l’automazione, l’intelligenza artificiale, che è di portata mondiale. Sta avvenendo sopra le nostre teste e, comunque, ne restiamo coinvolti, o meglio, ci coinvolgono. Come nel 1894, ovviamente con i dovuti e opportuni distinguo del caso, constatiamo nuove forme di sfruttamento: i rider, i lavoratori dei magazzini automatizzati, i precari invisibili, spesso privi di tutele e diritti. Muta la terminologia, ma non la sostanza: la persona viene considerata come una funzione, una risorsa da attivare o licenziare a seconda delle esigenze del mercato. È davvero squallido tutto questo: un’involuzione umana e sociale nell’evoluzione tecnologica di cui tutti si riempiono la bocca, quasi a sembrare che abbiamo conquistato l’inconquistabile.
A tutto questo vanno aggiunte ulteriori sfide di non poco conto: la cybersicurezza, le mega banche dati che controllano, a nostra insaputa, l’economia mondiale, determinandone i destini e orientandone i flussi economici. Tutto si compie in modo invisibile, ma comunque si compie.
Una nuova Rerum Novarum che tenga conto di queste cose nuove del XXI secolo è urgente, non più procrastinabile.
Sua Santità Papa Leone XIV passerà alla storia come il Papa Leone XIII del terzo millennio se interverrà con un’enciclica ad hoc su emergenze sociali e umane come queste, proprio perché attengono alla sfera della Persona creata a immagine e somiglianza di Dio.
La persona non può essere spiata, usata nella sua interezza a sua insaputa per nefasti fini economici o incomprensibili e violenti fini egemonici: non dimentichiamo che con le banche dati si fanno le guerre e oggi si fondano su questi presupposti prima ancora che sulla potenza bellica.

Ecco dunque il senso profondo della scelta di Leone XIV: un nome, sì, ma anche un ritorno consapevole alla storia per trarne il coraggio e la visione necessari per affrontare il presente, alla luce delle nuove sfide, in primis quella posta dall’Intelligenza artificiale, come ha ben spiegato Sua Santità Papa Leone XIV, e di quel capitalismo selvaggio che licenzia con una mail o con un tweet sulla base di un anonimo algoritmo.