Cupra Marittima, conclusa la “Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani” con i rappresentanti di diverse Chiese

Condividi questo articolo sui social o stampalo


CUPRA MARITTIMA
– Domenica 24 gennaio presso la Chiesa di San Basso in Cupra si è tenuta la Celebrazione Ecumenica della Parola nell’ambito della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani alla presenza del Pastore Amado Luis Giuliani per la Chiesa evangelica Battista delle Marche, del Pastore Gionatan Breci per la Chiesa Avventista del Settimo Giorno, di Padre Claudiu Marian Costache per la Chiesa Ortodossa Romena in Italia e del Vescovo Carlo Bresciani per la Chiesa Cattolica. I rappresentanti delle quattro comunità cristiane hanno meditato sul passo del Vangelo di Giovanni scelto come tema per quest’anno: “Rimanete nel mio amore: produrrete molto frutto”.

Riportiamo i passaggi più significativi delle riflessioni tenute dai rappresentanti delle quattro comunità cristiane.

Pastore Amado Luis Giuliani: «Il testo scelto questo anno è profondo perché ci offre un’immagine molto significativa, ovvero quella della vite che cresce per portare frutto. Nella mia giovinezza ho lavorato la terra e quindi quest’anno conosco molto bene la metafora che ci è proposta. È molto significativo il momento in cui il Signore pronuncia queste parole, perché lui sta vivendo il dramma della sua passione e sta preparando i discepoli per il momento in cui verrà a mancare e loro si troveranno in difficoltà. Gesù li ha preparati e rassicurati, mettendosi lui come esempio, chiedendo loro di rimanere nel suo amore. Penso che proprio qui dobbiamo mettere tutta la nostra attenzione: nel “rimanere” e nel “dimorare”. Non dobbiamo “rimanere” e “dimorare” per il solo fatto di appartenenza, ma è un “rimanere” e “dimorare” nel suo amore, avendo per esempio proprio lo stesso Gesù: lui è rimasto aggrappato all’amore del Padre, portando avanti ciò che il Padre gli aveva comandato. La stessa cosa ora Gesù chiede a noi. Egli ci invita a “rimanere” e a “dimorare”, a essere suoi discepoli per portare frutti: se rimaniamo in lui, egli ci modificherà e ci trasformerà per portare molti frutti. “Rimanere” nel suo amore è l’unica opportunità che abbiamo come credenti di poter essere nutriti dalla linfa che vivifica. Noi in questa settimana siamo chiamati a riflettere ecumenicamente su questo brano: noi che siamo tralci diversi siamo comunque essere tralci dello stesso tronco che veniamo vivificati dalla stessa linfa che è lo Spirito Santo». 

Pastore Gionatan Breci: «È bella l’immagine della vite e dei tralci che Gesù sceglie. La parola “dimorare” è ripetuto dodici volte nel testo e questo ci fa capire quale sia il tema centrale: il senso di rimanere, di abitare e di vivere insieme a Gesù. Vivere in Cristo è la condizione che porta molto frutto e questo verbo dimorare che ritorna in continuazione dà proprio il senso dell’immanenza, di un amore stabile che rimane per sempre, come quello che abbiamo per un figlio o per un genitore. Se il tralcio è attaccato alla vite porta il tralcio stesso ad avere vita e a portare frutto. Portare dentro di noi Gesù e i suoi insegnamenti ci fa portare frutti come accadde per la Chiesa Apostolica. Infatti in At 2 leggiamo che gli apostoli si rendono conto di un fallimento sul quale ragionano grazie alla dipartita di Cristo e si rendono conto che devono togliere le differenze e mettere al centro Cristo per fare spazio alla linfa dello Spirito. Anche San Paolo in tutte le sue lettere chiarisce questo molto bene, come ad esempio in Gal 2,20, dove scrive che “non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”. Questa è la condizione per portare frutto, altrimenti siamo rami secchi». 

