I pescatori sambenedettesi Carlo Di Domenico e Pietro Ricci ci raccontano i grandi cambiamenti del loro lavoro

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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – “Il mare è qualcosa da cui non puoi scappare. Il mare chiama. Non smette mai, ti entra dentro, ce l’hai addosso, è te che vuole. Puoi anche far finta di niente, ma non serve. Continuerà a chiamarti. Senza spiegare nulla, senza dirti dove, ci sarà sempre un mare che ti chiamerà.”

Ho pensato a queste parole di Alessandro Baricco subito dopo aver ascoltato il racconto di Carlo Di Domenico e Pietro Ricci, i proprietari di due pescherecci storici ancorati al porto di San Benedetto del Tronto. Inauguriamo con loro una serie di interviste attraverso le quali vogliamo conoscere meglio la Marineria di San Benedetto del Tronto, le sua ricca storia, le difficoltà contingenti e i sogni per un futuro possibile.

Quando e come avete iniziato questo lavoro?
Carlo: “Mio padre faceva il pescatore ed io lo vedevo solo tre volte all’anno. Allora il mare era meno sicuro di oggi: si usciva anche in condizioni meteorologiche avverse e si rischiava la vita. Però, nonostante questo, fin da piccolo, ho amato il mare e intorno ai quindici anni ho desiderato imbarcarmi, mi sono anche imposto su mio padre, ho dovuto combattere per lasciare gli studi e partire. Dopo aver fatto il libretto di navigazione, mi sono impegnato per ottenere l’attestato professionale di Padrone Marittimo ed avere così l’abilitazione a comandare i pescherecci. E da quel momento non mi sono più fermato. Dopo una breve esperienza qui a San Benedetto del Tronto e poi a La Spezia, ho deciso di acquistare un’imbarcazione con mio zio. Il momento più duro è stato quello in cui abbiamo perso la barca. Con lei sembravano affondati anche la nostra possibilità di lavorare, i nostri sogni e quindi le nostre vite. Non è stato semplice rimettere da parte il denaro necessario per un nuovo investimento, ma soprattutto non è stato semplice affidarsi nuovamente al mare, tornare a dargli fiducia dopo quello che era accaduto. Eppure ce l’abbiamo fatta. Siamo ancora qui a combattere e lottare per il nostro lavoro e per la nostra vita.”
Pietro: “Io vengo da una famiglia che vanta quattro generazioni di pescatori: il mio bisnonno andava a vela lungo queste spiagge; mio nonno invece ha acquistato un peschereccio con il quale si è spinto fino in Tunisia e in Algeria; anche mio padre ha girato il Mediterraneo, ripercorrendo le strade che erano state di suo padre. Io, però, nella vita volevo fare tutt’altro: spesso, infatti, da bambino vedevo mio padre stanco e non volevo assolutamente affrontare un lavoro così faticoso che mi rendesse privo di energie come succedeva a lui. Eppure, intorno ai quattordici anni qualcosa è cambiato. Il richiamo del mare è stato talmente forte che che mi ha appassionato quasi all’improvviso. Durante la mia adolescenza, negli anni 80, il porto era un vero e proprio luogo di aggregazione: ci si aiutava reciprocamente, si faceva squadra, si condividevano sogni ed emozioni. Quella del porto era una piccola comunità di cui io mi sentivo parte integrante. È iniziato tutto così e, in poco tempo, il mare mi ha svelato tutto il suo fascino. Il mare è così: una volta è per sempre.”

Come si svolgono le vostre giornate di lavoro?
Pietro: “In genere usciamo in mare verso le 23:30 e facciamo un po’ di navigazione: per le imbarcazioni più piccole sono sufficienti 40/50 minuti di navigazione per giungere a circa 6 miglia dalla costa, mentre le imbarcazioni più grandi impiegano anche due ore per arrivare a circa 20 miglia dalla costa. Una volta raggiunta la zona di pesca, si cala la rete fino a farle toccare il fondale. Ogni calata dura circa due ore, due ore e mezza. In questa fase c’è solo il comandante di guardia o il vice comandante, mentre il resto dell’equipaggio dorme. Una volta terminata la prima calata, si svegliano tutti, si tira su la rete e si inizia a selezionare il pesce, a sistemarlo nelle varie cassette e a riporlo in ghiacciaia. Queste operazioni durano circa un’ora un’ora o poco più. A quel punto il comandante della prima calata scende a riposarsi e viene sostituito dal vice o viceversa. Nel frattempo che la rete scende nuovamente, l’equipaggio dorme ancora oppure mangia oppure chiacchiera: ognuno fa quello che vuole in attesa di tirare nuovamente su la rete della seconda calata. Queste operazioni in genere vengono ripetute sei o sette volte nell’arco delle 24 ore. Verso la mezzanotte, massimo l’una si effettua il rientro in porto.”

