La Dott.ssa Rabini, primario di Malattie Metaboliche e Diabetologia, “Il sistema sanitario pubblico è una ricchezza che tutti dobbiamo difendere”

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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Prosegue il nostro viaggio all’interno delle corsie ospedaliere per incontrare i primari di alcuni reparti dell’Ospedale Civile Madonna del Soccorso della nostra città. Oggi ospitiamo la dott.ssa Rosa Anna Rabini, primario di Malattie Metaboliche e Diabetologia.

Dopo aver ottenuto la Laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma nel 1983, ha conseguito due Diplomi di Specialità presso l’Ateneo di Ancona, uno in Medicina Interna ed uno in Igiene e Medicina Preventiva (indirizzo sanità pubblica). Ha poi proseguito la sua formazione seguendo ed acquisendo due master universitari, uno di II livello in Bioetica (Università di Camerino) e uno di I livello in management delle organizzazioni sanitarie a rete (Università Politecnica delle Marche). Ha completato la formazione, svolgendo esperienze di studio e di ricerca all’estero, come alla Thomas Jefferson University di Philadelphia, all’Università di Tolosa e all’Accademia delle Scienze di Praga. Ha poi lavorato in ambito diabetologico come dirigente medico presso l’Unità Operativa di Diabetologia dell’INRCA di Ancona dal 1992 fino al 2018. In questi anni ha svolto un’intensa attività di ricerca scientifica sulle basi fisiopatologiche delle complicanze della malattia diabetica ed è per questo motivo coautrice di più di 200 pubblicazioni edite su riviste scientifiche nazionali ed internazionali, oltre ad essere stata relatrice in più di 200 corsi e convegni scientifici. Da Maggio 2018 è Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Malattie Metaboliche e Diabetologia dell’Area Vasta 5. In tale ambito ha riorganizzato e potenziato, sia a San Benedetto del Tronto sia ad Ascoli Piceno, l’ambulatorio delle tecnologie innovative, avvalendosi di nuovi strumenti sempre più importanti per la cura del diabete insulino-dipendente, come i sensori glicemici e i microinfusori per la somministrazione continua di insulina. Da Febbraio 2019 è Direttore del Dipartimento Regionale di Diabetologia. Nell’ambito delle società scientifiche è stata due volte Presidente della Sezione Marche della Società Italiana di Diabetologia ed attualmente è membro del Consiglio Direttivo Regionale. Più volte consigliere del direttivo regionale dell’Associazione Medici Diabetologi, attualmente è membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Telemedicina, sezione Marche-Umbria.

Com’è la situazione attuale nel suo reparto?
L’Unità Operativa di Malattie Metaboliche e Diabetologia dell’Area Vasta 5 opera su due sedi, l’Ospedale Madonna del Soccorso di San Benedetto del Tronto e l’Ospedale Mazzoni di Ascoli Piceno. I quattro medici di Reparto e la coordinatrice infermieristica ruotano sulle due strutture, mentre gli altri operatori sanitari (infermiere professionali, podologhe e dietiste) sono fissi in ciascuna delle sedi. Attualmente a San Benedetto sono in servizio una dietista, una podologa e cinque infermiere che sono dedicate anche alla gestione del day hospital del Dipartimento Medico, in cui si ricoverano per infusioni endovenose di farmaci non solo persone con diabete, ma anche malati con patologie di tipo neurologico, immunologico e gastroenterologico.

È importante sottolineare che nel nostro Reparto, al servizio della persona con diabete, esiste un team multiprofessionale, in cui il medico si avvale della collaborazione fondamentale delle infermiere dedicate all’educazione e istruzione dei pazienti, della dietista che redige il piano alimentare personalizzato ed effettua gli interventi di educazione alimentare, della podologa che si occupa della prevenzione di una complicanza grave del diabete, il piede diabetico.

L’attività dell’Unità è ambulatoriale e rivolta al mantenimento della qualità della vita della persona con diabete, con interventi sugli stili di vita (alimentazione e attività fisica) e con adeguate prescrizioni terapeutiche che possono prevenire le gravi complicanze del diabete a carico di cuore, rene, nervi, occhi e piedi. Per la diagnosi precoce delle complicanze sono attivi dei percorsi interni in collaborazione con i cardiologi, neurologi, oculisti e nefrologi del nostro Ospedale.

Oltre all’ambulatorio diabetologico divisionale, sono attivi degli ambulatori dedicati a particolari aspetti della malattia. Uno di questi è l’ambulatorio dedicato al diabete gestazionale, che attualmente è presente nel 15% delle gravidanze e può causare complicanze perinatali e neonatali. L’ambulatorio del diabete gestazionale è una modalità organizzativa che permette anche una conoscenza reciproca tra le donne, non facendole sentire sole in un momento particolare della loro vita, e quindi ha effetti positivi non solo dal punto di vista medico, ma anche psicologico ed umano.

