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“BenèPossibile!”, Elena e Marco del Gruppo Scout Grottammare 1 prendo parte al progetto nazionale “Sosteniamo iniziative volte al bene comune”

GROTTAMMARE – Ragazze e ragazzi del Clan Fuoco, appartenenti al Gruppo Scout Grottammare 1, quindi giovani di età compresa tra i 16 e 21 anni, stanno partecipando al progetto nazionale “BenèPossibile!”. Si tratta di un’occasione per sperimentare la partecipazione e la rappresentanza, oltre ad attuare azioni “possibili”, per il bene comune sul territorio, mettendo in rete giovani che aderiscono all’iniziativa. Gli alfieri del progetto, per quanto riguarda la realtà di Grottammare, sono Elena Vespasiani che frequenta il quinto anno di liceo delle Scienze umane a Ripatransone e Marco Scartozzi all’ultimo anno del liceo Scientifico Rosetti a San Benedetto del Tronto.

Quando è iniziata la vostra esperienza?
L’esperienza “BenèPossibile” ha preso il via nei giorni scorsi. Si sviluppa in varie fasi: scelta di due alfieri per clan e discussione in comunità di situazioni che necessitano di un intervento avente carattere sociale, civile oppure educativo; riunione di tutti gli alfieri di zona per condividere e discutere le proposte di ogni comunità R/S. Viene dunque definito come realizzare l’azione selezionata, che poi in seguito sarà realizzata; la relazione sarà poi consegnata all’associazione della Chiesa e alle amministrazioni il prossimo mese di maggio.

Entrambi diciottenni, perché avete scelto di aderire a questo progetto nazionale?
Principalmente il motivo per il quale abbiamo deciso di partecipare a questo progetto, e di esserne porta voci, è perché intendiamo sostenere iniziative che hanno come scopo il bene comune, ovvero uno sguardo rivolto verso l’altro. Riteniamo sia fondamentale, per noi giovani, interessarsi ad iniziative sociali sin da subito, così da poter migliorare, anche se in piccola parte, la nostra comunità e società.

Quali sono le principali problematiche da affrontare a vostro avviso?
Le problematiche che, a parer nostro, necessitano attenzione sono due: in primis la “pubblicizzazione” dell’Avis, quindi il tentativo di stimolare i giovani ad intraprendere un percorso di donazione di sangue piuttosto che di midollo o plasma e, in secondo luogo, la realizzazione di ripetizioni e lezioni a coloro che sono immigrati da poco in Italia.