“Black challenge”, non lasciamo soli i ragazzi

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Alberto Campoleoni

Nei giorni scorsi una notizia particolarmente tragica veniva riportata dai media. Una bambina di Palermo, di soli 10 anni è stata ricoverata in rianimazione all’ospedale del capoluogo siciliano dove per lei è stata dichiarata la “morte cerebrale”. Niente da fare: i genitori hanno acconsentito all’espianto degli organi ed è immediatamente scattata un’indagine per capire cosa fosse effettivamente successo alla piccola.
Secondo le ricostruzioni, sarebbe stata trovata in fin di vita dai genitori nel bagno di casa, con una corda, sembra la cintura dell’accappatoio, stretta attorno al collo e appesa alla barra porta-asciugamani, come in una tragica impiccagione. Accanto a lei lo smartphone. Immediato l’intervento dei genitori, la corsa all’ospedale, ma ormai senza risultato.
Immediata è circolata la voce per cui la bambina stesse partecipando a una “black challenge”, una sfida mortale via internet, e in particolare si è fatto riferimento al social Tik Tok, particolarmente diffuso tra i giovanissimi.
I condizionali sono d’obbligo, perché c’è un’inchiesta in corso e la dinamica dei fatti va ricostruita con attenzione per appurare la verità dei fatti. Inoltre, la piattaforma online ha cercato subito di prendere le distanze dall’accaduto, precisando di non aver riscontrato “alcuna evidenza di contenuti” che possano aver incoraggiato alla tragica sfida. “Siamo davanti ad un evento tragico” ha dichiarato un portavoce di Tik Tok, rivolgendo le condoglianze e testimoniando vicinanza alla famiglia della bambina. Poi ha sottolineato che “La sicurezza della community TikTok è la nostra priorità assoluta, per questo motivo non consentiamo alcun contenuto che incoraggi, promuova o esalti comportamenti che possano risultare dannosi”.
Certo il racconto è inquietante, anche se non sorprende più di tanto. La questione delle sfide estreme sui social, praticate dai più giovani, si dibatte da anni e si ricorderanno episodi di cronaca legati in particolare all’incitazione a bere alcol fino allo sfinimento, con conseguenze gravi. La questione di fondo resta l’utilizzo da parte di bambini e ragazzi degli strumenti digitali, ormai sempre più parte integrante della loro esistenza e, nello stesso tempo, sempre meno “controllabili” da parte degli adulti. Dove il termine controllo non deve rimandare semplicemente alla questione della vigilanza – ad esempio a proposito di attività e contenuti tra i più disparati e impensabili talvolta per il mondo adulto – ma soprattutto deve alludere alla possibilità di abilitare – educare sarebbe il termine giusto – i più piccoli ad un uso “adeguato” dei potentissimi mezzi a disposizione.
Qui entra in gioco anche la scuola, che da anni sperimenta al suo interno iniziative di educazione all’uso di internet e cerca anche di supportare le famiglie, spesso sole e senza strumenti efficaci per affiancare i più piccoli. Ma in generale – lo ha ben spiegato qualche esperto psicologo ed educatore – vanno considerati aspettative e modelli diffusi nella nostra società, che spingono le nuove generazioni ad una ricerca affannosa al successo, alla sfida, all’espressione di qualsiasi pulsione, senza troppi freni. Questo è il tema educativo centrale e richiede, anche in rapporto al mondo virtuale, consapevolezza da parte degli adulti/educatori, con uno sforzo in più di ascolto e accompagnamento nei confronti dei più piccoli che rischiano, oggi, di trovarsi – e crescere – in mondi sempre più separati, chiusi, dove regnano solitudine e incomunicabilità. Col paradosso della “connessione” continua.

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