La testimonianza del dottor Pellegrini: “Io e mia moglie volevamo diventare medici per essere al servizio di chi è nella sofferenza”

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DIOCESI – Questa settimana abbiamo intervistato il dottor Davide Pellegrini, Direttore dell’Unità operativa di chirurgia oncologica laparoscopica all’ospedale Madonna del Soccorso a San Benedetto del Tronto, che, insieme alla moglie Paola, collabora con il Centro famiglia della Diocesi.

Dottore quando ha inizio la sua esperienza religiosa?
La mia esperienza religiosa è fortemente legata al cammino percorso con mia moglie Paola. Ci siamo conosciuti all’università, studiavamo entrambi medicina. Venivamo da percorsi di vita molto differenti: lei da una fede tradizionale e familiare, io da un cammino all’interno della parrocchia e nel Rinnovamento nello Spirito. Eravamo molto giovani e cercavamo un percorso da fare insieme, come fidanzati. Non era così semplice allora perché, a parte i corsi di preparazione al matrimonio, non c’era nulla per chi vive la semplice esperienza del fidanzamento. Ci sembrava che quel “costruire la casa sulla roccia” dovesse partire da lì, da quel periodo della nostra vita. Proprio nei primi tempi della nostra conoscenza, incontrammo un laureando che stavo organizzando un viaggio con degli amici in una località che non avevamo mai sentito nominare: Loppiano. Ci invitò in maniera molto simpatica, appena rendendo in prestito le parole del Vangelo: “Venite e vedrete”. Scoprimmo una realtà di giovani che provenivano da ogni parte del mondo, lasciando tutto ciò che era importante nelle loro case, per fare un’esperienza di condivisione e di fede basata, come proposto da Gesù, sull’amore reciproco. La tensione a vivere in questa maniera creava un ambiente meraviglioso. Fummo conquistati dalla geniale semplicità di questo modo di incarnare il Vangelo.

Lei e sua moglie volevate diventare medici.
Esattamente. L’attenzione verso il prossimo era insita nella nostra scelta di vita: diventare medici per essere al servizio di chi vive nella sofferenza. Scoprimmo anche che il Movimento dei Focolari, la cui fondatrice Chiara Lubich aveva fatto nascere la cittadella di Loppiano, organizzava incontri per i fidanzati tra Ferrara e Bologna, proprio dove noi studiavamo. Iniziammo così un cammino all’interno di questo movimento, prima come fidanzati e poi come GEN, Generazione nuova, cioè i giovani del Movimento dei Focolari. Questo ci diede la possibilità di lavorare nella diocesi di Ferrara insieme agli altri movimenti e in tante iniziative. Era il periodo della guerra nella ex Jugoslavia e si organizzavano raccolte viveri e indumenti, oltre ai trasporti verso le zone di guerra e attività di sensibilizzazione contro la guerra. I buoni rapporti con gli altri movimenti della Diocesi ci portarono a far parte della Pastorale Giovanile di Ferrara.

Una volta terminati gli studi cosa è successo?
Conclusi i nostri studi ci sposammo e proseguimmo la nostra esperienza in Diocesi nella Pastorale familiare e nel Movimento dei Focolari con Famiglie Nuove: una realtà di condivisione dell’esperienza di vita e religiosa fatta con le famiglie di tutto il mondo. Qualche anno fa, mentre accompagnavamo dei fidanzati ad un incontro internazionale a Roma, alla messa, durante l’eucaristia, ci viene da chiedere: “Cosa vuoi da noi? Ci vuoi a Fontem?”. Fontem è una cittadella come Loppiano, nata nel cuore della foresta del Camerun per rispondere ad un’esigenza sanitaria: molti anni fa la mortalità infantile aveva un tasso superiore al 90%. Per questo motivo il Vescovo della zona, durante un incontro a Roma, si era rivolto a Chiara Lubic, per trovare una soluzione. C’erano infermieri e medici all’interno del movimento e lei chiese la disponibilità di alcuni per andare a vivere in quella zona dell’Africa e creare un ospedale. Da allora, anche grazie alle tante iniziative fatte dai GEN in tutto il mondo l’ospedale è cresciuto notevolmente e ha consentito di portare la mortalità infantile a livelli identici a quelli europei. Ci aveva sempre colpito questa realtà che vive di volontariato e provvidenza, ma con risultati sanitari strabilianti per le difficoltà logistiche in cui opera. Era chiaro che questi risultati non erano solo frutto delle doti di chi ci lavorava ma c’era qualcosa di più.

Ci racconti qualche aneddoto di questo periodo.
Durante una pausa, tra un incontro e l’altro, i responsabili internazionali delle famiglie che tenevano l’incontro per i fidanzati, iniziarono a snocciolare le esigenze nei diversi luoghi del mondo: “Nelle Filippine serve un elettricista, e ancora muratori e idraulici nel Congo, ecc.…”. Per ogni esigenza sembrava che venisse fuori una soluzione. Poi arrivarono a dire: “A Fontem ci servono medici”.  E noi: “Noi siamo due medici “. “Interessante, ma a noi serve un chirurgo!” replicarono. Allora io risposi: “Io sono un chirurgo!”. “Si però quello non è un posto per famiglie. Quanti figli avete?”. E noi: “Non abbiamo figli”.  A quel punto esclamarono “Che bello! Cioè, no -con un po’ di imbarazzo – Volevamo dire, è perfetto perché non è il caso di andare lì con i bambini”. Così partimmo per la foresta del Camerun dove abbiamo trovato amici e tante famiglie che ci hanno accolto nelle loro case, oltre a persone che hanno donato completamente la loro vita per gli altri lasciando tutto quello che avevano. È stata un’esperienza bella e dolorosa allo stesso tempo: la nostra idea occidentale di voler risolvere ogni situazione a tutti i costi, fa i conti con una realtà totalmente diversa che difficilmente si adatta alle nostre idee di efficienza. Ti devi affidare e facendolo scopri una provvidenza speciale; quando pensi di non poter far nulla è lì a soddisfare esattamente ciò che ti manca, nulla di più e nulla di meno.

Poi c’è l’adozione, e oggi avete tre meravigliosi figli.
Rientrati in Italia, ci stavamo organizzando per trasferirci per un periodo più lungo a Fontem. Prima di partire, avevamo avviato le pratiche per l’adozione e così poco prima di partire nuovamente, arrivò una richiesta urgente dalla Lituania per tre bambini. E pensare che stavamo per consegnare i documenti per l’adozione in Brasile, dove mia moglie aveva studiato da ragazza e sicuramente non avremmo avuto il problema della barriera linguistica. Per questo motivo avevamo escluso la Lituania dalle possibili nazioni in cui adottare. A maggior ragione questa richiesta, per la quale non era sicuro un esito positivo, sembrava metterci alla prova chiedendoci di superare le nostre piccole paure. Oggi i nostri tre meravigliosi figli provengono dalla Lituania. La nostra vita, come quella di tante persone, è un po’ più complicata. Continuiamo a collaborare con il Centro famiglia della Diocesi dove Paola è stata per tanti anni responsabile del Centro Accoglienza alla vita e in parrocchia. Nel nostro lavoro continuiamo a portarci dietro il bagaglio di esperienze fatte da ragazzi: quel continuo esercizio a cercare di riconoscere il volto di Gesù nel prossimo. Nel nostro mestiere è molto più semplice, il volto di Gesù è evidente in chi soffre. Anche i più duri di noi, primo o poi, saranno costretti a riconoscere questa realtà vivendola ogni giorno.

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