Monteprandone: Il Cav. Giuseppe Pallotta è tornato alla casa del Padre

PallottaDi F. Ciarrocchi

MONTEPRANDONE – La notizia del decesso del Cav. Giuseppe Pallotta, conosciutissimo in paese e località limitrofe, si è diffusa in un attimo.

Alle 7,30 di sabato 14 gennaio 2017 il cavaliere ha concluso la sua longeva esistenza terrena di ben 106 anni.

E’ stato un centenario che ha vissuto in primo piano la vita del paese dal dopoguerra ai nostri giorni.

E ‘stato amministratore comunale nella consiliatura repubblicana che ha avuto per primo cittadino, democraticamente eletto, Attilio Gasparretti.

Da buon ebanista ha gestito con dedizione e passione la sua falegnameria divenuta poi l’arcinoto Mobilificio Pallotta di Monteprandone che ha significato opportunità lavorative e di crescita per numerosi monteprandonesi.

Grazie alla sua tenacia e alla sua perseveranza è stato un imprenditore con la I maiuscola tanto da far diventare il suo mobilificio una delle maggiori realtà commerciali non solo della Vallata del Tronto ma oltre.

Il Cav. Giuseppe Pallotta è stato un monteprandonese doc che da vero protagonista della vita sociale e produttiva, con la sua attività e presenza, ha scritto importanti pagine della locale storia monteprandonese.

Tutti lo ricorderanno per la sua tempra forte, la sua socialità e simpatia nello stare tra la gente e con gli amici.

Ci uniamo al lutto della famiglia Pallotta formulando sentite e sincere condoglianze ai figli e parenti tutti.

I funerali ci saranno oggi domenica 15 gennaio alle ore 15 presso la Chiesa parrocchiale San Nicolò di Monteprandone.

Grazie Cavaliere!

FC

 

“Silence” di Martin Scorsese: nelle pieghe del silenzio

FilmMassimo Giraldi e Sergio Perugini

Era dal 1988 che Martin Scorsese – regista italo-americano autore di film celebri tra cui Taxi Driver, Toro scatenato, L’ultima tentazione di Cristo, Hugo Cabret – pensava di portare sullo schermo Silence, il romanzo dello scrittore giapponese Shūsaku Endō (ed. Corbaccio), che ricorda il dramma dei sacerdoti gesuiti e dei cristiani vittime di torture in Giappone nel ‘600.

La storia
Siamo nel 1643. Due giovani padri gesuiti europei, Sebastian Rodrigues (Andrew Garfield) e Francisco Garupe (Adam Driver), giungono di nascosto in Giappone, per trovare notizie sul confratello padre Christovao Ferreira (Liam Neeson) e per proseguire nell’annuncio del Vangelo sull’esempio di Francesco Saverio. È l’epoca Edo, segnata da forti repressioni nei confronti dei cristiani e dei sacerdoti; i villaggi sono perquisiti e non viene risparmiata alcuna forma di tortura, sino alla crocifissione. I due missionari affrontano il pericolo, muovendosi nel cuore della notte e con l’appoggio dei fedeli locali, che non smettono di cercare il conforto della Parola. La vicenda ha un importante punto di svolta quando il protagonista padre Sebastian viene rapito e imprigionato. È così messo dinanzi alla scelta dell’abiura, un passo sollecitato da pressioni psico-fisiche ma anche dall’assistere alle torture dei fedeli.

Tra “caduta” e misericordia
Con Silence Martin Scorsese conferma ancora una volta di essere un grande autore, capace di affrontare generi cinematografici diversi e tematiche complesse, sempre con vigore espressivo e padronanza stilistica. Silence è una storia spinosa e sofferta, il racconto di testimoni di fede uccisi per non rinunciare a Cristo, ma anche il racconto di sacerdoti “caduti”, che hanno abbandonato la fede – i cosiddetti lapsi, termine che si riferisce ai cristiani apostati nelle persecuzioni ai tempi dell’Impero romano -, perché incapaci di sopportare il peso della violenza, la barbarie dell’intimidazione.
A dare volto al protagonista in modo intenso e convincente è l’attore americano Andrew Garfield, che ha saputo calarsi nel ruolo di padre Sebastian mostrando la forza e l’entusiasmo della sua fede, ma anche la fragilità umana dinanzi all’angoscia; una narrazione del tormento interiore, oscillante tra sofferenza e ricerca della voce di Dio. Una voce di Dio che si fa silenzio, che si propaga nel silenzio. Sebastian, imprigionato, prega, si aggrappa alla croce, per sfuggire alla crudeltà. Spinto e percosso sino alle soglie dell’abiura, il gesuita non smette di chiedere un segno, una parola di conforto da Dio. E una voce sembra risuonare nel silenzio, proprio nel momento della “caduta”. Che sia l’abbraccio misericordioso di Dio dinanzi al grido di un figlio, proprio come avvenne per quel Figlio morto in croce? Padre Sebastian scivola nell’apostasia, accetta di salvare i fedeli torturati e la sua vita allontanandosi dalla croce, così come era avvenuto poco tempo prima a padre Christovao Ferreira – figura realmente esistita -, apostata, sposato con una giapponese e disposto ad abbracciare la religione buddista.

