DIOCESI – Marchigiano, originario di Osimo, dopo gli studi liceali, frequenta il Seminario Maggiore di Fano e nel 1983, a soli 25 anni, viene ordinato presbitero. Laureato in Teologia presso la Pontificia Università Lateranense, già nominato Cappellano di Sua Santità nel 2002 da Papa Giovanni Paolo II, nel 2007 viene nominato da Papa Benedetto XVI vescovo della Diocesi di Macerata – Tolentino – Recanati – Cingoli – Treia. Già Assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore dal 2013, da Febbraio 2023 viene nominato da papa Francesco Assistente Ecclesiastico Generale anche dell’Azione Cattolica Italiana. Presso la Conferenza Episcopale Italiana è stato Presidente della Commissione Episcopale per la Cultura e le Comunicazioni Sociali nel 2008 e dal 2021 è Presidente della Commissione Episcopale per l’Educazione Cattolica, la Scuola e l’Università. Membro anche della Presidenza del Comitato Nazionale del Cammino Sinodale, incontriamo oggi Mons. Claudio Giuliodori.
Il desiderio di Papa Francesco di una Chiesa più sinodale e missionaria è ancora un sogno o si sta trasformando in realtà? Come Membro della Presidenza del Comitato Nazionale del Cammino Sinodale, può dirci a che punto siamo?
Sui frutti che questo cammino porterà, ovviamente nessuno di noi può fare una valutazione, ma è certo che sia stata intrapresa un’esperienza di autentica sinodalità che ha registrato un livello di partecipazione e condivisione ecclesiale mai sperimentato prima d’oggi. Il processo sinodale, infatti, sia a livello di Chiesa Universale sia a livello di cammino della Chiesa Secolare che è avvenuto in Italia, ha fatto rilevare, nella sua prima fase, una straordinaria partecipazione di persone, con una modalità di ascolto e condivisione senza precedenti. E non solo al suo interno, ma anche con una certa apertura degli orizzonti, coinvolgendo il mondo del lavoro, della scuola e della politica e sviluppando così un ascolto attento dei processi sociali e della principali problematiche del nostro tempo. In questa seconda fase, quella sapienziale che stiamo vivendo, ci troviamo a fare sintesi e a dover individuare alcuni snodi importanti. La tappa del discernimento sapienziale impone quindi a tutte le realtà ecclesiali, soprattutto a livello diocesano, di lavorare sui cinque temi individuati e di giungere a proporre possibili percorsi ulteriori di trasformazione, di cambiamento. Nell’orizzonte del Concilio Vaticano II, il cammino sinodale ci offre la possibilità di rendere più autentica la vita ecclesiale, più efficace l’azione missionaria, più aperto il dialogo con il mondo. Io sono certo che produrrà dei buoni frutti.
Una delle cinque costellazioni tematiche individuate per il percorso di discernimento intrapreso in questo secondo anno di Cammino Sinodale 2023/2024, è la corresponsabilità. Come passare da un ideale di corresponsabilità ad un’esperienza di vera sinodalità?
Penso che il rapporto tra tutte le componenti ecclesiali, secondo i doni, i ministeri e i servizi di cui ciascuno è responsabile, potranno trovare nuove forme di dialogo e di confronto. Laici, religiosi, religiose e sacerdoti potranno certamente sviluppare delle nuove modalità di collaborazione. Gli organismi di partecipazione – Consigli Pastorali, Consigli Presbiterali, Consigli per gli Affari Economici, Commissioni dei vari ambiti, Consulte del Laicato – tutte queste strutture dovranno fare un salto di qualità e diventare luoghi di confronto, ma anche di orientamento per le decisioni. Non dico che siano organi decisionali, perché questo non esprimerebbe appieno la comunione gerarchica della Chiesa; però certamente dobbiamo uscire da impasse dove la struttura gerarchica a volte diventa un po’ vincolante e pesante per le realtà ecclesiali. Ci auguriamo che il sinodo della Chiesa Universale produca dei cambiamenti anche a livello di Codici di Diritto Canonico, così da poter consentire alcuni meccanismi decisionali un po’ più legati alla comunione ecclesiale.
Del resto la storia ci impone un rinnovamento, un cambiamento. Noi veniamo da un’esperienza in cui l’abbondanza di vocazioni sacerdotali e la struttura formativa dei seminari consentiva di garantire una presenza di sacerdoti per l’animazione delle comunità parrocchiali molto ben strutturata ed in grado di coprire bene il territorio. Questa modalità, a causa della crisi delle vocazioni, ma anche di altri fenomeni, come la mobilità umana, non è più adatta. Del resto la parrocchia esprime un presidio ecclesiale per comunità statiche, che nascono, crescono e muoiono nello stesso luogo. Così non è più! Dunque anche la vita della comunità ecclesiale deve essere un po’ più dinamica e i laici dovranno prendere delle responsabilità nella gestione delle comunità e dei luoghi di esperienza di fede, che non sono più solo le parrocchie. Non avremo più solo sacerdoti da impegnare nei cambiamenti della progettualità di evangelizzazione missionaria, quindi saremo spinti verso una maturazione teologica e pastorale, anche per istanze concrete di mancanza di risorse per gestire le parrocchie. E se le parrocchie fossero gestite dai laici e i sacerdoti svolgessero solo la funzione di animazione sacramentale? Magari secondo dei nuovi modelli a cui ci stiamo avvicinando con le unità pastorali, ma dove ancora non abbiamo raggiunto quel livello di corresponsabilità che sarebbe necessario.