Come vengono divisi i compiti su un’imbarcazione e quanto guadagna un addetto alla pesca a seconda del suo ruolo?
Carlo e Pietro: “In ogni imbarcazione può esserci un numero diverso di persone occupate, a seconda della grandezza dell’imbarcazione e del tipo di pesca effettuata. Ad esempio, per la pesca dei rapidi, che viene eseguita mediante le gabbie (come la pesca delle sogliole), c’è bisogno di una manovalanza maggiore e ogni imbarcazione può necessitare di 7/10 persone. In ogni caso, anche l’imbarcazione più piccola conta almeno quattro unità: un comandante, un direttore di macchina e due marittimi. In genere una buona parte del personale di coperta è di nazionalità tunisina, perché è difficile trovare manovalanza italiana: questo mestiere, infatti, non lo vuole fare quasi più nessuno. Negli anni purtroppo non c’è stato un ricambio generazionale adeguato. Qui a San Benedetto del Tronto inoltre non c’è più una scuola professionale che possa avviare i giovani studenti sambenedettesi verso questo settore. Un tempo esisteva un corso specifico per le varie qualifiche di personale di bordo all’interno dell’Istituto Professionale del Commercio e dell’Artigianato e c’era addirittura una nave scuola che permetteva di formare direttori di macchina e comandanti. Oggi, invece, i giovani che si avvicinano lo fanno purtroppo solo per un’esigenza di natura economica: chi non riesce a trovare un impiego migliore, ripiega su questo settore. Io, invece, ricordo che quello che mi ha fatto innamorare di questo lavoro era l’atmosfera che si respirava qui al porto. Chiunque si avvicinava entrava a far parte di questa grande famiglia. E, nonostante il periodo negativo che stiamo passando, credo che questo lavoro possa dare ancora molto all’economia. Non si può vivere con un reddito di cittadinanza o con una cassa integrazione. Il nostro, al contrario, è un settore che dà lavoro undici mesi all’anno, tenendo conto del fermo biologico di un mese, e quindi può ancora dare una redditività.
Per quanto riguarda l’aspetto economico, bisogna riconoscere che questo lavoro è abbastanza duro e che la retribuzione non è adeguata alla mole di lavoro che viene richiesta. Ai tempi di mio padre, quando si facevano sacrifici ancora maggiori per andare a pescare in altri paesi del Mediterraneo, come ad esempio in Marocco, terminata una bordata, un pescatore riusciva ad acquistare quasi un appartamento o comunque un’automobile. Oggi neanche con lo stipendio di sei mesi di lavoro si riesce a comprare un’auto! Figuriamoci un appartamento!

I salari sono scesi di parecchio già negli anni che hanno preceduto la pandemia, quando un marittimo poteva contare su uno stipendio mensile di 1.500/2.000 euro, una somma comunque dignitosa, adeguata alle ore e alla mole di lavoro che questa occupazione richiede. Oggi la situazione è precipitata. Noi cerchiamo di fornire un minimo monetario garantito che si aggira intorno ai 1.000 euro, ma si tratta di un sacrificio che stiamo facendo noi armatori, reinvestendo l’utile degli anni precedenti: se, infatti, tenessimo conto dell’utile attuale, non ci uscirebbero stipendi dignitosi per i nostri pescatori. Per ovviare a questo problema stiamo attingendo ai nostri risparmi personali, ma non possiamo garantire questo ancora per molto tempo.”

Qualche sera fa ci sono stati disordini durante le operazioni di scarico del pesce. Come mai?
Carlo: “Ormai da tempo stiamo protestando a causa del caro gasolio. Dopo un periodo di sciopero abbiamo deciso di tornare in mare, come già dichiarato durante la scorsa assemblea che si è svolta ad Ancona il 2 giugno con le numerose Marinerie. In quell’occasione, Giuseppe Pallasca, il presidente dell’Associazione ‘Imprese di pesca’, che annovera tra i suoi associati la quasi totalità dei Pescatori di San Benedetto del Tronto, ha chiaramente anticipato a tutti i presenti come avremmo agito, quindi tutti sapevano che saremmo usciti in mare due giorni. Come noi, anche altre marinerie si sono nuovamente imbarcate, come ad esempio quelle di Chioggia ed Ancona. Ma, poiché, risalendo lo Stivale, noi siamo i primi che hanno ripreso l’attività, da noi sono giunti alcuni colleghi abruzzesi e pugliesi per farci desistere. Ma i nostri colleghi non ce l’avevano con noi, hanno creato un po’ di disordini solo perché volevano protestare e pretendevano uno sciopero ad oltranza sul quale noi, fin dall’inizio, eravamo in disaccordo. E ci teniamo a precisare che le motivazioni che spingono i nostri colleghi a scioperare sono ampiamente condivise anche da noi pescatori della Marineria Sambenedettese. L’esorbitante costo del carburante, infatti, non ci permette di andare in mare a fare il nostro lavoro. Ad una imbarcazione di media grandezza, per partire occorrono circa 2.500 euro tra gasolio, olio e casse di polistirolo. Il gasolio, in particolare, costituisce il 70% dei costi totali e, se il prezzo non si abbassa, non saremo più in grado di lavorare e dare uno stipendio adeguato ai nostri collaboratori. Tra l’altro i costi alti del gasolio creano anche problemi di sicurezza per le imbarcazioni. A causa dei prezzi esorbitanti, infatti, noi armatori non siamo in grado di acquistarne una grande quantità e non possiamo partire quindi con un carico pieno di gasolio: questo fa sì che, in condizioni di mare cattivo, i pescherecci siano più instabili e non abbiano la giusta zavorra per affrontare le onde burrascose.”