Martin Scorsese

Il regista Scorsese è attento a entrare nelle pieghe del tema, focalizzando l’attenzione sugli accadimenti, ma soprattutto sulla dimensione interiore del protagonista, sul dramma che divampa nel cuore del gesuita, combattuto tra la propria fede e la rinuncia, il disconoscere la propria identità. Scorsese, con un’inquadratura ci invita a superare le apparenze, le letture immediate. Affonda la macchina da presa nell’animo di un uomo, di uomo di fede.

Dalla Filmoteca Vaticana alle sale italiane
Presentato in Filmoteca Vaticana con un’anteprima il 30 novembre 2016, alla presenza del prefetto della Segreteria per la comunicazione mons. Dario Edoardo Viganò, che ha accompagnato anche il regista Scorsese a incontrare papa Francesco, Silence esce nelle sale italiane dal 12 gennaio 2017 e si prepara agli Oscar. Dal punto di vista pastorale, la Commissione nazionale valutazione film della Cei (www.cnvf.it) lo ha riconosciuto come complesso, problematico e adatto per dibattiti, per recuperare la storia dei missionari in Oriente, ma anche riflettere sulle persecuzioni dei cristiani oggi.

Inaugurata a Centobuchi la nuova sede dell’AVIS

InaugurazioneDi Paola Travaglini

MONTEPRANDONE – E’ stata da pochi giorni inaugurata la Nuova sede dell’Avis Monteprandone in via Manzoni 8 a Centobuchi.
Una bellissima realtà quella dell’associazione presieduta da Giorgio Lilla che conta oltre 130 soci donatori.
Varie le autorità civili e religiose presenti al taglio del nastro tra cui il sindaco di Monteprandone Stefano Stracci, l’assessore ai servizi sociali Stefania Grelli e don Pierluigi parroco della Regina Pacis che ha benedetto la struttura.
Il 18 di aprile 2016, la sede storica inaugurata nel 2010 in Via 2 Giugno presso l’Asur, era stata chiusa per un problema logistico.
“Il 18 aprile-afferma Giorgio Lilla- eravamo tristi ed amareggiati per ciò che stava accadendo. Decidemmo di rimboccarci le maniche e gettare le basi per ripartire in una nuova sede più uniti e più determinati di prima.
Pochi giorni fa con questa inaugurazione abbiamo voltato pagina ed in un attimo ci siamo buttati alle spalle tutti i momenti difficili del 2016 poiché appartenere all’Avis suol dire anche e soprattutto saper lottare e rialzarsi quando si cade.
Un grazie a tutti quelli che hanno reso possibile tutto ciò”.
Il 2016 è stato veramente un anno particolare che ha messo a dura prova tutti. Il terremoto che ha colpito le nostre zone è riuscita a far emergere però la parte migliore delle persone come sottolinea lo stesso presidente:
“Quando succedono queste cose capisci che solidarietà e altruismo non sono solo parole astratte; capisci che un semplice gesto può trasformarsi in qualcosa che va oltre ciò che tu credi sia bene e normale farlo. C’è bisogno di donatori”.
Diverse le attività già programmate dall’associazione. Imminente la 3° edizione di “Passeggiavis “ che sarà organizzata insieme alla Pro Loco di Monteprandone ed a varie associazioni di volontariato del territorio. Un momento di aggregazione e di sensibilizzazioni su corretti stili di vita e l’importanza del movimento per prevenire malattie metaboliche.
Spazio sarà dato anche all’informazione attraverso l’allestimento di gazebi durante le varie manifestazioni che si svolgeranno sul territorio. (Paola Travaglini)

Grottammare “Mobilità umana e giustizia sociale”: corso di formazione sull’attualità delle migrazioni, gratuito e aperto a tutti

MigrantiGROTTAMMARE – E’ fissato per oggi, sabato 14 gennaio, il primo incontro formativo del corso  “Mobilità umana e giustizia sociale: sfide e risposte“.

