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Humanae Vitae, 50 anni dopo

Marcello Semeraro

“Nell’amore non c’è solo l’amore. Vogliamo dire che nell’amore dell’uomo è racchiuso l’amore divino. Per questo il legame tra amore e fecondità è un rapporto così armonioso e segreto. Ogni autentico amore di un uomo e di una donna, ogni amore non egoista, tende a dar vita a un altro essere nato da questo amore. Qualche volta amare vuole soltanto dire ‘amarsi’; spesso l’amore non è che l’incontro di due solitudini. Ma quando si è superato questo stadio egoistico e si è capito che l’amore è gioia comune, dono reciproco, si trova il vero amore. Se è vero che l’amore è tutto questo, si comprende che esso non è separabile dal suo frutto”. Questa citazione di Paolo VI non proviene dal suo magistero ufficiale, ma dalla confidenza fatta ad un amico. Si legge, infatti, nei Dialoghi con Paolo VI di Jean Guitton, uno dei più rappresentativi pensatori cattolici del XX secolo, che di Giovanni Battista Montini fu amico fidato.

L’enciclica Humanae Vitae sarebbe stata resa pubblica solo il 29 luglio 1968. La confidenza di Paolo VI risale forse all’estate del 1966, quando egli portò con sé a Castel Gandolfo le ottocento pagine del dossier raccolto dalla Commissione costituita da Giovanni XXIII e ampliato nella sua composizione dallo stesso Paolo VI. Nelle parole che ho appena riportato, però, l’enciclica c’è già nel suo fondamentale messaggio radicato nel Vangelo. Si tratta della “inscindibile connessione” tra i due significati dell’atto coniugale: il significato unitivo e quello procreativo. Con termini che sembrano richiamare la trascrizione di Jean Guitton, lo stesso Benedetto XVI individuò in questi termini il nucleo essenziale dell’enciclica: “Gli sposi, avendo ricevuto il dono dell’amore, sono chiamati a farsi a loro volta dono l’uno per l’altra senza riserve. Solo così gli atti propri ed esclusivi dei coniugi sono veramente atti di amore che, mentre li uniscono in una sola carne, costruiscono una genuina comunione personale. Pertanto, la logica della totalità del dono configura intrinsecamente l’amore coniugale e, grazie all’effusione sacramentale dello Spirito Santo, diventa il mezzo per realizzare nella propria vita un’autentica carità coniugale. La possibilità di procreare una nuova vita umana è inclusa nell’integrale donazione dei coniugi. Se, infatti, ogni forma d’amore tende a diffondere la pienezza di cui vive, l’amore coniugale ha un modo proprio di comunicarsi: generare dei figli. Così esso non solo assomiglia, ma partecipa all’amore di Dio, che vuole comunicarsi chiamando alla vita le persone umane. Escludere questa dimensione comunicativa mediante un’azione che miri ad impedire la procreazione significa negare la verità intima dell’amore sponsale, con cui si comunica il dono divino” (Messaggio al Congresso Internazionale “Humanae vitae: attualità e profezia di un’enciclica” del 2 ottobre 2008).

 

Quando l’enciclica fu resa nota, la reazione dell’opinione pubblica non fu favorevole. Critiche e rilievi vennero anche dall’interno della Chiesa.

Delle difficoltà riguardo alla sua accoglienza Paolo VI fu da sempre ben consapevole, così come lo era dell’ineludibilità del suo dovere di proclamare la dottrina cristiana. Presentandola nel linguaggio semplice cui egli amava ricorrere nelle udienze generali, durante quella del 31 luglio 1968 a Castel Gandolfo il Papa ripercorse rapidamente l’iter dell’enciclica indicandola come “presentazione positiva della moralità coniugale in ordine alla sua missione d’amore e di fecondità ‘nella visione integrale dell’uomo e della sua vocazione, non solo naturale e terrena, ma anche soprannaturale ed eterna’” (n. 7). Egli accennò pure al senso avvertito della sua gravissima responsabilità, un sentimento, confidava, che “ci ha fatto anche non poco soffrire spiritualmente. Non mai abbiamo sentito come in questa congiuntura il peso del nostro ufficio… Quante volte abbiamo avuto l’impressione di essere quasi soverchiati da questo cumolo di documentazioni, e quante volte, umanamente parlando, abbiamo avvertito l’inadeguatezza della nostra povera persona al formidabile obbligo apostolico di doverci pronunciare al riguardo; quante volte abbiamo trepidato davanti al dilemma d’una facile condiscendenza alle opinioni correnti, ovvero d’una sentenza male sopportata dall’odierna società, o che fosse arbitrariamente troppo grave per la vita coniugale!”.

Nonostante tutto, però, Paolo VI rimaneva fiducioso che il suo documento “quasi per virtù propria, per la sua umana verità”, sarebbe stato alla fine bene accolto, nonostante la diversità di opinioni largamente diffusa e anche nonostante la difficoltà insita nella via tracciata per chi la volesse fedelmente percorrere. In realtà ciò non avvenne.