Un altro ambulatorio attivo è quello dedicato alle nuove tecnologie, come i sensori che si inseriscono sottocute e misurano in continuo la glicemia oppure i microinfusori che iniettano in continuo l’insulina e che, nelle versioni più recenti, sono dei veri e propri pancreas artificiali, che modulano in modo automatico la terapia insulinica senza intervento del paziente, come il pancreas umano. L’ambulatorio delle tecnologie è un’eccellenza a livello regionale e attira anche molti pazienti del vicino Abruzzo.

Come è cambiata la vita in reparto da quando è iniziata l’emergenza coronavirus?
Sicuramente la vita in Reparto è cambiata molto durante l’emergenza coronavirus. Nel primo lockdown, a Marzo 2020, abbiamo proprio dovuto chiudere gli ambulatori di San Benedetto agli accessi dei pazienti e abbiamo continuato a seguire le persone con interventi di teleassistenza, organizzandoci con telefonate, mail per referti, ricette dematerializzate e piani terapeutici e, per le persone più tecnologiche, anche videochiamate tramite l’utilizzo della piattaforma fornita dall’ASUR. Le visite, che necessitavano interventi in presenza, sono state dirottate alla nostra sede di Ascoli. L’unico medico rimasto nella nostra sede di San Benedetto sono stata io, in quanto tutti gli altri erano stati dedicati ai Reparti Covid.

Anche nella seconda e terza fase dell’epidemia, parte dei medici è stata inviata ai Reparti Covid, ma abbiamo potuto continuare a ricevere i pazienti in presenza, anche se con una netta riduzione dell’attività legata alla riduzione del personale medico e alla necessità del distanziamento tra le persone. Abbiamo dovuto diminuire molto gli accessi in day hospital, per evitare eventuali possibilità di contagio, seguendo le indicazioni della Direzione Sanitaria per quanto riguarda l’esecuzione di tamponi e i dispositivi di sicurezza.

Attualmente abbiamo ripreso le attività normali, ma tuttora manteniamo le sale di aspetto nei limiti delle persone indicate, sempre provvedendo all’areazione e al distanziamento, facendo compilare i questionari sull’esposizione al Covid, prestando attenzione a che i pazienti indossino correttamente le mascherine e utilizzino i disinfettanti che mettiamo a disposizione. Abbiamo ridotto i tempi degli interventi in day service (una modalità organizzativa per un inquadramento diagnostico del diabete) per evitare la permanenza delle persone negli spazi comuni. Purtroppo non abbiamo ripreso a svolgere l’educazione sanitaria di gruppo, proprio per evitare la presenza contemporanea nella stessa stanza, ma effettuiamo solo interventi educativi singoli. Questo richiede ovviamente più tempo e riduce anche l’efficacia dell’azione educativa, che in genere è maggiore nell’interazione con il gruppo.

Quelli del vostro reparto sono pazienti fragili che rischiano danni maggiori in caso di contagio. Come siete riusciti a gestire le loro paure?
Le persone con diabete hanno particolare paura dell’infezione da Covid proprio perché sanno di essere a rischio per le complicanze più gravi di questa malattia. Per questo molti si sono letteralmente chiusi nelle loro case e il lockdown ha avuto effetti negativi sul compenso glicemico, per la mancanza di attività fisica, per lo stress e anche per l’aumento dell’introito alimentare che si è verificato durante i mesi di isolamento forzato.

Le telefonate con cui abbiamo contattato i nostri pazienti a casa sono state un bel momento di scambio, in cui abbiamo risposto ai loro dubbi e alle loro richieste di informazioni. Spesso, infatti, li abbiamo trovati un po’ disorientati dai messaggi contraddittori forniti dai social e dalle televisioni; perciò la nostra chiamata li ha un po’ rassicurati. Sentire la voce di un operatore sanitario, con cui si è instaurato un rapporto di fiducia duraturo nel tempo, è stato di conforto per i nostri pazienti e ha dimostrato loro che noi non eravamo spariti e irraggiungibili, ma sempre presenti e disponibili a rispondere alle esigenze anche pratiche. Un aiuto importante ci è stato fornito anche dal volontariato della Croce Verde e della Croce Rossa che hanno fatto la spola tra la nostra sede in Ospedale e le case dei pazienti che necessitavano della fornitura dei sensori e dei set per i microinfusori.

C’è qualche paziente di questi mesi che le è rimasto nel cuore più di altri? Perché?
Ricordo il messaggio vocale di una ragazza di 25 anni con diabete insulinodipendente dall’età di 7 anni, che aveva sempre vissuto la malattia con molta angoscia e come un peso. Recentemente ha iniziato la terapia con il microinfusore del tipo pancreas artificiale ibrido e dopo pochi giorni mi ha telefonato con una voce squillante e felice dicendo che le era cambiata la vita, che non le sembrava più di essere diabetica, che per giorni interi dimenticava di essere diabetica.

Un altro paziente è un signore di circa 70 anni che ho vaccinato al Palasport di San Benedetto. Mi ha riferito che per lui la vaccinazione rappresentava una liberazione tanto che ha voluto a tutti i costi farsi un selfie durante l’iniezione.

