Chi è Abramo? Uno che ha provato a fare da sé

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Alessandro Di Medio

Finora del nostro comune padre Abramo abbiamo visto solo parti luminose: il suo essere il primo chiamato, il primo a rispondere a una vocazione grandiosa che l’ha portato fuori dal cerchio fatalistico dei copioni familiari, e il suo essere amico intimo di Dio, uno che con Dio poteva discuterci, insisterci, anche litigarci, trovando sempre dall’altra parte un Amico fedele e paziente.

Abramo però non sarebbe nostro padre, se in lui non potessimo ritrovare anche le fragilità del nostro credere, che a lui ci accomunano.

Pertanto quanto Abramo combina vuole essere sia un monito che un annuncio di speranza. Un monito su una grande tentazione che potremmo avere rispetto alla promessa di Dio per noi; una speranza per come Dio ci tratta, nonostante tutti i nostri errori.

Fortunatamente gli “eroi biblici”, contrariamente a quelli fittizi dei fumetti, hanno degli scivoloni clamorosi: bugie, ingarbugliamenti, veri e propri peccati…

Questo è molto importante per noi, perché la Scrittura vuole insegnarci che anche le nostre zone d’ombra sono implicate nella storia della salvezza, e che quando Dio ci chiama, ci chiama con tutto quello che siamo: Lui saprà fare qualcosa di tutto quello che siamo e, in ogni caso, Egli ci ama nella nostra realtà effettiva, non nella fettina presentabile della nostra idealità.

Ecco allora che Abram per ben due volte dà la moglie ad altri uomini (cfr. Gen 12, 10-20; 20, 1ss.), pur di salvare la pelle ed averne qualche vantaggio, peraltro sulla base di giudizi molto svalutativi circa gli altri, che invece in ultima analisi si riveleranno molto più onesti di lui – e nonostante ciò, Dio lo definisce un profeta, e ascolta le sue preghiere (Gen 20, 7)!

Il fatto è che Dio non è affatto imparziale: a costo di sembrare alla nostra mentalità arbitrario o ingiusto, punta tutto su quelli che ha chiamato e che hanno risposto “sì!”. Parteggia per loro, anche quando deviano, li accompagna, li risolleva e li tutela persino dalle peggiori conseguenze che il loro agire scriteriato avrebbe causato loro. Consolante anche per me e per te, non trovi?

Il culmine Abram e la sua moglie/complice Sarai lo raggiungeranno con la storia di Agar e Ismaele, cioè quando decideranno di fare da sé, snaturando la promessa che Dio aveva loro fatto di avere una discendenza.

“Sarài, moglie di Abram, non gli aveva dato figli. Avendo però una schiava egiziana chiamata Agar, Sarài disse ad Abram: ‘Ecco, il Signore mi ha impedito di aver prole; unisciti alla mia schiava: forse da lei potrò avere figli’. Abram ascoltò l’invito di Sarài. Così, al termine di dieci anni da quando Abram abitava nella terra di Canaan, Sarài, moglie di Abram, prese Agar l’Egiziana, sua schiava, e la diede in moglie ad Abram, suo marito. Egli si unì ad Agar, che restò incinta. Ma, quando essa si accorse di essere incinta, la sua padrona non contò più nulla per lei.

Allora Sarài disse ad Abram: ‘L’offesa a me fatta ricada su di te! Io ti ho messo in grembo la mia schiava, ma da quando si è accorta d’essere incinta, io non conto più niente per lei. Il Signore sia giudice tra me e te!’. Abram disse a Sarài: ‘Ecco, la tua schiava è in mano tua: trattala come ti piace’. Sarài allora la maltrattò, tanto che quella fuggì dalla sua presenza. La trovò l’angelo del Signore presso una sorgente d’acqua nel deserto, la sorgente sulla strada di Sur, e le disse: ‘Agar, schiava di Sarài, da dove vieni e dove vai?’. Rispose: ‘Fuggo dalla presenza della mia padrona Sarài’. Le disse l’angelo del Signore: ‘Ritorna dalla tua padrona e restale sottomessa’. Le disse ancora l’angelo del Signore: ‘Moltiplicherò la tua discendenza e non si potrà contarla, tanto sarà numerosa’. Soggiunse poi l’angelo del Signore:

“Ecco, sei incinta:
partorirai un figlio
e lo chiamerai Ismaele,
perché il Signore ha udito il tuo lamento.
Egli sarà come un asino selvatico;
la sua mano sarà contro tutti
e la mano di tutti contro di lui,
e abiterà di fronte a tutti i suoi fratelli”.

Agar, al Signore che le aveva parlato, diede questo nome: “Tu sei il Dio della visione”, perché diceva: “Non ho forse visto qui colui che mi vede?”. Per questo il pozzo si chiamò pozzo di Lacai-Roì; è appunto quello che si trova tra Kades e Bered. Agar partorì ad Abram un figlio e Abram chiamò Ismaele il figlio che Agar gli aveva partorito. Abram aveva ottantasei anni quando Agar gli partorì Ismaele.” (Gen 16, 1-16).

In analogia con quanto accaduto ad Adamo, Abram è indotto dalla moglie a fare da sé, e ad arraffare di sua iniziativa il dono della promessa.

Anche quando sentiamo con chiarezza quello a cui Dio ci chiama, possiamo essere tentati di ottenerlo a modo nostro, forzando i tempi e i modi che invece stanno a Dio, e che Lui ci farà conoscere cammin facendo, in obbedienza sapienziale a quanto ci indicherà.

Il risultato è sempre un pasticcio: “Egli sarà come un asino selvatico; la sua mano sarà contro tutti e la mano di tutti contro di lui.” (v. 12). Che questo versetto spieghi le difficoltà che hanno da sempre ebrei, cristiani e musulmani a fare la pace, al punto da spingere il Papa in questi giorni a ricucire e a supplicare perché ci riconosciamo fratelli?

È bello però vedere come Dio abbia una parola di vita e di speranza anche per Agar e il suo turbolento figliolo. Dio non si limita a far finta di niente rispetto al nostro peccato: non è connivente o complice. Egli è molto più creativo: integra le tinte fosche delle nostre passioni disordinate nella policromia della sua opera, così che alla fine… beh, ci viene quasi da esclamare “felice colpa!” davanti a delle cose di cui, lasciati a noi stessi, nelle tenebre interiori dei nostri sensi di colpa dove sono “pianto e stridore di denti”, ci potremmo solo vergognare e disperare.

Dio non è solo l’Amico leale visto ieri, è anche il Padre tenero che rialza e consola i suoi figlioli dopo che si sono fatti male con le loro stesse azioni scriteriate. Abramo questo lo capirà bene alla fine… quando non sarà più inquieto, quando sarà un vecchietto ormai riconciliato con la vita e con la morte, quando, pur avendo apparentemente perso tutto (o quasi), finalmente capirà come opera Dio, e si rallegrerà di un piccolo germoglio… ma di questo parleremo domani, nell’ultimo appuntamento sul nostro padre comune.

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