Lectio Sorelle Clarisse: “È l’Amore che raggiunge sempre l’amato”

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DIOCESI – Lectio delle Sorelle Clarisse del monastero Santa Speranza di San Benedetto del Tronto.

Ascoltiamo come comincia la pagina evangelica odierna: «Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto».
Ma che interesse possiamo avere per un tale inizio?
Che senso ha per noi trovarci di fronte a questo elenco di nomi di persone, regioni, titoli a volte anche difficili da pronunciare?

Innanzitutto, ci raccontano di una Parola di Dio che opera, lavora, si innesta nella storia ordinaria e quotidiana dell’uomo. Questo elenco ci dice di un preciso momento storico, vale a dire che la Parola di Dio non è qualcosa che viaggia sopra le nostre testa, le nostre vite ma ci parla dentro quello che è il nostro vivere di tutti i giorni.
Ancora…questi versetti ci parlano di un Dio che non si manifesta all’imperatore Tiberio, al governatore Pilato, al tetrarca Erode, ai sommi sacerdoti Anna e Caifa, ma…a Giovanni.
Sì, a Giovanni, semplicemente Giovanni, un piccolo uomo che vive nel deserto. Una Parola che evita con cura tutti i potenti, tutti i grandi agli occhi del mondo, tutti coloro che fanno del loro titolo lo strumento per darsi autonomamente sostanza e sostegno.
La Parola scende su colui che è nel deserto, luogo dove ci si sente piccoli, indifesi, bisognosi degli altri.
E poi cosa accade? Accade che, dal deserto, dall’incontro con Dio e la sua Parola, Giovanni «percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati».
La parola “conversione” …quasi non ne possiamo più di sentir parlare di conversione…ma la nostra storia, la storia e la dinamica della nostra relazione con il Signore è tutta lì.
Convertirsi non significa cercare di essere più buoni, significa girare la nostra attenzione verso il Signore, contrariamente al peccato che è lo sviare la nostra attenzione dal Signore mettendo al primo posto altre cose.
Questo ci viene chiesto, questo chiede con insistenza Giovanni.
E a partire dal nostro desiderio di girare lo sguardo verso il Signore, sarà poi Lui stesso che si metterà all’opera per realizzare, come canta il salmista, «grandi cose per noi».
Lo dice Giovanni ma, ancor prima, lo grida il profeta Baruc nella prima lettura.
Sì, si preoccuperà il Signore di «spianare ogni altra montagna e le rupi perenni», di buttar giù, cioè, tutti le nostre resistenze.
Si preoccuperà il Signore di «colmare le valli livellando il terreno», di riempire, cioè i burroni delle nostre fragilità, delle nostre fatiche più o meno superate.
Si preoccuperà il Signore di raddrizzare le vie tortuose e spianare quelle impervie.
Tutto ciò perché ogni uomo, ciascuno di noi, possa vedere la salvezza di Dio.
Siamo chiamati a vedere la salvezza, non più a doverla fare; siamo salvati, non dobbiamo ancora salvarci.
È l’Amore che raggiunge sempre l’amato, ovunque questo si trovi…e sempre in modo gratuito.
«Perché Dio ricondurrà Israele con gioia alla luce della sua gloria, con la misericordia e la giustizia che vengono da lui».

È Dio che ci scorta nel cammino, è Dio che ci accompagna nella gioia, nell’amore, con misericordia, con giustizia…a noi solo alzare lo sguardo verso di Lui e fidarci quando ci dice: “Deponi la veste del lutto e dell’afflizione, rivestiti dello splendore della gloria che ti viene da me per sempre. Avvolgiti nel manto della mia giustizia, metti sul tuo capo il mio diadema di gloria perché io mostrerò il tuo splendore a ogni creatura sotto il cielo”.

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