Si cerca il dialogo in Siria mentre il Paese è allo stremo

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da Vatican News – Fausta Speranza –

L’inviato speciale degli Stati Uniti per la Siria, Joel Rayburn, ha incontrato le autorità turche ad Ankara per discutere degli sviluppi del conflitto siriano, in particolare degli sforzi per una de-escalation nella regione nordoccidentale di Idlib, ancora contesa tra le forze di Bashar al Assad, appoggiate da Russia e Iran, e milizie locali legate  alla Turchia. La delegazione, guidata da Rayburn, ha avuto colloqui con il portavoce e consigliere del Recep Tayyip Erdoğan, Ibrahim Kalin, e il viceministro degli Esteri, Sedat Onal.

Lo studioso ricorda quanto sia difficile avvicinare le posizioni delle parti dopo dieci anni di conflitto in cui all’esercito di Assad si sono opposti inizialmente forze di opposizione improvvisate e poi miliziani legati a gruppi e sottogruppi diversi tra loro. Ma soprattutto mette in luce che negli ultimi anni per gli sviluppi sul terreno hanno avuto un ruolo preponderante Russia, Iran, Turchia, mentre progressivamente già a partire dalla presidenza Obama, si è ridotta l’influenza degli Stati Uniti. De Luca spiega che il confronto di questi giorni ha riguardato i possibili futuri sviluppi del dialogo intra-siriano, in particolare per arrivare a una commissione costituzionale e ad un percorso per eventuali future elezioni. Questo è l’obiettivo ma – ribadisce – il cammino appare proprio difficile.  Il governo di Erdoğan ha  ribadito la richiesta di ritirare definitivamente il sostegno ai curdi-siriani che si ritrovano sotto la sigla Ypg/Ypj, che sono considerati  “terroristi”, ma è solo uno di punti in discussione.

De Luca ricorda che, nell’agenda dei colloqui, c’è la situazione dei profughi siriani, sottolineando che non se ne parla però abbastanza. Si tratta di oltre 3,6 milioni di rifugiati siriani presenti in Turchia e di oltre un milione presenti sul piccolo territorio del Libano. De Luca ricorda che la presenza in Turchia è motivo di “contrattazione” con l’Unione europea: Ankara torna spesso a ipotizzare di aprire i confini verso i Paesi Ue.

Per quanto riguarda sia il percorso interno di pacificazione sia il rientro dei profughi, in prospettiva ci si chiede quale potrebbe essere in futuro il contributo di Washington visto che dal 20 gennaio la presidenza pasa a Joe Biden.  De Luca sottolinea che il presidente eletto non ha ancora esplicitato le sue intenzioni. In tema di politica estera, infatti, in campagna elettorale e poi subito dopo al momento della vittoria, Biden si è limitato a parlare di rinnovate relazioni con l’Unione europea. Questo potrebbe significare anche un approccio diverso nei confronti del Medio Oriente ma – spiega De Luca – è tutto da vedere. In tema di Medio Oriente non si può non considerare – afferma – che qualcosa si è messo in moto dopo l’accordo commerciale tra Israele e Emirati Arabi Uniti, e poi con il Bahrein, con il Sudan e sembra anche tra poco con l’Oman. Si tratta del cosiddetto accordo di Abramo che De Luca definisce positivo per tutta l’area ma difficilmente in grado di provocare a breve conseguenze positive per la Siria.

La Siria è sempre più povera e disperata, dopo dieci anni di guerra è un Paese ammalato”. Sono parole del nunzio apostolico in Siria, il cardinale Mario Zenari che, in un video dell’ong Avsi, racconta di “lunghe code di persone che attendono di comperare il pane presso i panifici a prezzo sovvenzionato dal governo” e di “tanti feriti di guerra e malati che portano le conseguenze di 10 anni di esplosivi e bombe di ogni genere che hanno inquinato l’ambiente”. Sulla Siria – sottolinea il nunzio – “grava inoltre la coltre di silenzio che,  come diceva Papa Francesco a gennaio scorso, rischia di coprire la sofferenza di dieci anni di guerra”.  “Sono morte molte persone in Siria, difficile calcolarne il numero, dire quanti feriti, quante case, quartieri e villaggi sono stati distrutti. Stiamo assistendo alla morte della speranza. La gente è esacerbata. Pensava che una volta finite le bombe, cominciasse la ripresa economica, la ricostruzione”. Nulla di tutto ciò.

Quattro anni fa il cardinale Zenari ha lanciato il progetto “Ospedali Aperti” con l’obiettivo di assicurare cure mediche gratuite anche ai più poveri grazie al coinvolgimento di tre nosocomi cattolici no profit, due a Damasco e uno ad Aleppo, all’aiuto di diversi donatori, tra cui la Cei, la Fondazione Policlinico universitario Gemelli e il dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, e al supporto tecnico di Avsi. “Alla fine di questo 2020 – spiega Zenari – avremo assistito circa 40.000, o forse più, malati poveri. Il progetto si protrarrà ancora nel 2021, e speriamo di rispondere ai bisogni di 50.00 malati poveri”.  Tantissime le persone ferite dalla guerra, anche interiormente, come i bambini, traumatizzate dalle bombe, dalle esplosioni. “Ogni giorno – ricorda il porporato – centinaia di migliaia di esplosivi sono stati riversati sul territorio e questi hanno inquinato, ferito l’ambiente, l’aria e il suolo”. Un degrado che sta alla base dell’incidenza di tante gravi patologie, soprattutto oncologiche, che colpiscono i siriani, in particolare minori. C’è anche l’obiettivo di cercare di ricucire il tessuto sociale accettando qualsiasi ammalato di al di là di ogni appartenenza etnico-religiosa.

In Siria le conseguenze della diffusione del virus rischiano di essere catastrofiche a causa della mancanza di posti letto ospedalieri, reparti di isolamento e terapia intensiva, fattori che aumentano considerevolmente il tasso di mortalità del virus. Se a metà ottobre i casi erano poco sotto i 5000, alla fine di novembre erano saliti a oltre 7.500. Numeri impossibili da confermare a causa del conflitto e della situazione di isolamento in cui si trova il Paese, con molte zone che non sono sotto il controllo governativo.

 

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