Il populismo si nutre degli sconfitti

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Andrea Casavecchia

Davanti allo schermo siamo rimasti a bocca aperta la sera del 6 gennaio 2021. Ci rimarranno impresse le immagini del Campidoglio di Washington DC, invaso da pittoreschi manifestanti che impreparate forze di polizia non erano riuscite a controllare, né a respingere. La democrazia è rimasta sospesa nel suo Paese simbolo. Un’irruzione violenta nel Congresso riunito il giorno in cui certificava il risultato delle elezioni con la nomina del nuovo presidente degli Stati Uniti d’America.
Sono state ore drammatiche in cui abbiamo visto migliaia di contestatori mettere in discussione con la forza i voti pacifici di oltre 140 milioni di cittadini. Abbiamo anche assistito alla reazione successiva dei rappresentanti del popolo. Senatori e deputati non hanno permesso che l’invasione bloccasse il percorso: nella stessa giornata, appena è stato possibile, hanno ripreso i lavori, mostrando la forza di quella democrazia.
L’increscioso episodio può essere un indicatore della fragile salute di tante democrazie rappresentative che faticano a fronteggiare la diffusione del populismo. Trump, che – come tanti leader europei ne cavalca l’onda, è stato capace di raccogliere una grande base elettorale. Il quasi ex-presidente ha alimentato la distanza tra i suoi (i buoni) e gli altri (i cattivi), tra il suo “popolo” e l’élite corrotta, tra un “noi americani” di cui occuparci per prima e un “nemico” da tenere lontano o da contrastare. Questi messaggi parlano alla pancia delle persone, alle loro paure e alla loro rabbia. È un gioco pericoloso. Gli animi sono stati esasperati sempre di più. Il risultato elettorale non è stato accettato, la sconfitta è stata ammessa solo dopo che la sommossa è stata sedata.
Ma le immagini di quella invasione improvvisata mostrano anche i volti delle persone sui quali il populismo fa leva. Sarebbe semplicistico parlare dei poveri. Quelle persone erano sconfitte che avevano vissuto un momento da protagonisti. Erano ex, ex militari, ex lavoratori… senza un progetto e senza un’idea che una volta entrati si facevano selfie nelle sale del Congresso. Le democrazie non guariranno dalle loro ferite, finché non riusciranno a reinserire quanti sono stati scartati dall’economia e dalla società competitiva, finché non recupereranno la capacità di parlare a tutti anche ai meno istruiti, i meno fortunati, i meno agiati. C’è bisogno di realtà che costruiscano nel dialogo e che – come afferma Papa Francesco nella Fratelli Tutti – acquisiscano la consapevolezza che “essere parte del popolo è far parte di un’identità comune fatta di legami sociali e culturali. E questa non è una cosa automatica, anzi: è un processo lento, difficile… verso un progetto comune” (158).

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