Eutanasia, Vescovo Bresciani: “Lasciarsi portare solo da slogan o propaganda studiati per sollecitare l’emotività non porta mai nulla di buono”

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San Benedetto del Tronto, il vescovo mons. Carlo Bresciani

DIOCESI – “Il dibattito intorno alla possibilità di fare una legge che disciplini la richiesta di morte, cioè che introduca l’eutanasia, almeno in alcuni casi, ritorna oggi con frequenza. Si invoca anche un referendum per costringere il Parlamento italiano ad emanarla”. Si apre con queste parole la nota del Vescovo della diocesi di San Benedetto del Tronto – Ripatransone – Montalto, Mons. Carlo Bresciani, in merito alla richiesta di referendum sull’eutanasia.

Il Vescovo Bresciani afferma: “Credo che sia necessario rifuggire da troppo facili semplificazioni che portano solo a posizioni ideologiche, dimenticando la persona malata o morente. Lasciarsi portare solo da slogan  o propaganda studiati per sollecitare l’emotività non porta mai nulla di buono.

Bisogna riconoscere che il dibattito è collegato in un certo qual modo al quel progresso tecnico medico-scientifico che permette il prolungamento della malattia, rendendola cronica o rallentandone fortemente il suo progredire verso la morte, senza poter dare la guarigione. È indubbio che in tal modo si aumenta il periodo di sofferenza della persona causato dalla malattia, rendendolo più gravoso, sia dal punto di vista fisico, sia dal punto di vista psicologico. Non poche, inoltre, sono le ripercussioni dal punto di vista assistenziale sia per i parenti sia per il sistema sanitario.

Si pone, quindi, la domanda come far fronte a queste problematiche che sono vere. La persona malata con i suoi bisogni e con il carico di sofferenza che la malattia gli impone deve rimanere sempre al centro di ogni preoccupazione. Essa non è solo un corpo malato, ma una persona malata, con bisogni che richiedono l’intervento del medico, ma non solo del medico, proprio perché non si tratta solo di un corpo malato, ma di una persona che soffre.

Curare il corpo e prolungare il tempo di sopravvivenza nonostante la malattia, quindi, è certamente buona cosa, ma non è sufficiente. È necessario un approccio che si faccia cura di tutta la persona e di tutte le sofferenze che la malattia impone, a partire dal dolore fisico che impedisce  attività e relazioni.

Il ricorso alle cure palliative, tese ad eliminare il dolore, diventa perciò la risposta indispensabile che salva la dignità del paziente. Se la malattia non si può più guarire, curiamo almeno il dolore e la sofferenza che la malattia impone. Le cure palliative sono una risposta oggi disponibile e prevista anche dalla legge: è necessario renderle accessibili a tutte le persone che ne avessero bisogno. Ciò significa rispondere al diritto che ogni persona ha di morire con dignità umana e anche cristiana per coloro che credono in Cristo.

Con le cure palliative, infatti, non si provoca deliberatamente la morte, né la si accelera (cosa mai accettabile); si accetta soltanto quella morte che ormai non si può evitare, sollevando il paziente dal dolore provocato dalla malattia.

Accettare che non si può più curare la malattia, ormai in stato molto avanzato, senza ostacolare in ogni maniera la morte ormai vicina, non significa provocare la morte del paziente. Non si tratta, quindi, di eutanasia, almeno non nel senso ormai corrente del temine ‘eutanasia’.

La complessità delle situazioni, che non accetta facili semplificazioni, richiede che si proceda sempre in un dialogo sincero e competente tra il medico e il paziente: se il medico è l’unico che può valutare la condizione clinica del paziente, solo il paziente può valutare la sua condizione umana, psicologica e la sopportabilità del dolore che la malattia gli impone.

Provocare la morte, anche qualora ciò venisse richiesto dal paziente, in condizioni in cui la malattia, o la depressione, o il dolore da essa provocato possono essere curati, significherebbe abbandonare a se stessa la persona e rifiutarle di fatto l’aiuto di cui ha bisogno nella prova. Per questo non è accettabile una legge che stabilisse il dovere di dare la morte su richiesta, senza una valutazione delle concrete condizioni di malattia del paziente dal punto di vista clinico. Questo per un duplice motivo:
1. non si può imporre a nessuno per legge di dare la morte ad altri anche se richiesta da questi; la stessa professione medica ne verrebbe stravolta
2. non si può accettare che si possa disporre autonomamente della propria vita in quanto essa ha un insuperabile legame sociale. La società ha il compito di incoraggiare a vivere, non sostenere, o peggio incoraggiare, a morire!

Cristianamente: crediamo che la vita è un dono ricevuto da Dio, non ce la siamo data da soli. Di essa siamo, quindi, responsabili di fronte a Dio che ce l’ha donata, ma anche di fronte a coloro dai quali siamo stati aiutati a vivere e che a nostra volta dobbiamo aiutare a vivere, anche nei momenti difficili che la vita riserva ad ognuno. Da ciò deriva il dovere di curare sempre la persona nella sua integralità senza mai abbandonarla. Per questo non è eticamente accettabile darle o darsi la morte, neppure nella malattia più grave. È invece doveroso togliere ogni dolore con tutti i mezzi disponibili”.

 

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