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Francesco Occhetta: “Verso dove sta andando la nostra Italia?”

Di Francesco Occhetta

Abbiamo bisogno di leader che, a livello internazionale, permettano ai popoli di comprendersi e dialogare, e generino un nuovo “spirito di Helsinki”, la volontà di rafforzare il multilateralismo, di costruire un mondo più stabile e pacifico. […] E per fare questo occorre comprensione, pazienza e dialogo con tutti». Le parole di Francesco pronunciate in Kazakistan illuminano il quadro politico determinatosi dopo le elezioni del 25 settembre. Il 2021 si è chiuso con un dato che desta preoccupazione: il 70% della popolazione del pianeta vive sotto regimi autoritari. Secondo l’Istituto V-dem di Gothenburg in Svezia, le democrazie liberali sono passate da 41 Paesi nel 2020 a 32 nel 2021 e rappresentano solamente il 14% della popolazione mondiale.

Contro i regimi il pontificato di Francesco invita i corpi intermedi a cambiare il modello di sviluppo e ricostruire amicizia sociale tra i popoli per arginare la solitudine sociale generata dal Covid, la paura della guerra e l’incertezza dovuta al cambiamento climatico. Verso dove sta andando l’Italia? Parlarne potrebbe sembrare demodé. Per la Costituzione italiana la salute della società conta di più di quella delle istituzioni; nella prima si custodisce il corpo vivo del Paese, nelle seconde la qualità del suo vestito.

Al Paese mancano riforme costituzionali e istituzionali, l’amministrazione pubblica è un transatlantico difficile da guidare e la legge elettorale garantisce l’oligopolio a partiti rimasti orfani di iscritti. Dal 2006 a oggi sono nati undici Governi diversi per portare avanti le riforme costituzionali, ma la classe politica è stata incapace di approvarne un insieme organico.

La domanda di fondo a cui rispondere è interrogarsi sulla forma di Stato che vogliamo. Le forze politiche si dividono tra un semipresidenzialismo o il premierato – una sorta di “grande sindaco d’Italia” – come due alternative entrambe possibili e mature per riformare il Governo. Per la cultura cattolica, erede della tradizione dell’Assemblea costituente, la forma di Governo parlamentare del premierato forte bilanciato da un Parlamento più snello sembra la più coerente. Un Governo semipresidenziale avrebbe, invece, bisogno di forti misure di garanzia e di controllo.

I meriti del primo modello sarebbero quelli di avere un Premier sicuro dopo le elezioni e una maggioranza certa. Il presidenzialismo alla francese eliminerebbe, invece, le ali estreme con il doppio turno, darebbe stabilità al sistema e forti poteri al Capo dello Stato che avrebbe come organi di controllo l’Europa, la Corte costituzionale e una Camera delle autonomie. Certo, se per molti analisti non ci sono ancora le condizioni politiche per una stagione di revisione organica della Costituzione a causa dei fragili equilibri tra partiti, questa ragione non la possiamo far diventare un alibi che blocchi le urgenti riforme di “ordinaria manutenzione”, che si devono esprimere con maggioranze qualificate.

C’è, infine, un ultimo aspetto, apparentemente marginale: ogni revisione costituzionale non è neutra rispetto ai valori fondativi. La democrazia procedurale su cui i saggi hanno posto l’accento, attenta alla correttezza delle regole, non può prescindere dalla democrazia sostanziale che include princìpi e un telos, una finalità di società e di Stato, e una precisa idea di persona. Qualsiasi intervento di riforma deve essere in grado di ispirarsi al “Patto costituente”, per saperlo rinnovare nel tempo e per consolidarlo nei suoi princìpi e valori fondativi. Un patto valoriale di cui le forze politiche devono farsi carico nel rispetto della nostra tradizione costituzionale.