VIDEO 100 anni dell’Appennino Camerte, Vescovo Pompili: “Abbiamo bisogno di un giornalismo in movimento”

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DIOCESI – Si è svolto Venerdì, 12 Febbraio, dalle 10:30 alle 13:00, in modalità a distanza, l’incontro formativo sul tema “Il giornale di comunità oggi”, organizzato dalla FISC (Federazione Italiana Stampa Cattolica) e dell’Ordine dei Giornalisti Marche in occasione dei festeggiamenti per i 100 anni dell’Appennino Camerte, una delle voci più autorevoli della stampa marchigiana.

Oltre alla presenza di una cinquantina di giornalisti provenienti da tutta Italia come fruitori, l’incontro ha visto la partecipazione di un gruppo di relatori d’eccezione: il Presidente della Commissione Episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali, il Vescovo Domenico Pompili; il Vescovo della Diocesi di Camerino e Fabriano, Francesco Massara; il direttore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali CEI, Vincenzo Corrado; il Presidente Nazionale FISC, Mauro Ungaro; il Presidente dell’Ordine dei Giornalisti Marche, Franco Elisei; il direttore dell’Appennino Camerte, Mario Staffolani; l’amministratore delegato della Eli, Michele Casali; il direttore del settimanale “L’Azione” di Fabriano e direttore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali delle Marche, Carlo Cammoranesi.

Moderati dal Dott. Giovanni Tridente, Professore della “Pontificia Università della Santa Croce”, i relatori hanno riflettuto sullo stato dell’informazione e della comunicazione nel territorio marchigiano da parte della stampa cattolica. A rompere il ghiaccio è stato il Presidente della Commissione Episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali, Domenico Pompili, Vescovo di Rieti, il quale ha illustrato la missione dei giornali diocesani ed il ruolo dei media cattolici: “Papa Francesco, che è un grande comunicatore, ha voluto far emergere questa persuasione: il miracolo della comunicazione accade sempre a partire dalla categoria che egli definisce dell’incontro. Questo significa che, per riportare le notizie, non per sentito dire, è necessario restituirle ad una sorta di tridimensionalità, generando un giornalismo che si muove, che va a vedere, che va a stare con le persone. Questa è la qualità necessaria che ha a che fare con una sensazione, quella dello stupore, che consiste nel lasciarsi spiazzare da qualcosa o da qualcuno, evitando così una informazione preconfezionata che talora produce dei giornali fotocopia. Dunque, secondo il papa, il motivo per cui il giornalismo vive una inedita crisi consiste in una informazione un po’ troppo seduta e l’unica soluzione per superarla è dunque un giornalismo che si metta in movimento.” Il Vescovo di Rieti ha poi ricordato quanto avvenuto durante il terremoto del 2016, quando i primi a dare la notizia dell’accaduto non sono stati i giornalisti, bensì i testimoni diretti che hanno filmato l’evento con il cellulare e lo hanno postato sui social network. “Ecco allora – ha concluso Pompili – che ben si comprende quale sia il il compito del giornalista, cioè quello di mediare, di inquadrare un evento all’interno di un contesto più ampio. Se la rete ci dà l’opportunità di condividere notizie di prima mano, la rete rischia anche di essere troppo soggettiva e di non assicurare quella oggettività di cui, invece, il giornalista è garante. Se dunque comunicare è incontrare (incontrare la realtà), questo è possibile solo se esistono giornalisti capaci di essere fedeli a stessi e rappresentare, al tempo stesso, il medium e il messaggio.”

È stata poi la volta del Vescovo della Diocesi di Camerino e Fabriano, Francesco Massara, il quale ha ripercorso le tappe essenziali della storia dell’Appennino Camerte: “All’inizio il nostro giornale si chiamava In cammino, un titolo che indica comunque la sua vocazione al territorio. Io sono vescovo qui da due anni e posso dire che il giornale ha questo valore del ‘Vieni e vedi’: la presenza in loco ci permette di mantenere alta l’attenzione sulle problematiche del territorio (come il terremoto, il lavoro, l’ospedale) e di dare voce a chi non ha voce. Certamente oggi per una diocesi mantenere un giornale è un sacrificio: non solo è un sacrificio logistico per i giornalisti, ma anche economico. Ma i nostri periodici vanno assolutamente sostenuti per mantenere una voce, una voce che va anche controcorrente, che è una testimonianza cristiana, che ha anche una metodologia di comunicazione diversa. I nostri articoli, infatti, hanno anche un certo stile, diverso dagli altri, perché sono segnale di speranza in un territorio che rischia di essere dimenticato. C’è bisogno di ottimismo, c’è bisogno di sorridere e questo messaggio può passare attraverso le pagine dei nostri giornali. Perciò nei vostri articoli date speranza alle nostre comunità, fate riscoprire il bello ai lettori e fate passare il messaggio che si possono ricostruire le strutture, ma soprattutto i cuori, visto che in questo periodo più che le case sono terremotate le persone.”

