Tese la mano, lo toccò…

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DIOCESI – Lectio delle Sorelle Clarisse del monastero Santa Speranza di San Benedetto del Tronto.

«Impuro! Impuro!». Così doveva gridare, come è sancito nell’Antico Testamento, precisamente dal libro del Levitico, l’uomo malato di lebbra percorrendo una strada, all’avvicinarsi di altre persone. Un uomo costretto a gridare il suo stato di maledetto, a portare vesti strappate, il capo scoperto, il volto velato fino al labbro superiore, a rimanere fuori, lontano da ogni accampamento o luogo abitato. Il lebbroso era l’emarginato per eccellenza, colpito da una malattia considerata un castigo divino per i peccati commessi.
Ancora un lebbroso, siamo nel Vangelo questa volta. Ancora un grido, ma un grido di liberazione, il grido di un uomo che si avvicina, incontra Gesù ed è da lui purificato. È un grido, quest’ultimo, di esultanza, di gioia, la felicità di un uomo, come canta il salmista, sollevato dalla colpa, liberato dal peccato, un uomo non più identificato con il suo male, non più costretto a gridare la sua condizione di impurità, ma un uomo ristabilito pienamente nella sua dignità.
Ma la purificazione quando ha effettivamente inizio per quest’uomo? Quando riconosce di poter contare su un “tu” capace di accoglierlo per quello che è, un “tu” che vuole il suo bene. Una guarigione quindi, che, prima di essere sparizione di sintomi, è ritrovamento di una relazione, di una preziosità agli occhi di un altro.
Infatti, «Se vuoi, puoi purificarmi!» chiede il lebbroso. «Lo voglio!», risponde Gesù. Voglio che tu possa star bene, possa allontanare da te tutto quanto ti impedisce di sentirti amato, desiderato, di amare e desiderare. La volontà di Dio è una volontà di guarigione, ed è una volontà che, poi, si trasforma subito in un agire: «Tese la mano, lo toccò…e subito la lebbra scomparve». È il crollo della separazione in cui il lebbroso doveva, per legge, rimanere, il crollo di ogni separazione tra puro ed impuro.
E’ questa la Buona Notizia: non un Dio che condanna, ma un Dio che guarisce la vita. E beati, felici, sono non coloro nei quali Dio non trova peccato, infatti, ne trova in tutti. Beati coloro che si riconoscono peccatori, che non fingono di non esserlo: questo è ciò che piace a Dio, il quale gradisce la sincerità del cuore umano, non respinge un cuore provato, ma gli dona gratuitamente il suo perdono, cancella, dimentica, copre il peccato con la sua misericordia.
Questo uomo, guarito dalla lebbra, canta la grazia di Dio e il suo essere stato purificato non per qualche merito precedente ma perché è la misericordia del Signore che ci previene, è la misericordia del Dio che è Padre che ci tocca e ci permette di rialzarci, sempre!
«Sarà impuro finché durerà in lui il male», leggiamo ancora nel libro del Levitico.
Gesù e il lebbroso del vangelo vanno oltre questa norma e, con il loro comportamento, ci testimoniano che non è vero che l’uomo deve purificarsi per avvicinarsi ed essere degno del Signore, ma è vero il contrario: cioè che, accogliere il Signore, riconoscerlo nella sua possibilità e nel suo desiderio di guarirci, è ciò che ci purifica, ciò che ci risana.

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