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Ascoli, individuato il presunto autore delle scritte violente: il linciaggio social è giustizia?

ASCOLI PICENO – È stato colto sul fatto il presunto autore delle scritte diffamatorie sui muri delle scuole che da Settembre 2025 prendeva di mira una studentessa ascolana di 17 anni. È un sedicenne insospettabile che conosce la vittima, incensurato, che ora è iscritto nel registro degli indagati con l’ipotesi di atti persecutori aggravati.

La notizia, giunta alla stampa attraverso una nota del Procuratore della Repubblica del Tribunale di Ascoli Piceno Umberto Monti, ha fatto molto scalpore e, come purtroppo avviene spesso negli ultimi anni, ha tirato fuori il peggio dagli odiatori seriali che infestano i social network. Numerosi utenti hanno infatti commentato i vari articoli, augurando il peggio al sedicenne e giudicando non solo lui, ma anche i suoi genitori, con espressioni offensive, sferzanti e irrispettose. Tutte voci giudicanti e criticanti, colme di odio, cattiveria e desiderio di vendetta. Parole sprezzanti di chi ha già fatto un processo ed emesso sentenze. 

Tutte tranne una. Quella delle Istituzioni. Fuori dal coro delle voci che ho ascoltato, infatti, c’è quella del Questore di Ascoli Piceno Aldo Fusco, il quale, dopo aver sottolineato la proficua collaborazione tra la Polizia di Stato e l’Arma dei Carabinieri, ha fatto un appello ad essere prudenti nei giudizi e ci ha ricordato che uno Stato di diritto, come è l’Italia, deve difendere tutti e tutelare la convivenza civile e il bene comune. E nel bene comune rientra anche il recupero di chi ha sbagliato, a cui deve essere data la possibilità di comprendere il proprio errore, fare un percorso di crescita e tornare nella società per vivere una vita dignitosa.

Ha detto il dott. Fusco: “In questo momento da un lato abbiamo una famiglia che ha sofferto per mesi per la propria figlia, ma anche dall’altro lato abbiamo una famiglia che sta soffrendo per il proprio figlio. Stiamo parlando di un ragazzino, un minore di 16 anni che, attraverso tutti gli strumenti della Giustizia minorile, deve essere recuperato. Vorrei che questo fosse chiaro. Non possiamo andare oltre quelle che sono le regole certe di ingaggio: il ragazzo ha sicuramente sbagliato e sicuramente per questo ci saranno delle conseguenze; ma è anche vero che è un ragazzo di 16 anni, che ha davanti a sé una vita intera e che deve avere la possibilità di recuperare“.

Parole potenti che ci ricordano un fatto importante: la rieducazione è l’anima di ogni sanzione o pena nel sistema giudiziario e penitenziario italiano, un obiettivo ambizioso che trasforma la pena da strumento punitivo a catalizzatore di cambiamento, puntando a restituire alla società individui reintegrati e responsabili. Fare il bene comune significa anche far sì che tutti, all’interno di una comunità, siano persone assennate, in pace con se stesse e rivolte al bene.

Per noi cristiani la rieducazione è anche molto di più. La storia di Caino e Abele ci insegna come, anche da un male gravissimo, possa nascere una nuova forma di esistenza umana e come la misericordia di Dio possa condurre alla redenzione. Per noi cristiani, allora, la rieducazione è frutto della misericordia e della speranza. Come spesso ci ha ricordato papa Francesco, infatti, la parola “misericordia” unisce “miseria” e “cuore“, ovvero è un amore che abbraccia la miseria altrui e che non ci conduce a giudicare chi ha sbagliato, bensì ci fa sentire il bisogno dell’altro come se fosse il nostro e si trasforma in una forza che risuscita e infonde speranza.

Le parole che ho letto, riferite a questo giovane sedicenne ascolano e ai suoi familiari, non sono né più ne meno di quelle che ho letto in merito alle vittime della strage avvenuta a Crans-Montana la scorsa settimana. E, da madre, non posso non farmi delle domande, che rivolgo anche a tutti i lettori che sono genitori.

E se fosse successo ad uno dei nostri figli?

E se avessimo scoperto all’improvviso una cosa del genere?

Cosa avremmo fatto?

Come avremmo reagito nel leggere certi commenti inappellabili?

Possiamo affermare con sicurezza che a noi una cosa del genere non sarebbe mai capitata e mai capiterà?

E se davvero fosse capitato a noi, avremmo voluto leggere commenti così severi e definitivi?

Ciascuno risponda a queste domande nel segreto del proprio cuore.

Io intanto una risposta me la sono data. Le parole che usiamo non sono accessorie o secondarie, bensì danno forma a pensieri e stati d’animo, possono incoraggiare o ferire. Ogni volta che stiamo per dire o scrivere qualcosa, quindi, dobbiamo chiederci se le nostre parole saranno un sostegno o una condanna. In questo secondo caso, possiamo scegliere se scagliarle come pietre contro le persone a cui sono destinate o se trattenerle, nella consapevolezza che potrebbero fare del male. Le parole possono essere armi di distruzione o strumenti di pace. Se non rientrano nella seconda categorie, meglio tacere.