La fame non fa audience

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Simonetta Venturin

La fame del mondo non turba i nostri sonni né i palinsesti della tv che, specchio della società, da alcuni anni insistono con una polifonia di fornelli sempre accesi dove cuochi o aspiranti tali, persone qualsiasi e regine delle telecamere si sfidano a suon di succulente spadellate. Tutta grazia di Dio di cui avere solo gratitudine, ma questo non autorizza a chiudere gli occhi su quella ampia – e purtroppo in crescita – parte del mondo che vive e muore in opposte condizioni.
I dati dell’ultimo Rapporto Fao (Food and Agriculture Organization) del 16 ottobre sono chiari: 690 milioni di persone nel mondo hanno sofferto la fame nel 2019, molte di più di tutta l’Europa che supera di poco i 500 milioni di abitanti. Il numero è in ascesa: si tratta di 10 milioni di persone in più rispetto al 2018 e di quasi 60 milioni in più negli ultimi cinque anni. E’ come se, in un quinquennio, tutta l’Italia si fosse trovata affamata.

Al rischio fame si aggiunge quello della denutrizione cronica: nel nostro mondo abitato da 7,8 miliardi di persone ben 2 (il 25% ossia 1 persona su 4) non hanno accesso a cibo sufficiente, sano e nutriente.

Argomenti impopolari ai quali, con il mondo in piena pandemia, è ancora più difficile dare audience ma, pur nella gravità del momento, il Covid non ci autorizza a chiudere gli occhi sulla realtà né sul come stanno i coabitanti del pianeta. Gli Stati del mondo sembrano averlo sentito e, il 25 settembre 2015, i 193 Paesi membri dell’Onu hanno sottoscritto l’Agenda 2030, un “programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità” che, al secondo punto, prevede di sconfiggere la fame entro i prossimi 15 anni.

Come stanno andando le cose? Non bene date le premesse. Nel dettaglio: l’Asia è il continente con il maggior numero di persone denutrite (381 milioni), seguita da Africa (250 milioni), America Latina e Caraibi (48 milioni). Nei primi cinque anni di Agenda 2030 la denutrizione e la percentuale complessiva di persone affamate sono scese di poco (8,9%), mentre i numeri assoluti sono aumentati. Grandi le disparità: l’Africa è la più colpita e sta peggiorando con il 19,1% della sua popolazione denutrita, più del doppio dell’Asia (8,3%) e dell’America Latina e Caraibi (7,4%). Con il trend attuale entro il 2030 l’Africa ospiterà più della metà degli affamati cronici del mondo.

A tutto ciò si aggiunge la pandemia, che non sarà senza conseguenze. Pur trattandosi di stime, il citato Rapporto ipotizza che nel 2020 dagli 83 ai 132 milioni di persone potrebbero soffrire la fame proprio a causa della recessione economica innescata dal coronavirus.

Cosa servirebbe per cambiare le cose e invertire la rotta? Uno studio della Fao del 2015 quantificava l’investimento globale necessario per vincere la fame entro il 2030 in 267 miliardi di dollari l’anno per quindici anni; uno studio finanziato dal governo tedesco li aggiorna ora in 330 miliardi. Tantissimi? Sì, naturalmente. Ma – tanto per avere un termine di confronto – la cifra è molto vicina ai guadagni di un anno di Amazon (280 miliardi nel 2019) o di Apple (260 miliardi).

Nel frattempo, si incrementano ulteriormente le disparità tra gli esseri umani: 2,9 miliardi sono poco e male alimentati, mentre nei paesi ricchi l’obesità diventa un male (in questo caso autoprocurato) parallelo al Covid. E, ancora una volta, i palinsesti televisivi ne sono la prova provata: le trasmissioni dedicate ai grandi obesi non mancano e vanno in onda raccontando vite d’America come d’Italia.
E così, in questo mondo di fratelli che si voltano la schiena, ha un bel dire papa Francesco che di continuo, in contesti solo apparentemente diversi – parlando di patto globale per l’educazione, ecologia integrata, casa comune, un fondo comune contro la fame – ricorda come “siamo tutti sulla stessa barca”. Ma stringersi per paura del Covid 19 pare più semplice che allargare i cuori e aguzzare le menti per meglio e più equamente dividere e condividere i frutti di Madre Terra.

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