Vincenzo Corrado, direttore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali della CEI (conferenza Episcopale Italiana), ha poi illustrato le caratteristiche principali verso cui deve essere orientato l’impegno dei giornalisti cattolici: “L’aspetto su cui siamo chiamati a riflettere in questa circostanza è l’apertura ad essere comunicatori di una comunità. Nell’icona del Buon Samaritano di cui Papa Francesco ci ha raccontato nel suo messaggio annuale, ho colto tre prospettive fondamentali per il nostro agire: prima di tutto l’essere prossimi, per imprimere una svolta ai sentieri della comunicazione; in secondo luogo la progettualità, per testimoniare la vitalità ed il fermento di un territorio che informa anche in un momento di difficoltà (come può essere la fase post-sisma) attraverso una comunicazione pensata e che faccia pensare; infine la creatività, per non cadere nell’autoreferenzialità. Questi aspetti riguardano anche la comunicazione digitale. Ogni ‘mi piace’ per noi non è semplicemente un pollice alzato; dietro quel pollice noi pensiamo ad un volto ben preciso, è quel volto che ci costruisce comunità. La Chiesa è una rete tessuta nella comunione eucaristica, dove l’unione non si fonda sul like, ma sulla verità. Credo quindi che sia importante anche sulle nuove piattaforme digitali puntare sulla costruzione di comunità, non sottovalutando mai il linguaggio utilizzato. È l’approccio che fa la differenza: il nostro approccio è quello di usare questi nuovi mezzi con maturità umana, cercando di essere originali non tanto da sconvolgere chi ci sta intorno, ma usando quell’originalità che ci deriva dalla nostra fede.”

Mauro Ungaro, Presidente della FISC (Federazione Italiana Stampa Cattolica), ha sottolineato come “Festeggiare questo traguardo oggi significa che L’Appennino Camerte nel tempo ha avuto la capacità di rimanere fedele ad un compito, ad un territorio, ad una Chiesa, secondo quella diaconia informativa che contraddistingue i settimanali diocesani. Il legame con il territorio è fondamentale. Ma il territorio non è solo un luogo fisico, per le nostre testate è un luogo teologico. Ai nuovi direttori dico sempre di ascoltare le voci di tutti e ricordarsi che non c’è niente di estraneo alla vita della Chiesa. In questo senso il territorio dunque non è il luogo, bensì le persone. Le nostre testate hanno quindi il compito di raccontare i volti, non andando per categorie ma citando il nome ed il cognome delle persone, ricordando le parole del papa che ci dice di fare memoria affinché nessun volto sia una comparsa nel palcoscenico della vita. Ed aggiungo anche che dobbiamo dare buone notizie non per addomesticare l’informazione, ma perché la buona notizia è sinonimo di speranza e la speranza è la più umile delle virtù che rimane nascosta nelle pieghe della vita, ma è simile al lievito che fa fermentare tutta la pasta. Allora noi giornalisti diocesani abbiamo come mandato, nella fedeltà al territorio, quello di essere portatori di speranza e profeti.”