Cosa si sente di dire a chi ancora è scettico in merito all’esistenza del Covid?
Non capisco come si faccia ad essere scettici verso il Covid. Sulle riviste mediche e scientifiche sono stati pubblicati migliaia di articoli su questa infezione, che è stata studiata in tutti i Paesi del mondo con ricerche che hanno spiegato tutti i particolari del virus e della malattia. Se anche non si volesse credere alla scienza, basta guardarsi intorno: ormai tutti noi abbiamo parenti e conoscenti che si sono ammalati e sappiamo di persone a noi note che sono state in terapia intensiva o purtroppo sono decedute per le conseguenze del Covid.

Come ha vissuto la vaccinazione?
La vaccinazione è l’unica arma che abbiamo adesso per sconfiggere il Covid ed è un’arma efficace e sicura, come è dimostrato dal calo delle infezioni nei gruppi di persone che sono state estensivamente vaccinate (gli operatori sanitari, gli ultraottantenni…). Io sono stata tra le prime ad essere vaccinate e tutto il personale del Reparto si è vaccinato. Per me è stata una liberazione dalla paura della malattia, perché come medico ero particolarmente esposta al contagio, venendo spesso in contatto ravvicinato con persone diverse, nonostante tutti i dispositivi di protezione e le precauzioni. Come unità operativa siamo stati poi in prima fila nelle vaccinazioni delle persone estremamente vulnerabili, immunizzando 3120 pazienti più fragili che abbiamo convocato telefonicamente dando appuntamento al Palasport di San Benedetto. Telefonare personalmente ai nostri pazienti fornendo informazioni e rispondendo ai dubbi e alle perplessità è stato impegnativo, ma ci ha permesso di ottenere una adesione altissima, proteggendo i diabetici dal pericolo del Covid.

Lei è sposata e madre di due figlie. Come è cambiata la sua vita personale da quando è iniziata l’emergenza coronavirus?
Per alcuni mesi non sono tornata a casa dalla mia famiglia, che abita ad Ancona, ma sono rimasta a San Benedetto stabilmente, proprio perché, lavorando in ospedale, avevo paura di portare il contagio ai miei familiari e in particolare a mio marito. Tutti i giorni parlavamo con delle videochiamate che ci hanno aiutato molto. Dopo quel primo periodo, ho ripreso la vita normale, ma da molti mesi non metto piede in ristoranti e bar e vediamo amici e parenti solo all’aperto. Anche le mie figlie per molto tempo non hanno più frequentato locali ed amici, tranne per videochiamate. Adesso tutta la mia famiglia è vaccinata e, quando ha potuto fare la prima dose anche la più piccola di 21 anni, abbiamo festeggiato!

Nonostante le restrizioni, la fatica quotidiana e i rischi, c’è qualcosa di positivo che l’esperienza della pandemia le ha lasciato?
La pandemia ha messo un ordine nelle priorità della vita, spesso piena di tantissime preoccupazioni che, alla luce del Covid, sono apparse di poco rilievo e importanza. Mi ritrovo molto nel discorso di papa Francesco del 27 Marzo 2020: “Ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta … Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato.“ Questo discorso ancora mi interpella, con il suo monito a non lasciarsi assorbire dalle cose e a non farsi frastornare dalla fretta.

Dal racconto che mi ha fatto della sua vita personale e delle sue esperienze professionali, si evince un richiamo continuo alla fede. Da dove proviene questa sua forte convinzione?
Ha ragione. La mia vita è sempre stata illuminata dalla fede, a partire dall’esperienza degli studi presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, un’esperienza formativa non solo dal punto di vista professionale, ma anche dal punto di vista umano e spirituale, che mi ha permesso una crescita umana nelle relazioni con gli altri in un ambiente stimolante e ricco di fede, in cui ho avuto il privilegio di avere come direttore spirituale il cardinal Elio Sgreccia, all’epoca assistente spirituale degli studenti. Dagli anni dell’Università sono iscritta all’Associazione Medici Cattolici Italiani (AMCI), di cui condivido gli scopi di promozione dei valori umani e cristiani nell’esercizio della professione medica nello spirito del Buon Samaritano. Per questo motivo sono stata per otto anni presidente della sezione di Ancona dell’AMCI ed attualmente ne sono vicepresidente. Come medico cattolico ho svolto per molti anni attività di volontariato nell’ambulatorio per i poveri della Caritas di Ancona, organizzato dal Sovrano Militare Ordine di Malta.

Mi hanno riferito che il suo impegno nel sociale sia attivo su più fronti. Me lo conferma?
Si, sono da molti anni iscritta anche alla Federazione Italiana Donne Arti Professioni Affari (FIDAPA), un’associazione femminile che si occupa della promozione del ruolo della donna nella società. Sono stata Presidente della Sezione di Ancona Riviera del Conero ed attualmente referente della Task Force Medicina di Genere e Disabilità del Distretto del Centro Italia (Toscana, Lazio, Umbria, Marche).

Che messaggio si sente di dare ai nostri lettori?
L’esperienza del Covid ci ha insegnato quanto sia importante avere un servizio sanitario pubblico efficace, quindi con personale, strutture e finanziamento adeguati. Il servizio sanitario pubblico è una ricchezza del nostro Paese per la cui difesa e sviluppo ci dobbiamo tutti impegnare.

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