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Card. Scola: “Carlo Acutis indica ai giovani l’ideale più alto: Gesù Cristo”

CarloZenit di Federico Cenci

Lo scorso 24 novembre la Cappella dell’Arcivescovado di Milano pullulava di gente. Tanti fedeli, milanesi e non, sono accorsi per presenziare alla celebrazione di chiusura del processo diocesano di beatificazione del giovane Servo di Dio Carlo Acutis.

Presenti i genitori del ragazzo, tanti amici d’infanzia, ma anche persone che hanno conosciuto soltanto la sua fama di santità. Ragazzo entusiasta della vita, dinamico e di una gioia contagiosa, esempio di carità cristiana, maturò una speciale devozione nei confronti dell’Eucarestia, che chiamò “la mia autostrada per il cielo”.

Venuto a mancare nell’ottobre 2006, quindicenne, a causa di una leucemia fulminante, dal letto d’ospedale offrì i suoi patimenti al Signore per il Papa e per la Chiesa. Una eredità tangibile sono le Mostre che nei suoi 15 anni di vita ha ideato e realizzato, per rafforzare la fede e diffondere il culto dell’Eucarestia.

Di questo ragazzo speciale, il quale costantemente raccoglie nuovi seguaci, ZENIT ne ha parlato con il card. Angelo Scola, Arcivescovo di Milano, che ha seguito in questi anni l’iter diocesano di beatificazione e ha presieduto la celebrazione del 24 novembre.

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Eminenza, durante i lavori della fase diocesana di beatificazione di Carlo Acutis, è emerso qualche aspetto di questo ragazzo che l’ha colpita in particolare?

Direi soprattutto tre cose: la cordialità verso tutti, dai portinai dei palazzi del suo quartiere alle persone che frequentavano la sua famiglia, di alto livello sociale; la fermezza delle sue convinzioni che sosteneva a scuola tra i compagni; la passione con cui faceva ogni cosa, penso all’informatica, che lo affascinava.

Qual è la caratteristica del messaggio cristiano di Carlo Acutis, un giovane contemporaneo, comune a tanti suoi coetanei?

Credo sia la convinzione – in Carlo molto forte – che senza avere grandi ideali per cui vivere, la vita è scialba e alla fine monotona. E l’ideale più alto e affascinante, anche perché il più vero, quello che dà un’incontenibile gioia di vivere, è il Vangelo, è il Signore Gesù, che per lui era un vero amico.

 “L’Eucarestia è la mia autostrada per il cielo”. Qual è l’insegnamento di questa frase pronunciata da Carlo Acutis?

Nell’Eucaristia Carlo trovava la risposta a tutte le sue domande, al suo desiderio, che è poi quello di ogni adolescente e di ogni giovane, di vivere per qualcosa di grande, che rispondesse alla sua sete di infinito e gli indicasse nella vita concreta come agire e gli desse la forza di farlo. L’Eucaristia come proposta d’amore per essere capace di amare.

Come si spiega l’interesse così vivo da parte di un ragazzo giovane, immerso nella società di oggi, nei confronti dell’Eucarestia?

È difficile rispondere: bisognerebbe entrare nel segreto del cuore di Carlo, nel suo dialogo intimo con Dio. Forse Carlo è la prova evidente che Dio è ancora – anche oggi! – capace di bussare al cuore di un giovane. Se uno, come Carlo, ha il coraggio di fidarsi, trascina anche gli altri.

Percepisce che nella comunità cristiana di Milano, dove Carlo Acutis ha vissuto, è forte il legame verso questo ragazzo?

Per me è stata una sorpresa la quantità di gente che ha partecipato alla celebrazione per la chiusura dell’Inchiesta diocesana per la sua beatificazione. E insieme la risonanza che ha avuto ed ha negli Oratori, non pochi stanno meditando sulla sua figura e scelgono di essere intitolati a lui.

Carlo Acutis lascia anche un’eredità concreta: le mostre sui Miracoli eucaristici, sulle apparizioni mariane, sugli angeli e demoni, nonché su Paradiso, Purgatorio e Inferno. Quanto è importante assecondare questa sua intuizione allestendo nelle diocesi, nelle parrocchie le sue mostre?

Credo che sia utile offrire ai ragazzi negli Oratori e agli adulti nelle Parrocchie ed anche negli ambienti come scuole, università e quartieri soprattutto la Mostra sui Miracoli eucaristici, quella preparata tutta da lui. La Mostra testimonia un ragazzo che non si accontentava di un Cristianesimo per sentito dire. Egli “cercava le prove” della sua fede e voleva offrirle prima di tutto ai suoi coetanei, per “rendere ragione” della fede che lo animava.