In quel 1968 giungeva al suo apice l’utopia della “liberazione sessuale”, la cui indispensabile condizione era l’uso degli anticoncezionali artificiali, che sotto quel profilo permettevano alla donna la medesima “non-punibilità” dell’uomo. In quello stesso anno si cominciò a parlare del rischio della “bomba demografica”, ossia del boom delle nascite: le prospettive sembrano catastrofiche, in pochi anni sul pianeta terra per le troppe bocche da sfamare non ci sarà più da mangiare a sufficienza… (ancora oggi c’è chi afferma che la prima causa della povertà è la crescita demografica!). Il rimedio a tutto ciò non può che essere il “controllo”, oppure, con linguaggio più soft, la “pianificazione” delle nascite.

In un articolo pubblicato su “La Rivista del Clero Italiano” per il quarantesimo di pubblicazione dell’enciclica, Maurizio Chiodi così indicava i profondi mutamenti intervenuti a partire da allora nell’ambito dell’esperienza umana del matrimonio e della sessualità: “L’accentuazione del modello della famiglia ‘nucleare’, la privatizzazione del matrimonio, la netta separazione tra privato e pubblico, l’intimizzazione e la riduzione affettiva del legame di coppia con la perdita della sua definitività, i cambiamenti dei significati della presenza dei figli nella famiglia, la caduta del tabù del sesso, l’erotizzazione della cultura, la trasformazione della sessualità in esperienza privilegiata e quasi esclusiva dell’emozione e del piacere, l’interpretazione ‘neutrale’ della sessualità, per la quale essa viene considerata un’inclinazione indifferentemente omo o eterosessuale” (2008/7-8, 518-519).

In questo clima diffuso l’enciclica di Paolo VI era inevitabilmente anacronistica. Considerata praticamente irricevibile nel contesto occidentale, l’enciclica ebbe al contrario un’accoglienza sostanzialmente positiva nei Paesi del Terzo Mondo e, in particolare, in America Latina.

Qui, com’è stato osservato, il documento fu considerato “come una coraggiosa e libera dissociazione della Chiesa dall’ideologia antinatalista dei ricchi Paesi occidentali, che essi sperimentavano in quegli anni con le sterilizzazioni forzate imposte dagli organismi internazionali” (Lucetta Scaraffia). Di un tale carattere “rivoluzionario” della morale cristiana Paolo VI era ben consapevole. Nel suo discorso all’Onu del 4 ottobre 1965 aveva detto: “Il rispetto alla vita, anche per ciò che riguarda il grande problema della natalità, deve avere qui la sua più alta professione e la sua più ragionevole difesa: voi dovete procurare di far abbondare quanto basti il pane per la mensa dell’umanità; non già favorire un artificiale controllo delle nascite, che sarebbe irrazionale, per diminuire il numero dei commensali al banchetto della vita”. Circa tre anni dopo, nell’Humanae vitae ripeterà che la soluzione del problema demografico si trova in una “provvida politica familiare, di una saggia educazione dei popoli, rispettosa della legge morale e della libertà dei cittadini” (n. 23).

A distanza di cinquant’anni dalla sua pubblicazione, siamo ancora posti davanti a quello che potrebbe essere ritenuto il suo punto nodale; quello che – come spesso hanno ripetuto San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI – può essere chiamato “profetico”. Lo troviamo nel n. 9 dell’enciclica, dove Paolo VI evidenzia le note e le esigenze caratteristiche dell’amore coniugale.

Vale la pena riportarlo nei suoi quattro punti: “È prima di tutto amore pienamente umano, vale a dire sensibile e spirituale. Non è quindi semplice trasporto di istinto e di sentimento, ma anche e principalmente è atto della volontà libera, destinato non solo a mantenersi, ma anche ad accrescersi mediante le gioie e i dolori della vita quotidiana; così che gli sposi diventino un cuor solo e un’anima sola, e raggiungano insieme la loro perfezione umana. È poi amore totale, ossia una forma tutta speciale di amicizia personale, in cui gli sposi generosamente condividono ogni cosa, senza indebite riserve o calcoli egoistici. Chi ama davvero il proprio consorte, non lo ama soltanto per quanto riceve da lui, ma per se stesso, lieto di poterlo arricchire del dono di sé. È ancora amore fedele ed esclusivo fino alla morte. Così infatti lo concepiscono lo sposo e la sposa nel giorno in cui assumono liberamente e in piena consapevolezza l’impegno del vincolo matrimoniale. Fedeltà che può talvolta essere difficile, ma che sia sempre possibile, e sempre nobile e meritoria, nessuno lo può negare […]. È infine amore fecondo, che non si esaurisce tutto nella comunione dei coniugi, ma è destinato a continuarsi, suscitando nuove vite”.