L’iniziativa si terrà nella Sala Consiliare del palazzo municipale. L’incontro si intitola “Push & Pull Factors” e vedrà la partecipazione del prof.  Eduardo Barberis, Docente all’Università di Urbino (10-13) che presenterà e analizzerà i fattori di spinta e di attrazione delle migrazioni, concentrandosi in particolare sulle differenze di reddito tra le diverse aree del pianeta, gli sconvolgimenti ambientali, le violenze e i conflitti, il fabbisogno di manodopera e le cosiddette “catene migratorie”.

La proposta formativa arriva da Tandem Associazione Interculturale, titolare della gestione dello  sportello antidiscriminazioni del comune di Grottammare. Si compone di 7 moduli (compreso l’appuntamento introduttivo tenutosi il 10 dicembre per presentare l’ultima edizione del Dossier immigrazione 2016) con accesso libero e gratuito, per un totale di 21 ore, con appuntamenti quindicinali fino a marzo. E’ possibile partecipare anche solo ai singoli appuntamenti (calendario in allegato).

Riflettendo su scenari presenti e passati, il corso vuole analizzare la condizione di chi si sposta dal proprio paese d’origine, i bisogni comuni ai già residenti e le difficoltà dovute alla condizione giuridica, alle esclusioni sociali o traumi vissuti nel contesto di origine o di arrivo.

L’ obiettivo dell’iniziativa è di aumentare le capacità e le competenze dei partecipanti, focalizzando metodi e strumenti che consentono una migliore comprensione e gestione del fenomeno migratorio nel suo complesso, tracciando il quadro dei diversi aspetti che lo caratterizzano.

Il corso, infatti, è rivolto principalmente a docenti di ogni ordine e grado, studenti, esponenti della pubblica amministrazione, giornalisti, operatori del dialogo interculturale, volontari e operatori delle associazioni e in generale a tutte le persone che intendono affrontare tali argomenti e approfondirli, anche per semplice curiosità.

Il percorso formativo è organizzato da Tandem Associazione Interculturale, in collaborazione con il Centro Studi e Ricerche IDOS, Comune di Grottammare, SOS Missionario, G.U.S. Gruppo Umana Solidarietà G. Puletti, On The Road, Associazione Gotarà, Istituto di Istruzione Superiore “A. Capriotti”, Casa di Accoglienza Irene e le Associazioni I Care e Il Sogno onlus.

Emergenza freddo: aperta la chiesa di San Calisto per dare riparo notturno

LettiLa Comunità di Sant’Egidio, a motivo dell’emergenza freddo di questi giorni, da sabato 7 gennaio scorso ha aperto la chiesa di San Calisto in Trastevere per dare riparo notturno alle persone di strada che non hanno altro rifugio, sino a quando permarranno le basse temperature. Lo rende noto l’Elemosineria vaticana. La chiesa e i locali sono in zona extraterritoriale, proprietà della Santa Sede. La chiesa è un luogo di culto antico, edificato intorno al pozzo dove fu martirizzato Papa Calisto I, nel 222. L’attuale edificio è del XVII secolo. È una Rettoria connessa alla Parrocchia di Santa Maria in Trastevere e affidata alla Comunità di Sant’Egidio, che vi svolge attività di culto e di catechesi, particolarmente per gli anziani e le persone con disabilità.

Sono circa trenta le persone, fra italiani e stranieri che normalmente vivono per strada, attualmente ospitati per la notte nella chiesa e nei locali attigui, opportunamente riscaldati e provvisti di letti e coperte e servizi igienici. Gli ospiti possono cenare dalle ore 19 in poi, presso la vicina mensa di Via Dandolo, e quindi accedere alla chiesa di San Calisto tra le 20 alle 22. La mattina lasciano l’edificio intorno alle ore 8. L’accoglienza è garantita dai volontari della Comunità di Sant’Egidio che sono presenti durante tutto l’orario di apertura e, a turno, anche la notte. Ogni ospite viene preso in carico dai volontari e accompagnato nella ricerca di soluzioni alle sue necessità materiali e di salute. Nei giorni successivi alla prima accoglienza si cercano, laddove è possibile, situazioni di accoglienza più stabili.

Claudio Piunti adesso è con ‘Zare’

MisericordiaSAN BENEDETTO DEL TRONTO – Generoso, cordiale, onesto, sorridente, disponibile: non ci sono parole per descrivere la bontà di Claudio Piunti, che ieri pomeriggio è tornato alla casa del Padre a causa di un infarto.
Ho conosciuto Claudio tanti anni fa, durante il mio percorso nei “Cursillos”, e da tre anni condividevamo l’Adorazione Eucaristica Perpetua presso la Chiesa di Sant’Agostino.
Lui aveva il turno prima del mio, il sabato dalle 24.00 all’1.00.
Non nascondo che in questi tre anni mi è capitato, a volte, di fare ritardo; lui era sempre lì pronto ad accogliermi con il sorriso. Una volta mi è successo di saltare proprio il turno, mi addormentai.
La volta successiva mi sono scusato con Claudio, che mi ha risposto serenamente: “e qual è il problema, io sono stato felice, sono stato due ore con ‘’Zare‘, Gesù Eucarestia, aveva un rapporto speciale: lo sentiva vicino, come un amico, ci parlava, gli affidava di volta in volta le situazioni che gli stavano più a cuore.

ClaudioLa scorsa settimana, l’ultima volta che ci siamo visti, aveva nevicato ed era molto freddo in Chiesa. Lui mi ha accolto con il sorriso, che già da solo scaldava il cuore, poi uno scambio di battute: “Tra poco, alle 5.00, devo andare a prendere una persona a Massignano con l’ambulanza. Che dici, ce la farò con il ghiaccio?”.
Sì, perché Claudio era anche volontario presso la Misericordia e tutti i sabato mattina, dopo l’adorazione, partiva con l’ambulanza per aiutare chi aveva bisogno nel trasporto.
Sempre la scorsa settimana, prima di andare via, un altro piccolo gesto di attenzione, ha acceso la lampada per riscaldarmi.
Ecco, io Claudio l’ho conosciuto così, abbiamo condiviso un tratto di strada insieme.
Con piccoli gesti come un sorriso, il messaggio di auguri puntuale al compleanno, l’attenzione nelle piccole cose, ho potuto percepire in sua presenza il profumo di Cristo.
Ci mancherai, Claudio, e non poco; saranno in tanti oggi a salutarti presso la Parrocchia di San Benedetto Martire, alle 15.00, ed io sono sicuro che tu adesso sarai felice e beato con il tuo ‘Zare‘.

FOTO Montelparo, fervono i preparativi per la festa in onore di Sant’Antonio Abate

Di Giuseppe Mariucci.

MONTELPARO – Ci siamo! Anche in questo Gennaio 2017, venerdì 20 sabato 21 domenica 22, si perpetua quella che è divenuta più che una tradizione: siamo di fronte alla Storia!
Il Comitato dei Festeggiamenti di Sant’Antonio Abate di Montelparo, per rassicurare le migliaia di persone che, da anni oramai, partecipano a questa “Rievocazione” ha voluto pubblicare questo comunicato tramite le vie telematiche!
Ricominciamo da dove tutto ebbe inizio“. E’ il motto che i “Festaroli” dell’Associazione “Sant’Antonio Abate” hanno, quest’anno, voluto adottare!
 E il significato è lampante: la memoria non può tornare a quel 1703 che vide la sua nascita!
Si racconta che la “sagra del baccalà” sia nata in epoca ormai lontanissima, nel 1703 appunto, e ha a che fare proprio con il terremoto!
In effetti, più che una sagra, quella del “Baccalà”, è una vera e propria rievocazione storica! Essa coincide da sempre con la Festa di Sant’Antonio Abate, ma le motivazioni che la videro nascere furono assolutamente diverse da quelle che portano a una festa o a una sagra come s’intende oggi.
Si tramanda, infatti, che, per ringraziare la popolazione Montelparese che aveva collaborato fattivamente alla ricostruzione del Convento Agostiniano distrutto dal violento terremoto datato 1703 (convento originariamente ubicato nella parte più alta del paese proprio accanto alla Chiesa di San Michele Arcangelo che però non subì danni), i Frati avessero organizzato un pranzo a base di baccalà, un pasto che, probabilmente, aveva allora un costo abbordabile (si dice che, all’epoca, il baccalà fosse chiamato “pasto dei poveri”)! Fu anche previsto che, a ognuno, andasse una porzione di baccalà del peso di un coppo (da qui U COPPU di oggi!): così era chiamata l’unità di misura di quel tempo che equivale a circa 350 grammi odierni. Insieme al baccalà venne distribuito anche pane e vino: esattamente come oggi! Negli anni immediatamente successivi, all’interno dei festeggiamenti del Santo Patrono degli animali, Sant’Antonio Abate,

