Non temere, piccolo gregge

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DIOCESI – Lectio delle Sorelle Clarisse del monastero Santa Speranza di San Benedetto del Tronto

Nel cuore dell’estate, Gesù ci rassicura: anche se siamo un piccolo gregge di pecore sperdute e impaurite, al Padre è piaciuto darci il suo Regno.
Gesù si rivolge al suo gregge che definisce “piccolo”. Noi discepoli sappiamo di essere una realtà piccola e fragile e che non è nostro compito quello di occupare ogni spazio o di diventare ad ogni costo maggioranza. Siamo come il seme gettato nella terra o come il lievito nella pasta.
L’Amore, infatti, non guarda al numero, alla bella figura, alla performance: l’amore sa solo amare, e chi lo incontra si sente accolto, voluto, curato, tutelato. Gesù è il pastore bello che ha scelto la limitatezza dell’essere umano e che è orgoglioso del suo piccolo gregge e se ne vanta. A questo gregge Gesù dice: «Non temere…», non avere paura.
Non temere: un’espressione che ritorna molte volte nel Vangelo di Luca e che troviamo frequentemente in tutta la Scrittura ed è sempre legata a contesti di vocazione o di salvezza, quando, cioè, Dio sta per compiere qualcosa di grande e meraviglioso per coloro ai quali la sua Parola si rivolge. Non si tratta di un generico invito a non avere paura, ma l’affermazione di una relazione con Dio che non viene mai meno. I discepoli, piccolo gregge, sono chiamati a non andare in cerca di altra sicurezza, altra difesa al di fuori della loro relazione con il Padre che, attraverso Gesù, non viene mai meno. E sono chiamati a stare nella storia con fedeltà e prudenza, così come ci testimoniano i servi e l’amministratore delle parabole che oggi il Vangelo ci presenta.
Ma «state pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese…», ammonisce Gesù. Pronti a viaggiare, pronti a mettere in discussione ogni certezza, tanto più se derivante dalla fede e dalla religiosità. E’ il salubre atteggiamento del discepolo, la consapevolezza del già e non ancora. Già conosco Dio eppure non lo possiedo ancora. Una tensione sana, bella che ci conduce all’essenziale, che ci accompagna in un quotidiano spesso faticoso.
State pronti, dice il Maestro.
Come Israele, lo leggiamo nella prima lettura, anche noi siamo chiamati ad uscire dalla schiavitù, da ogni schiavitù, per imparare, nel deserto, a fidarci di Dio, a riscoprire, alla luce della Parola, che l’uomo è cercatore o non è, che è in cammino interiore o non è.
Come Abramo, lo leggiamo nella lettera agli Ebrei: per fede, per la fiducia riposta nel suo Dio, lascerà ogni certezza e ruolo sociale per ritrovare se stesso. E questo suo gesto sarà immensamente fecondo: egli è il padre di tutti i cercatori di Dio.
Se l’arrivo del padrone, ossia il momento in cui il Signore ci rivolge l’appello a compiere un cammino più radicale, non è prevedibile, farsi trovare pronti come i servi, come il popolo di Israele, come Abramo, dà alla risposta fedele dell’uomo un esito ancora più sorprendente: sarà Dio a vestire i panni del servo, facendo sperimentare al discepolo la “scandalosa” beatitudine dell’Altissimo che si china ai nostri piedi.
Camminiamo, allora, nella storia con vigilanza e responsabilità, non per avere una ricompensa al termine del lungo viaggio, ma perché consapevoli di essere stati destinatari del dono gratuito di un amore che ci accompagna e ci scorta lungo tutto il percorso della nostra storia.

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