Lo Spirito che abita in noi

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DIOCESI Lectio delle Sorelle Clarisse del monastero Santa Speranza di San Benedetto del Tronto.

Gesù sale al cielo, l’abbiamo visto domenica scorsa, solennità dell’Ascensione del Signore; oggi, domenica di Pentecoste, lo Spirito scende.
Certo, salire e scendere non sono due verbi da prendere alla lettera, sono soltanto un modo umano per descrivere non due eventi eccezionali accaduti duemila anni fa e che, ogni anno ci limitiamo a ricordare, ma la quotidianità ordinaria della nostra fede. Cerchiamo di comprendere meglio…
Gesù è risalito verso il Padre perché ormai la sua Parola è seminata in noi. Il vero santuario dal quale si irradia Dio, cioè, non è più una costruzione fatta da mani di uomo ma è la comunità dei credenti, è l’uomo stesso.
Nel Vangelo Gesù dice: «Se uno mi ama, osserverà la mia Parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui».
Il Dio di Gesù non è un Dio al di fuori dell’uomo, è un Dio intimo, interiore all’uomo, che gli comunica le sue stesse energie e capacità d’amore, cioè gli dona lo Spirito Santo. Lo Spirito non viene in noi un giorno della nostra vita ma abita già in noi, è il modo con cui Dio abita in noi. Non esistono ambienti sacri al di fuori dell’uomo. L’unica esperienza del sacro è all’interno dell’uomo e della comunità. Non c’è più un Dio che rimane solo Dio e un uomo che rimane solo uomo, ma un entrare l’uno nell’intimità dell’altro, in quell’intimità dove ciascuno si conosce, sa delle sue profondità e dei suoi segreti.
Scrive San Paolo nella Lettera ai Romani: «E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi». Uno Spirito che dà vita, che ci aiuta, cioè, a scardinare e togliere tutto ciò che ricopre il volto di Dio e la sua Parola. Uno Spirito che ci aiuta con la parte oscura che è in noi, quella che aveva chiuso gli apostoli nella paura e nel timore, impedendogli di essere veramente discepoli. Uno Spirito che ricostruisce i linguaggi, uno Spirito che, se ascoltato, ci dona la grazia di capirci, di intenderci, di comunicare, di superare l’arroganza dell’uomo che costruisce torri e steccati per manifestare la propria forza e usa il linguaggio del potere che non fa capire ma che confonde, che allontana.
Lo scrive Luca nella prima lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli, proprio raccontando gli effetti della discesa dello Spirito Santo sui discepoli di Gesù: «…cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi…Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo…ciascuno li udiva parlare nella propria lingua…».
Uno Spirito che «insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto», dice il Signore. E’ lo Spirito, è l’amore che ci fa ricordare nel cuore le parole di chi amiamo, che ci ricorda e ci dà la forza di vivere il Vangelo, la Buona Notizia che Gesù ci ha portato. Ricordare è continuare a vivere di una Parola, è scegliere di affidarsi a questa Parola, è tenersi stretti alla Parola dell’Amato e non lasciarsela sfuggire! E la Parola ci guiderà nel nostro cammino di vita, nello scorrere della storia, nello scorrere di un quotidiano che ci chiama ad essere, per gli altri, apertura verso il cielo!

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