I Frati di Sant’Agostino istituirono una vera e propria degustazione del baccalà. Essa consisteva nell’ammettere i montelparesi alla mensa dei Frati per “sdiunarsi” dopo essersi comunicati ed aver versato al Convento delle offerte. Da allora l’usanza, con il rituale rinnovato ogni anno e fortemente sentito, è rimasta. Ha resistito negli anni e, anzi, nei secoli! Fu ripetuta, anno dopo anno, dai frati Agostiniani fino a quando ci fu la loro presenza all’interno del convento. Poi dal 1861, quando la struttura entrò a far parte delle proprietà comunali con l’obbligo di tenere la Chiesa aperta al culto, venne formato un apposito Comitato (rigorosamente composto da uomini e, possibilmente, con la partecipazione, tra i componenti, tramandata da padre in figlio) che si prese cura della gestione della festa del baccalà. I Frati trasmisero ai componenti del primo comitato tutti gli antichi segreti circa la preparazione di quel baccalà che ne fa, ancora oggi, uno dei più ricercati. Fino agli anni dell’immediato dopoguerra (1950-1960) la festa rimase circoscritta ai soli montelparesi. Negli anni successivi, con ritmo impressionante, iniziò la grande partecipazione che ne fa, ora, una delle Feste più frequentate della zona! Per comprendere, infine, quanto questa “rievocazione” sia radicata nella cultura montelparese, c’è da aggiungere che l’Associazione Culturale-Compagnia Teatrale IL MURELLO, con i suoi attori integrati da un nutritissimo gruppo di veri “festaroli” (che per una volta si sono interpretati anche sulle scene), ha portato recentemente in palcoscenico un corto teatrale con il quale hanno raccontato al pubblico la storia di questo evento! Liberamente tratto da un racconto di Filippo Cruciani (“E panette de Sand’Andonio Abbate), Paolo Mariucci ha scritto e messo in scena, con la sua regia, lo spettacolo “U Miraculu de Sand’Adonio Abbate”!
L’Associazione di Sant’Antonio Abate, superando le difficoltà e le paure che le nostre popolazioni, i nostri comuni e le nostre meravigliose storie e opere d’arte hanno dovuto subire negli ultimi mesi (ad iniziare dal 24 agosto 2016), ha, dunque, pensato bene di ricominciare da dove tutto ebbe inizio!

Sinodo dei giovani: in ascolto di tutti, “nessuno escluso”, senza “rigidità” e “anacronismi”

PapaM.Michela Nicolais

“Incontrare, accompagnare, prendersi cura di ogni giovane, nessuno escluso”. È la prospettiva del documento preparatorio del Sinodo dei giovani, in programma nell’ottobre del 2018, sul tema: “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. A parlare del documento, prima della presentazione ufficiale in Sala Stampa vaticana, è stato lo stesso Papa Francesco, con una lettera in cui assicura: “Un mondo migliore si costruisce anche grazie a voi”. La Chiesa, a partire dai suoi pastori, “è chiamata a mettersi in discussione” per superare schemi, “rigidità” e linguaggi “anacronistici”. Due le stelle polari del testo, rispetto al quale il nuovo Sinodo si pone “in continuità”: l’Evangelii Gaudium e l’Amoris Laetitia. Il documento termina con un questionario destinato alle Conferenze episcopali di tutto il mondo, che dovranno far pervenire le loro risposte entro la fine di ottobre; oltre alle 15 domande comuni, per la prima volta vengono introdotte tre domande specifiche per ogni Continente. È prevista, inoltre, “una consultazione di tutti i giovani attraverso un sito Internet, con un questionario sulle loro aspettative e la loro vita”: dal 1° marzo, ha annunciato, infatti, il cardinale Lorenzo Baldisseri, segretario generale del Sinodo dei vescovi, rispondendo ai giornalisti, sul sito sinodogiovani2018.va i giovani di tutto il mondo – anche non credenti – potranno rispondere a domande a loro dedicate, in via di elaborazione. Le risposte ai due questionari costituiranno la base per la redazione dell’Instrumentum laboris.

Ci sono molte “differenze” tra i giovani dei cinque Continenti – la prima delle quali è quella tra maschile e femminile – ma ciò che accomuna i giovani tra i 16 e i 29 anni, si legge nel documento preparatorio del Sinodo, è il fatto di vivere “in un contesto di fluidità e incertezza mai sperimentato in precedenza”. “A fronte di “pochi privilegiati”, molti vivono “in situazione di vulnerabilità e di insicurezza, il che ha impatto sui loro itinerari di vita e sulle loro scelte”.

Tra le sfide da raccogliere, quella della “multiculturalità”. In molte parti del mondo, i giovani sperimentano condizioni di “particolare durezza”. Nonostante questi scenari spesso a tinte fosche, “non pochi” giovani “desiderano essere parte attiva dei processi di cambiamento del presente”. Sul versante opposto il fenomeno dei “Neet”, cioè giovani non impegnati in un’attività di studio né di lavoro né di formazione professionale.

Una Chiesa “più vicina alla gente, più attenta ai problemi sociali”: così la vorrebbero i giovani, in un contesto in cui “l’appartenenza confessionale e la pratica religiosa diventano sempre più tratti di una minoranza e i giovani non si pongono ‘contro’, ma stanno imparando a vivere ‘senza’ il Dio presentato dal Vangelo e ‘senza’ la Chiesa, salvo affidarsi a forme di religiosità e spiritualità alternative e poco istituzionalizzate o rifugiarsi in sette o esperienze religiose a forte matrice identitaria”.

Quella dei giovani è una realtà sempre più “iperconnessa”, con “opportuntà” e “rischi” da soppesare: per questo è “di grande importanza mettere a fuoco come l’esperienza di relazioni tecnologicamente mediate strutturi la concezione del mondo, della realtà e dei rapporti interpersonali e con questo è chiamata a misurarsi l’azione pastorale, che ha bisogno di sviluppare una cultura adeguata”.

“Oggi scelgo questo, domani si vedrà”. È l’assioma dominante che rende sempre più difficili le scelte dei giovani, che si traducono in “opzioni sempre reversibili” più che in “scelte definitive”. In questo contesto, “i vecchi approcci non funzionano più e l’esperienza trasmessa dalle generazioni precedenti diventa rapidamente obsoleta”.

“Riconoscere, interpretare, scegliere”. Sono i tre verbi, presi dall’Evangelii gaudium, in cui è riassunta l’essenza del “discernimento vocazionale”. “Il percorso della vita impone di decidere, perché non si può rimanere all’infinito nell’indeterminatezza”. Di qui l’importanza dell’accompagnamento personale, che non è “teoria del discernimento” ma capacità di “favorire la relazione tra la persona e il Signore, collaborando a rimuovere ciò che la ostacola”.

È “la differenza tra l’accompagnamento al discernimento e il sostegno psicologico”.

“Uscire, vedere, chiamare”. Sono i tre verbi dell’Evangelii Gaudium al centro della terza e ultima parte del documento, in cui si risponde alla domanda centrale del testo:

“Che cosa significa per la Chiesa accompagnare i giovani ad accogliere la chiamata alla gioia del Vangelo, soprattutto in un tempo segnato dall’incertezza, dalla precarietà, dall’insicurezza?”.

La ricetta suggerita è “l’inclusione reciproca tra pastorale giovanile e pastorale vocazionale, pur nella consapevolezza delle differenze”.

“Uscire” è abbandonare gli “schemi” che incasellano le persone, vedere è “passare del tempo” con i giovani per “ascoltare le loro storie”, chiamare è “ridestare il desiderio, smuovere le persone da ciò che le tiene bloccate, porre domande a cui non ci sono risposte preconfezionate”.

Pastorale vocazionale, inoltre, “significa accogliere l’invito di Papa Francesco a uscire, anzitutto da quelle rigidità che rendono meno credibile l’annuncio della gioia del Vangelo, dagli schemi in cui le persone si sentono incasellate e da un modo di essere Chiesa che a volte risulta anacronistico”.

“Tutta la comunità cristiana deve sentirsi responsabile del compito di educare le nuove generazioni”. È quanto si legge nella parte finale del testo, in cui si auspica il “coinvolgimento dei giovani negli organismi di partecipazione delle comunità diocesane e parrocchiali, a partire dai consigli pastorali”. No, quindi, “all’improvvisazione e all’incompetenza”: servono “adulti degni di fede, credenti autorevoli, con una chiara identità umana, una solida appartenenza ecclesiale”. “Insostituibile” il ruolo educativo svolto dalle famiglie.

Meningite: in Italia non è allarme epidemia, ma è fondamentale la vaccinazione dei soggetti a rischio

VaccinoGiovanna Pasqualin Traversa

Di fronte a medici di famiglia, centri vaccinazioni e farmacie presi d’assalto in queste settimane da cittadini spaventati dalle notizie di nuovi casi di meningite – talvolta letali – gli esperti e le autorità sanitarie sono unanimi: non sottovalutare ma non drammatizzare. In Italia non è allarme epidemia, non c’è alcuna emergenza meningite ma esiste un “caso Toscana” da monitorare e tenere sotto controllo. Importante vaccinare le persone a rischio: bambini e adolescenti, oltre ad adulti affetti da alcune patologie. No, dunque, a “vaccinazioni a tappeto” sull’onda dell’emotività; al bando “l’informazione fai da te”. Meglio rivolgersi sempre al proprio medico perché occorre valutare caso per caso.

A scatenare la meningite batterica, molto più grave della forma virale che ha un decorso spesso benigno, sono tre batteri: il meningococco (nei diversi sierogruppi A,B,C,Y,W135, X), lo pneumococco e l’Haemophilus influenzae. Secondo l’Istituto superiore di sanità, nel 2016 si sono registrati 189 casi di meningite da meningococco (di tipo B e C, quest’ultimo il più aggressivo) contro i 196 del 2015. Stabili i decessi: 20 in ciascuno dei due anni, un terzo dei quali in Toscana. Per il ministero della Salute il numero totale dei casi di meningite dovuti a tutti i germi indicati è passato da 1.479 nel 2014, a 1.815 nel 2015 e a 1.376 nel 2016. Il tasso di mortalità è di circa il 10% nei casi dovuti a pneumococco e di circa il 12% nei casi da meningococco, mentre aumenta al 23% nel caso in cui il ceppo di meningococco sia il C (13 deceduti su 51 pazienti in Italia nel 2016). Negli ultimi quattro anni quest’ultimo ha causato, secondo il Ministero, 36 decessi in una popolazione di quasi 65 milioni di persone.

Vaccino sì ma con buon senso. L’arma per prevenire e combattere l’infezione che causa l’infiammazione delle meningi, le membrane che rivestono il cervello e il midollo spinale, rimane il vaccino. Ne esistono tre tipi: il vaccino contro il meningococco C, il tetravalente che protegge dai sierogruppi A,C,W e Y e il vaccino che protegge dal sierogruppo di tipo B. Ma ci vuole buon senso. Per Walter Ricciardi, presidente dell’Istituto superiore di sanità, “nelle ultime settimane le richieste del vaccino anti-meningococcico sono quintuplicate”, tuttavia

in Italia “non c’è un’emergenza meningite” perché i casi di meningite batterica “non sono aumentati rispetto al passato”, tranne che in Toscana dove esiste “un focolaio epidemico in due aree da tenere sotto controllo”. Per questo, “dall’anno scorso la Regione Toscana sta offrendo la vaccinazione estesa a tutta la popolazione di quelle zone”.

A livello nazionale, la scheda vaccinale attualmente in vigore prevede la vaccinazione anti meningococco C nei bambini che abbiano compiuto un anno di età, consiglia il vaccino tetravalente per gli adolescenti non vaccinati da piccoli (il richiamo per quelli già vaccinati), raccomanda il vaccino contro il meningococco B per i bambini sotto l’anno di età. No, conclude Ricciardi, alla “corsa irrazionale” al vaccino: “A chiederlo sono anche gli anziani trascurando magari la vaccinazione anti-influenza e anti-pneumococco per loro molto più utile”.

Getta acqua sul fuoco anche Ranieri Guerra, direttore generale della Prevenzione sanitaria del ministero della Salute: “La meningite nel nostro Paese c’è sempre stata, i dati sono stabili. Non esiste alcuna evidenza di emergenza di sanità pubblica a livello nazionale”, tuttavia, riconosce, “c’è una particolare circolazione del meningococco C in Toscana”.

Il problema vero, per l’esperto, è la copertura vaccinale dei soggetti a rischio: uno degli obiettivi del nuovo Piano di prevenzione vaccinale 2017 -2019 che entra in vigore con i nuovi Livelli essenziali di assistenza e consentirà alle Regioni di “unificare i diversi calendari regionali e migliorare le coperture” rendendo “gratuita in tutta Italia la vaccinazione contro la meningite”

per le persone più esposte. Occorre insomma arrivare alla cosiddetta “immunità di gregge”. E una nota del Dicastero assicura che non esiste alcuna difficoltà di reperimento dei vaccini nel Paese e che “non c’è stata alcuna interruzione nell’approvvigionamento degli stock”.

Per Alberto Villani, responsabile di Pediatria generale e Malattie infettive dell’ Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma e  presidente della Società italiana di pediatria (Sip), in Toscana “la recrudescenza dei casi è in parte legata al calo delle vaccinazioni”, in parte al fatto che “con il tempo i germi cambiano, si modificano”. Secondo l’esperto, l’irrazionale e indiscriminata corsa alle vaccinazioni di questi giorni è l’altra faccia della medaglia che, sempre su spinte emotive, ha fino a poco tempo fa demonizzato i vaccini ritenendoli responsabili di patologie come l’autismo e ha fatto venire meno negli ultimi anni l’immunità di gregge:

“Le vaccinazioni sono fondamentali e vanno programmate secondo gli schemi di sanità pubblica e il ‘calendario per la vita’ aggiornato ogni due anni dalle società scientifiche. In loro mancanza, il batterio responsabile della malattia circola di più e, conseguentemente, colpisce in misura maggiore”.

Insomma, chi non si immunizza danneggia non solo se stesso, ma anche gli altri. Villani auspica inoltre maggiore attenzione alla diagnostica: “Oggi sono disponibili a costi contenuti nuove metodiche di laboratorio per identificare i germi responsabili della meningite in molti più casi”. E per quanto riguarda l’equazione presenza immigrati-aumento casi di meningite che ha iniziato a prendere corpo in alcune regioni, taglia corto:

“È priva di fondamento. L’immigrato di per sé non costituisce un pericolo. Siamo e dobbiamo rimanere un Paese accogliente, ma occorre garantire a queste persone le condizioni di igiene che spesso mancano”.

Papa Francesco: a Santa Marta, per seguire Gesù “rischiare” e non restare con “l’anima ‘seduta’”

Santa MartaSeguire Gesù significa camminare, non rimanere “fermi”, con “l’anima ‘seduta’”. È quanto ha ricordato papa Francesco nell’omelia Messa mattutina a Casa Santa Marta. Tanta gente seguiva Gesù per interesse o per una parola di conforto, attratta dalle “cose che diceva e come le diceva, si faceva capire; anche guariva e tanta gente andava dietro a Lui per farsi guarire”. Nessuno era perfetto, il Signore però si lasciava seguire da tutti, “perché sapeva che tutti siamo peccatori”. Il problema più grande – ha osservato il Papa – erano invece quelli che restavano “fermi”, “seduti”. Così alcuni scribi “guardavano dal balcone. Non andavano camminando nella propria vita: ‘balconavano’ la vita! Proprio lì: non rischiavano mai! Soltanto giudicavano. Erano i puri e non s’immischiavano”.

La gente che seguiva Gesù invece, ha sottolineato Francesco, “rischiava” per incontrarlo, “per trovare quello che voleva”. E, riferendosi al Vangelo odierno del paralitico calato dal tetto: “Questi di oggi, questi uomini hanno rischiato quando hanno fatto il buco sul tetto: hanno rischiato che il padrone della casa facesse loro causa, li portasse dal giudice e li facesse pagare. Hanno rischiato, ma volevano andare da Gesù. Quella donna malata da 18 anni rischiò quando di nascosto voleva toccare soltanto l’orlo del manto di Gesù: rischiò di provare vergogna. Rischiò: voleva la salute, voleva arrivare a Gesù. Pensiamo alla Cananea: e le donne rischiano più degli uomini, eh! Quello è vero: sono più brave! E questo dobbiamo riconoscerlo”. Da qui l’interrogativo per ogni cristiano: “Io rischio o seguo Gesù sempre secondo le regole della casa di assicurazione?”, preoccupato di non fare una cosa o un’altra? “Così – ha avvertito il Papa – non si segue Gesù, “si rimane seduti”. E ancora: “Mi fido di Gesù, affido la mia vita a Gesù? Sono in cammino dietro Gesù, anche se faccio il ridicolo qualche volta? O sono seduto guardando come fanno gli altri, guardando la vita o sono seduto con l’anima ‘seduta’ – diciamo così – con l’anima chiusa per l’amarezza, la mancanza di speranza?”.