Padre Claudiu Marian Costache: «Ho letto una volta che a un monaco è stato chiesto di dire le sue ultime parole poiché dopo quelle non ne avrebbe potute pronunciare altre. Non mi ricordo le parole che questo monaco disse, ma ho ragionato sulle parole che avrei detto io se mi venisse posto lo stesso problema. Io avrei detto delle parole che tutti sentiamo, ma che non adempiamo, parole che noi ortodossi ascoltiamo ogni giorno quando partecipiamo alla Santa Liturgia: “Amiamoci gli uni gli altri, affinché confessiamo una sola mente”. Avrei detto queste parole e non altre perché amare significa preoccuparsi per il bene del prossimo e in questo sta l’amore di Dio che egli ci comanda. Sono parole che non mettiamo in pratica, anche se le insegniamo agli altri. Se invece le mettessimo in pratica, tanto male che c’è nel mondo sparirebbe, lasciando spazio al bene. Abbiamo amore del prossimo quando diamo in dono a partire dalla nostra eccedenza, cioè quando rinunciamo a ciò che comunque ci lascia vivere, permettendo a chi ne ha bisogno di vivere. Si racconta che una persona aveva dato ad un povero un fiore e lui si era rallegrato di quel fiore più di quanto avrebbe fatto se gli fosse stato donato del denaro, perché si è reso conto che quella persona lo rispettava veramente.  Quando dai qualcosa a un povero la gioia espressa dal tuo viso sia più grande del dono che fai! Pensiamo mai a questo noi?! O ad adempiere il comandamento di Dio?! Generalmente non lo facciamo. Noi pensiamo che la nostra vita spirituale andrà avanti da sola senza il nostro intervento, ma la nostra appartenenza a Cristo dipende unicamente dall’amore che mostriamo al prossimo. Gesù ha detto: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” pertanto dove non c’è l’amore non c’è Dio. Un grande padre Rumeno ha detto: l’amore di Dio per il più grande peccatore è più grande dell’amore del più santo verso Dio. L’amore di Dio può essere ricambiato solo con l’amore» 

Vescovo Carlo Bresciani: «Abbiamo riflettuto sul tema del rimanere nell’amore e abbiamo ascoltato le diverse accentuazioni che ci sono state offerte e tutte ci riportano alla fonte del Vangelo. In questi giorni leggevo una riflessione di un teologo musulmano il quale diceva che ogni vera religione è religione d’amore e se non è così è idolatria. Perché Gesù ci chiede di “rimanere”? Si tratta di un’esortazione, ma anche di un imperativo il che vuol dire che non è una cosa facile e scontata. La parola amore è forse la più abusata, ma se ci riflettiamo è anche la più difficile da mettere in pratica, perché, finché riceviamo amore, tutto sommato siamo felici! Dare amore non è, al contrario, sempre facile. Qualche volta sentiamo la fatica, non perché siamo cattivi, ma perché costa uscire dalla propria prospettiva, dai propri desideri e dai propri bisogni e imparare a capire l’altro ci crea difficoltà. Per questo, nonostante tutti parlino di amore, sperimentiamo invece spesso la divisione. Andiamo nella direzione di un amore selettivo che ci fa dire “Tu sì” e “Tu no” oppure “Prima noi” e “Poi gli altri”. Non è quello che Gesù ci ha detto nel Vangelo e che il Padre vuole e che è in grado di salvare il mondo. Tutti noi, rappresentanti di diverse chiese qui presenti, mettiamo al centro la croce che è il simbolo più chiaro che amare e rimanere nell’amore richiede un dono da parte di lui, che ci permette di essere fedeli e ci fa evitare la contrapposizione e la divisione. L’amore è un dono di Dio, ma diventa anche per noi un compito da assumere e da portare avanti perché nessuno di noi da solo è nella perfezione dell’amore. Non lo siamo ancora. Cerchiamo di viverlo dentro le diversità che connotano la nostra realtà. I fratelli sono diversi, ma c’è qualcosa di più grande che li unisce. Noi siamo uniti dall’unico battesimo dal quale dobbiamo partire affinché le diversità non diventino contrapposizioni tali da rompere l’unità della famiglia di Dio» 

Condividi questo articolo sui social o stampalo

Nessun commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *