Riviera, stili di vita e di case di un tempo tra nostalgia e particolarità

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RIVIERA – Un tempo c’era molta differenza di stile di vita a seconda del luogo dove si abitava. Ad esempio i contadini e i “cittadini” avevano una vita diversa rispetto ai marinai e pescatori. Queste differenze si rispecchiavano anche nella struttura architettonica delle case. Il nostro territorio presenta un ventaglio di prospettive geografiche, ambienti e paesaggi immenso. Dal mare alla montagna, intramezzato da un susseguirsi di colline verdissime tra Marche e Abruzzo. Le case dei pescatori erano raggruppate in alcuni quartieri . Erano case cielo-terra strette ed alte attaccate le une alle altre..a piano terra si affacciavano direttamente sul marciapiede, dove sedie e sediole erano sempre presenti e occupate da anziane che lavoravano le reti o pulivano verdure. Lungo i marciapiedi oggi si direbbe che c’erano i “ gruppi whatsapp”, i cosiddetti “social” dell’era analogica. Bastava “collegarsi” e c’era subito l’ “aggiornamento” ( update)…Alle volte davanti alla facciata delle case vi era una vite che saliva dal marciapiede fino al soprastante balconcino, da cui in autunno era possibile raccogliere i succosi grappoli d’uva zuccherina. Tale vite serviva pure da ombreggiante durante i mesi della calura estiva ai nonni che, col cappello calato sugli occhi e le mani in grembo, sonnecchiavano sull’uscio sorvegliando ogni cosa ad occhi socchiusi. All’interno le stanze erano scure, c’era la cucina, a sinistra ( o viceversa) una sorte di saletta e una scalinata ripidissima che spaccava le gambe a salirci , con sopra le camere. La tazza del wc era di solito miseramente ospitata nel sottoscala , con – a volte – la classica finestra ovale. Austeri ed essenziali – oggi si direbbe “basic” gli arredi.

In campagna la casa poteva anche essere di “terra” cioè di mattoni di fango, terra e sabbia impastati con canne spezzettate e poi asciugati al sole per 25 giorni, insomma realizzata con materiali poveri se pochi erano i soldi. Davanti c’era l’aia, lastricata con ciottoli di fiume, dove veniva battuto il grano e dove nei periodi di festa e raccolto si allestivano tavolate e si ballava il saltarello con fazzoletti rossi svolazzanti e camice bianche. Di solito la camera da letto era collocata sopra la stalla, poiché le mucche ed il letami emanavano calore, che dai solai di legno faceva più tiepida la camera. Era una stanza polifunzionale si direbbe oggi: a volte diventava sala parto, in quel letto si nasceva e si moriva secondo il ciclo della vita. I pagliericci erano di foglie di granturco e sembravano dei palloni.

I contadini quando si recavano in città, lasciavano gli zoccoli di legno o di corteccia rovesciata allineati sotto la porta del borgo e si infilavano le “preziose” scarpe con le quali, orgogliosamente, abbinate con l’abito della festa – facevano risuonare, tramite i chiodini sotto le suole, il selciato. Se le sarebbero cambiate nuovamente all’uscita dal borgo, per indossare gli zoccoli atti al terreno battuto ed alla campagna fatta di sentieri tra i campi arati. Anche con l’udito quelle stesse scarpe potevano rivelare se il proprietario fosse ricco o povero: se i chiodi non si sentivano molto risuonare per terra, erano ricchi: se viceversa si sentivano tanto erano poveretti, con suole consumate tanto che le capocchie dei chiodi sporgevano. Per non parlare delle suole bucate, spesso “rammendate”  con suolette interne di cartone. Di cartone erano anche le valige dei viaggiatori, degli emigranti, quando non erano semplici sacchi fatti con le lenzuola.

I racconti dei nonni su queste povertà non erano favole, ma realtà.

 

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