Sorelle Clarisse: Vide e ne ebbe compassione

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DIOCESI – Lectio delle Sorelle Clarisse del monastero Santa Speranza di San Benedetto del Tronto

«Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto».
«…vide, passò oltre»: è l’atteggiamento che, nei confronti di questo pover’uomo, ha un sacerdote che «scendeva per quella medesima strada».
Probabilmente ha appena finito il suo turno di servizio al tempio; ha vegliato sulla casa di Dio ma non si piega a vegliare su Dio che dimora in quell’uomo ferito e bisognoso.

Forse non vuole rendersi impuro toccando un moribondo.
«…vide e passò oltre»: è la reazione di un levita «giungo in quel luogo». I leviti erano gli addetti al culto e l’atteggiamento del levita in questa situazione ci dice come gesti, oggetti religiosi, riti sacri e regole possono oscurare la legge di Dio, possono fingere una fede che in realtà non c’è.
«…vide e ne ebbe compassione»: è la reazione, invece, di un samaritano che «era in viaggio» e gli passò accanto.
Cos’è che fa la differenza tra gli atteggiamenti di questi tre uomini? C’è uno scarto, come un salto nel racconto ed è in questo «ne ebbe compassione». Tutti e tre vedono ma uno solo “trasforma” quel vedere in avere compassione, uno solo, cioè, fa sì che quel vedere smuova le sue viscere.
Infatti, nel significato greco “avere compassione” è un verbo che riguarda le viscere; “è un fatto di viscere”, sembra dire Gesù. Questa parabola viene a svelare una dimensione, quella della compassione, che è scritta nel più profondo del nostro io, del cuore. Ascolta le viscere, ascolta il cuore, ascolta la capacità di amare che è dentro di te.
«Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui»: il Vangelo si dilunga a descrivere le azioni del samaritano quasi ad indicare che non si tratta di un singolo atto di generosità ma di un atteggiamento che è frutto di attenzione all’altro, di un amore intelligente che sa prevenire i bisogni di chi soffre, di un interessamento colmo di amorosa sollecitudine. Un uomo che accetta di incontrare l’altro e di lasciarsi scomodare dai suoi bisogni, dalla sua realtà. E’ questo che ci chiede il Signore che addirittura ci dice: «Questo comando […] non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. […] Questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica».

E’ uno stralcio dell’ultimo discorso di Mosè al popolo di Israele prima del suo ingresso nella Terra Promessa. Mosè parla di un Dio che si è fatto vicino all’uomo e il cui messaggio non è nascosto né inaccessibile ma vivo nel cuore di chi lo accoglie. Una Parola che ci aiuta a fare un passaggio, quel passaggio che è avvenuto nella esperienza del samaritano: dal prossimo come oggetto da amare al prossimo come soggetto che ama. E’ questo il vero snodo: chiederci se dentro di noi abbiamo la prossimità verso i bisogni degli altri, chiunque essi siano.
Lasciamoci anche oggi aiutare dalle parole del salmista che ha la certezza che solo la Parola del Signore fa gioire il cuore, una Parola, come ci diceva Dio attraverso Mosè, che è vicina a noi e non impossibile da raggiungere:
«La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima;
la testimonianza del Signore è stabile, rende saggio il semplice.
I precetti del Signore sono retti, fanno gioire il cuore;
il comando del Signore è limpido, illumina gli occhi.
Il timore del Signore è puro, rimane per sempre;
i giudizi del Signore sono fedeli, sono tutti giusti.
Più preziosi dell’oro, di molto oro fino,
più dolci del miele e di un favo stillante».

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