Missio Marche, il ricordo del pellegrinaggio in Marocco

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Di Padre Renato Zilio
MARCHE – «Vieni e vedi » ci sembrava dicessero i quasi 11.000 marocchini presenti delle Marche. Sì, la loro terra. Ricordando quel proverbio arabo « Se vuoi conoscere un amico, entra a casa sua ». Così, proprio poco prima della pandemia, siamo partiti come Migrantes e Missio Marche per il Marocco. Una piccola e varia delegazione, accompagnata dal vescovo mons. Giovanni D’Ercole. Papa Francesco sottolinea : «Nulla sostituisce il vedere di persona ». E per noi é stato il vedere l’atelier di tappeti delle suore francescane a Midelt dove lavora una cooperativa di un centinaio di donne musulmane. Ma il vero lavoro di tessitura, in fondo, sono loro stesse a farlo, le persone, nei loro incontri, nelle parole scambiate e nell’apertura reciproca. Uomini e donne di cultura, di sensibilità e di religione differenti ed è un miracolo quotidiano. «La bellezza di un tappeto » ricorda qui un proverbio, « viene dalla varietà dei suoi colori! ».
Come il vedere la Chiesa nel Maghreb nei volti di tante religiose, di sacerdoti e di collaboratori: il loro senso della lotta e della speranza lo trovavamo semplicemente grandioso. Lo vivono in mezzo a questo popolo musulmano, spendendosi con tutte le loro energie. Ma anche il senso della loro preghiera, radicato nella vita che fanno. Ed è come una forza identitaria che li sostiene. Straordinaria. Si riconoscono discepoli del Signore nella terra del Profeta. Presenti, non per convertire, ma semplicemente per amare. Intensamente.
D’altronde amano, si vogliono bene, perché pregano bene; lo vediamo con i nostri occhi ogni giorno, in ogni comunità. La preghiera, infatti, è intensa, interiore, concreta: porta gli avvenimenti della vita di qui con gli incontri originali, profondi, trasformanti che i cristiani vivono con dei musulmani. Così, li vedi spessissimo in silenzio, immobili sulla stuoia. Sembra ripetano all’unisono con questo popolo: “Solo Dio è grande! ” Superba lezione di umiltà. Sí, solo Dio è grande e chi lo sa incontrare.
Poi, in una piazza di Rabat, verso sera, affollata da tantissima gente in turbante e lunga djellaba marron, si scatenava l’appello alla preghiera da tutte le moschee della città. Pareva una strana e grandiosa sinfonia. Contesto originale, la città musulmana è come un grande monastero. Il tempo è scandito dai cinque appelli alla preghiera e ogni gesto, ogni istante, ogni saluto è impastato di fede. « Hanno sempre il nome di Dio sulle labbra! », esclamava qualcuno del nostro gruppo.
A Midelt sull’ altopiano, osservavamo un monaco di Tibhirine, mentre prendeva il tè con gli operai musulmani del monastero. «È la mia seconda eucaristia», ci soffiava in un orecchio, con discrezione. Vedendo, in realtà, come per mezzo di un semplice pezzo di pane e del tè, quale senso di comunione egli respira con queste persone, anzi con tutto un popolo, con il quale condivide le sorti, non stentiamo per nulla a credergli… E rimaniamo ammirati di una così grande spiritualità dell’incontro. Ci risuonano, cosí, le parole del vescovo di qui, Cristobal: « Parlare meno dei musulmani, parlare di più con i musulmani. Parlare meno di Dio, parlare di più con Dio ! » Nulla vale quanto l’incontro.
Forse per questo, il vescovo Giovanni  D’ Ercole, arrivati a nostra volta nelle Marche, ha ripreso poco dopo la via del ritorno sui suoi passi, in Marocco. Per vivere qualche tempo in quel monastero trappista il mistero dell’incontro con l’altro. E, in fondo, il vero sapore dell’incontro con Dio.

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