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DIOCESI – Lectio delle Sorelle Clarisse del monastero Santa Speranza di San Benedetto del Tronto.

Gli apostoli sono tornati là dove tutto ha avuto inizio, al loro mestiere di prima. Sono tornati a pescare: fine dell’avventura, fine della parentesi mistica con Gesù, si torna alla realtà.
Avevano abbandonato tutto per seguire Gesù ma, dopo la sua morte, si erano ritrovati come orfani nella vita. Eppure giorni prima Gesù era apparso loro nel cenacolo, aveva lasciato loro una missione. Ma è sempre duro il cammino della fede…per tutti!
E, nonostante quella apparizione si fosse ripetuta otto giorni dopo per fugare i dubbi di Tommaso, nei discepoli era rimasta un’ombra. Da qui, il ritorno al vecchio mestiere di pescatori sul lago di Tiberiade. E ancora una volta, lo leggiamo nel Vangelo di Giovanni, notti di fatica, barche e reti vuote, volti delusi.
«Quando era già l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: “Figlioli, non avete nulla da mangiare?” Gli risposero. “No”».
E proprio qui, al fondo della rassegnazione, Gesù getta loro una Parola che li rimanda al largo: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete».
Quando noi ci buttiamo via, Lui ci viene a tirare fuori; quando siamo stanchi di Lui, Lui non è stanco di noi; quando tiriamo le reti in barca, Lui torna a romperci l’anima. Perché se recidiva è la nostra rassegnazione, altrettanto recidivo è il suo tornarci in mezzo per liberarcene.
Pietro e gli altri discepoli gettarono la rete «e non riuscivano a tirarla su per la grande quantità di pesci».
«E’ il Signore!», esclama Giovanni, e subito Pietro è fuori dalla barca a corrergli incontro.
Gesù ha già acceso il fuoco, c’è già del pesce sulla brace insieme con del pane. Ma chiede agli apostoli di portare un po’ del pesce da loro pescato per cuocerlo insieme all’altro. Questo è il Signore! E questa è la Chiesa! Grazia e peccato, tenerezza di Dio e vergogna nostra si mescolano e, insieme, sfamano.
Proprio da qui comincia il dialogo tra Gesù e Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro? “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene».
Mi ami più di costoro? Sì, ti voglio bene. Pietro risponde con un altro verbo, quello dell’affetto, dell’amicizia. Ma Gesù non fa questione, anzi, consegna a Pietro, a questo Pietro, nella sua umanità più piena, la sua Chiesa: «Pasci i miei agnelli».
Gesù, allora, rallenta il passo, sul ritmo di quello di Pietro. Non più «…mi ami più di costoro?» ma «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». E la risposta? «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene».
E Gesù continua a confermare quanto ha promesso poco prima a Pietro: «Pasci le mie pecore».
Gesù scende ancora, si abbassa, si avvicina, raggiunge Pietro là dove è: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene? “Signore, tu conosci tutto, tu sai che ti voglio bene” Gli rispose Gesù: “Pasci le mie pecore”». Simone, mi vuoi bene? È la domanda finale di Gesù, a dire…dammi affetto, se l’amore è troppo, amicizia se l’amore ti mette paura. Pietro, sei mio amico? Mi basta, perché il tuo desiderio di amare è già amore.
E l’ultima parola di Gesù a Pietro sarà come la prima che, in quello stesso luogo, il Signore gli rivolse tre anni prima, quando la loro avventura era cominciata: «Seguimi».
Alla fine, ciò che conterà è solo aver seguito Lui. E tutto ciò non è questione di coerenza ma di vita vissuta. Il mondo, infatti, crederà in Dio non perché proclamato da una schiera di venditori di dottrine ammantate di verità, ma perché incarnato in uomini e donne credibili, che hanno fatto della loro vita un faticoso tentativo di amore, di perdono, di misericordia…come Pietro…come ciascuno di noi!

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