Don Vincenzo Catini: “Tornando a casa ho scoperto il vero e drammatico senso della solitudine”

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Don Vincenzo Catani

CASTIGNANO – Se cerchi il significato di RSA trovi questa definizione: “Le Residenze Sanitarie Assistenziali sono strutture non ospedaliere, che ospitano per un periodo variabile da poche settimane al tempo indeterminato persone non autosufficienti, che non possono essere assistite in casa e che necessitano di specifiche cure mediche di più specialisti e di un’articolata assistenza sanitaria”.
Dietro questa fredda definizione da dizionario si nasconde però un mondo che sa di difficile vita quotidiana di tanti anziani collocati in “zona parcheggio”, o meglio rottamati dalla vita e dalla società e dalla famiglia.
Sono andato in una Rsa e vi sono rimasto un’ora. Prenotazione obbligatoria giorni prima, green pass, mascherina, sanificazione, distanziamento obbligato, tempo limitato di visita, presenza di un operatore, nessun contatto fisico. Precauzioni giustificate in tempo di paura come quello che stiamo vivendo.
Il problema è che in quell’incontro mi è mancato (ed è mancato all’anziano ospite) il sorriso, quello che ti esce spontaneo e fresco in un incontro fra vecchi amici, quello che viene dalle battute scontate ma spontanee, quello delle sciocchezze dette e ripetute come tante altre volte, quello di un’amicizia che viene dalla pacca sulla spalla, quello di un momento di relax che ha il sapore della reciproca simpatia. Al termine anche il regalo che tormentavo fra le mani e che ho lasciato all’operatore mi è sembrato come una tassa da pagare, come un tributo ad una “organizzazione semi-ospedaliera” più che quella dolce sorpresa a cui l’amico risponde che “non c’era bisogno di scomodarsi”. Io invece volevo scomodarmi, e come!
Tornando a casa ho scoperto il vero e drammatico senso della solitudine, una solitudine che chiamerei “da sicurezza”. E penso che questa solitudine uccide più del virus che combattiamo. Si può morire anche di depressione, di non relazione, di speranze deluse, di mancanza di calore familiare, di abbracci mancati, di rigidi protocolli da rispettare, di asettiche ordinanze ministeriali. Anche una volta superata la pandemia le ore in una Rsa non passano mai, e a tenere acceso il lumicino della speranza c’è sempre quell’attesa del “momento di visita”, quando per qualche ora entra il calore della famiglia e dell’amicizia.
Chissà se fra le tante feste e le tante giornate che ormai a valanga si fanno (compresa la “giornata dell’ippopotamo in estinzione”) a qualcuno non venga in mente di fare una “giornata contro la solitudine delle Rsa”. E forse qualcuno ripeterebbe queste “giornate” più volte durante l’anno.

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1 commento

  • Giuseppe Marraffa     11 ottobre 2021 alle 15:51     Permalink

    Carissimo Don Vincenzo, condivido pienamente le sue riflessioni che ci dovrebbero far pensare sulla solitudine che i nostri anziani vivono nelle RSA e la si tocca con mano andando a fare visita. Purtroppo la società ha scoperto questa strada per “abbandonare” i propri cari in queste strutture proprio quando hanno bisogno di una carezza.

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