Ieri si è svolta ad Ancona un’importante assemblea di pescatori di numerose marinerie che hanno discusso sulla gestione futura delle proteste. Cosa avete deciso?
Carlo e Pietro: “Noi non abbiamo partecipato direttamente all’assemblea, però aderiamo alla decisione presa dai nostri rappresentanti che in un comunicato stampa hanno dichiarato che lunedì e mercoledì torneremo in mare per due giornate di pesca, mentre martedì resteremo fermi per vedere cosa emerge dalla Conferenza Stato-Regioni in cui si parlerà appunto della pesca.

Martedì scorso è stato avviato il progetto “Clean Sea Life – A Pesca di Plastica 2022”, il primo esempio di applicazione della legge “Salvamare” nelle modalità di gestione dei rifiuti accidentalmente pescati. In che modo voi siete coinvolti?
Carlo: “Questo progetto è partito nel 2018 qui a San Benedetto portato avanti da dieci pescherecci della nostra città. L’anno successivo si è esteso il protocollo per la raccolta dei rifiuti a tutti i pescherecci della città di San Benedetto del Tronto ed è così che la raccolta di plastica nell’Adriatico curata dai pescatori sambenedettesi è giunta agli onori della ribalta. Successivamente la raccolta dei rifiuti a mare è divenuta legge dello Stato con il provvedimento chiamato ‘Salvamare’, ma, poiché ancora mancano alcuni decreti attuativi, qualche peschereccio ancora si sottrae a questo obbligo che, prima ancora che essere un obbligo di legge, dovrebbe essere un dovere etico. Ad ogni modo la legge afferma che i rifiuti raccolti in mare non sono da considerarsi spazzatura privata prodotta dal peschereccio, bensì rifiuti generati dalla comunità e – come tali – i relativi costi di smaltimento non sono a carico della pescatori, bensì dell’intera comunità. Per ora questo servizio non viene remunerato, ma viene fatto volontariamente da noi pescatori con passione e spirito di servizio a beneficio di tutta la comunità: effettuando questo tipo di pulizia del mare, infatti, le acque risultano più pulite e anche il pesce che noi utilizziamo è di maggiore qualità.”

Come vedete il vostro futuro? Cosa vi aspettate?
Pietro: “Questo lavoro è talmente bello che, nonostante la fatica, vorrei tramandarlo e consigliarlo anche alle generazioni future. Ho avuto l’opportunità nei giorni scorsi, in occasione della Giornata Mondiale Marittima Europea svoltasi a San Benedetto del Tronto, di incontrare alcuni ragazzi che sono venuti in visita da noi ed hanno avuto la possibilità di vedere cosa combiniamo in mare. Quello per me è stato un momento bellissimo che mi piacerebbe ripetere. Credo che se riuscissimo a trasmettere il nostro amore per il mare alle nuove generazioni, il futuro sarà sicuramente positivo.
Carlo: “Anche a me piacerebbe trasmettere la bellezza del nostro lavoro. Quello che personalmente mi entusiasma è il contatto con la natura. Il mare è un elemento naturale bellissimo da vivere ed è una metafora della vita: ci sono momenti belli e momenti brutti. Come racconta bene una canzone che a volte sento cantare a Messa, che dice ‘una notte di sudore, una barca in mezzo al mare, …’ Capita spesso che, dopo una nottata di fatiche e sacrifici, ci si accorga al mattino di aver raccolto poco o niente. Altre volte, invece, il mare ti dà grandi soddisfazioni. In altri momenti dispensa anche ricordi colmi di tristezza o rimpianti. Ricordo quando la mia prima barca è stata speronata da un mercantile ed è andata a fondo o quando alcuni pescatori hanno lasciato la loro vita tra le onde alte di una tempesta. Ecco, questo è il mare: ti può regalare tutto e togliere tutto all’improvviso. Come la vita. Se ami la vita, ami anche il mare.”

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