Lei è Presidente della Commissione Episcopale per l’Educazione Cattolica. Che posto occupa oggi l’Educazione Cattolica nel mondo e quale contributo può dare alla società?
L’educazione è un termine onnicomprensivo. Non c’è esperienza di fede che non si declini in educazione, perché la fede è un dono, una grazia, è un seme che viene posto nel cuore delle persone grazie all’incontro con Cristo; ma poi questo incontro – come Gesù stesso ha fatto con gli Apostoli e come la Chiesa è chiamata a fare – è un processo di educazione, di maturazione. Quindi la Chiesa non potrà mai smettere di educare, anzi educare è la forma propria del prendersi cura, quindi di farsi carico anche del prossimo, soprattutto nel passaggio dell’educazione tra generazioni. Oggi l’educazione ha mille risvolti, in quanto non è solo l’espressione fondamentale della famiglia, che fa sempre più fatica ad educare. Essa è l’espressione anche delle scuole e delle scuole cattoliche, che sono un presidio educativo fondamentale. L’alleanza tra la famiglia e la scuola è importantissima per sostenere una educazione integrale, che metta al centro della vita il ragazzo o la ragazza, il pieno sviluppo della loro persona. Abbiamo poi processi educativi che segnano anche l’azione pastorale: penso agli Oratori, alle Aggregazioni Laicali, all’Azione Cattolica, agli Scout, che hanno come carisma, come missione specifica proprio l’educazione. Abbiamo infine anche un compito di educazione alla cultura, alla bellezza, alla politica. Il compito fondamentale della Chiesa dunque è quello di tirar fuori il meglio alla luce del Vangelo e non c’è aspetto del vivere ecclesiale, della sua missione, che non trovi nell’educazione la sua espressione qualificante. Per tale ragione credo che oggi la Chiesa abbia molto da dire, perché la società fatica ad entrare (in questo processo educativo), ma ne sente fortemente il bisogno. Allora rilanciando, aggiornando e rendendo sempre più dinamica l’azione educativa, credo che la Chiesa dia un contributo importante per il proprio sviluppo, ma anche per la crescita della società.
Lei è stato anche Presidente della Commissione Episcopale per la Cultura e le Comunicazioni Sociali. Qual è la sfida della comunicazione oggi? Quale l’impegno a cui un giornalista è chiamato per onorare al meglio la professione?
La comunicazione ha cambiato pelle per tante ragioni e siamo in una fase di rivoluzione copernicana. Come un tempo si credeva che la Terra fosse al centro del Sistema Solare, così la comunicazione vedeva l’emittente al centro. Oggi la persona gira attorno a satelliti comunicativi infiniti, quindi passa da un’orbita all’altra, spesso senza avere la capacità di operare un discernimento. Quindi qual è il compito di chi opera nella comunicazione, dal punto di vista della missione della Chiesa? Credo che il suo compito sia quello di non separare mai la comunicazione mediatica dal soggetto e dall’utente della comunicazione, ossia quello di creare le condizioni affinché sia una relazione umana, non che separa, divide, che è aggressiva, ma che alimenti la comunione, perché la comunicazione è relazione. Se la comunicazione diventa strumento conflittuale, non va bene. Oggi i social, in questo tentativo di possedere i processi relazionali, diventano invasivi e violenti nel loro proporsi ed imporsi. C’è una comunicazione molto alterata, per non dire drogata, da processi che, anziché dare origine ad una circolarità virtuosa, producono una conflittualità che divide e frammenta. Credo che l’impegno principale del giornalista oggi sia quello di generare una cultura comunicativa, di avere il coraggio di non lasciarci attrarre dentro quella gabbia che assomiglia molto ad un rodeo e non ad un luogo in cui la conoscenza e la relazione arricchiscono tutti e soprattutto di conservare la comunicazione a servizio dell’uomo e della comunità. Questo dipende dallo stile con cui si comunica, dalle infrastrutture relazionali che accompagnano e sostengono la comunicazione, ma anche dalla legislazione e dall’organizzazione dei processi mediatici che sono chiamati a conservare l’attività comunicativa dentro l’orizzonte del bene comune, non come appannaggio di interessi, poteri o manipolazioni del reale. Oggi corriamo molti rischi, ma, come sempre, dove l’uomo si esprime con la sua dignità, la sua intelligenza, la sua sapienza e soprattutto il suo cuore, c’è la possibilità di sanare e di riorientare anche un ambiente così difficile e complesso, come quello della comunicazione. I giornali diocesani hanno una caratteristica che, in parte, li salvaguarda da questo processo, perché sono radicati al territorio e tutto ciò che è radicato al bene delle persone e del territorio, ha già di per sé una finalità positiva. Ci auguriamo che le infrastrutture territoriali, ma anche nazionali, consentano un processo virtuoso di crescita della comunicazione.