È intervenuto poi il Presidente dell’ODG (Ordine dei Giornalisti) Marche, Franco Elisei, il quale si è congratulato con l’Appennino Camerte per i suoi 100 anni di attività, sottolineando come un secolo di vita sia prima di tutto un “segno di resilienza, un segno di legame al territorio ed al suo pensiero, un momento di confronto con il territorio che fa rinascere una memoria oggi spesso dimenticata.” Elisei ha poi relazionato sul ruolo di due figure cardine di una testata, l’editore e il direttore: “Oggi l’informazione si è talmente evoluta che la legge del 1963 sta accusando un po’ di vecchiaia. Servirebbe una riforma che da tempo l’ordine sta cercando di portare avanti, ma che è ferma nei cassetti del Parlamento. Per questo motivo abbiamo storture rispetto all’impianto originario che sono quelle, ad esempio, di alcuni casi in cui l’editore è anche il direttore della testata (a volte addirittura è anche il giornalista): questo crea problemi di organizzazione e anche di riconoscimenti normativi. Il rapporto tra editore e direttore è molto stretto e delicato: è chiaro che la figura del direttore debba essere di fiducia dell’editore, ma l’accordo di fiducia non deve mai scendere dalle norme ordinistiche, di un corretto uso dell’informazione, che sono dettate dalla legge. L’editore è il proprietario della testata, ma il direttore è una figura apicale che ha molteplici responsabilità: fa da tramite tra l’editore e la redazione, illustra la linea politica che ha accordato con l’editore, propone licenziamenti e nuove assunzioni, impartisce direttive tecnico-professionali, stabilisce mansioni ed orari di lavoro, ha la responsabilità civile e penale dei contenuti della testata.”

A seguire, Mario Staffolani, direttore dell’Appennino Camerte, ha ripercorso la lunga storia del giornale ed effettuato molti ringraziamenti: “Si arriva a 100 anni se tante persone credono nel progetto. Ringrazio l’arcivescovo Massara che, appena arrivato, ha voluto sostenere la nostra testata con nuove assunzioni; poi il presidente Biondi che quotidianamente porta vanti un giornale ed una radio in un territorio messo alla prova dal terremoto, dalla crisi economica e dalla pandemia; infine ringrazio la nostra caporedattrice Giulia Sangrippa e l’intera redazione che compie un lavoro di squadra eccezionale, frutto anche di una sinergia con la radio. A volte mi capita di sentire ai convegni di altre testate che parlano difficoltà di ascolto da parte del vescovo; io, invece, che lavoro in questa struttura dal 90, devo dire che ho visto passare molti vescovi e tutti quanti hanno creduto nei mezzi di comunicazione. Voglio sottolineare infine l’importanza della Provvidenza che spesso, in tante difficoltà, opera e manifesta i suoi segni.”

Ultimo a relazione, Michele Casali, amministratore delegato della Eli, il quale ha ricordato la figura di Don Pigini, sacerdote ed imprenditore recanatese da poco scomparso, ripercorrendo alcune tappe importanti della sua attività professionale che, per lui, era una missione, prima che un lavoro: “Don Lamberto è stato un autentico pioniere e profeta della comunicazione. Lui, che non parlava nessuna lingua straniera ad eccezione del latino, negli anni 70 decide di aprire delle scuole di inglese per bambini di 4 anni, un’attività assolutamente pionieristica per l’epoca. Oggi Euroschool ha 32 sedi in tutta Italia. Un’altra esperienza all’avanguardia per l’epoca è la Eli, che da allora è l’unico editore italiano che produce ed esporta corsi per l’insegnamento delle lingue straniere in tutto il mondo. Oggi, sui nostri libri, solo nella scuola primaria in Italia, studia oltre 1 milione e mezzo di bambini. L’imprinting è quello di mettere nei nostri testi non solo saperi, ma anche valori, perché non è sufficiente fornire nozioni, bensì occorre anche educare. L’insegnamento grande di don Lamberto, di cui teniamo sempre conto, è: conta bene quello che fai, ma conta bene anche come riesci a veicolarlo.”

La chiusura dell’incontro è stata affidata a Carlo Cammoranesi, direttore del settimanale “L’Azione” di Fabriano e direttore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali delle Marche, il quale ha ripercorso brevemente i temi toccati durante la mattinata dagli altri relatori ed ha chiosato: “La principale rete comunicativa resta il territorio. Il giornale trova nel territorio l’ossigeno per respirare bene. Se il dialogo con il territorio funziona, il giornale ne sarà lo specchio più libero, veritiero e non deformante. Una realtà giornalistica, dunque, deve cercare proprio questo: mettersi in relazione. Ogni problema, ogni difficoltà può essere annullata se si evita l’isolamento, se si trova un punto di mezzo in cui incontrarsi e guarire, se si cerca il confronto all’interno di uno stesso cammino. Non a caso l’Appennino Camerte all’origine nasceva come In cammino.”

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