Vescovo Pennacchio: L’emergenza sanitaria ci ha schiacciato e riportato nella nostra umanità, mettendoci di fronte alle nostre debolezze.

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MARCHE – Emergenza sanitaria, prossimità della Chiesa e focus giovani, sono alcuni dei temi affrontati insieme a Mons. Rocco Pennacchio Arcivescovo della diocesi di Fermo. Lo abbiamo intervistato.

Lei come ha vissuto e come sta vivendo questa emergenza sanitaria che ha colpito il nostro Paese e anche la sua diocesi?
Vorrei raccontare, applicandola a me, la testimonianza di un mio amico sacerdote, che prima del Covid lo chiamavano “fra Andrea“. Dopo questo periodo estremamente delicato, il mio amico mi ha raccontato che ora si sentiva solamente chiamare “Andrea”. Con tale affermazione voleva dirmi che ciò che lo contraddistingueva prima era solo il ruolo istituzionale delsacerdote, ora è emerso anche il volto umano. L’emergenza sanitaria ci ha schiacciato e riportato nella nostra umanità, mettendoci di fronte alle nostre debolezze. Dopo questo momento, la preoccupazione è stata quella di saper sostenere la grave crisi che ci ha colpito e le incognite verso il futuro. L’altra incognita è stata quella di sostenere il dolore di quelle famiglie che sono state colpite da questa sofferenza e dal lutto. In ultimo era quello di vedere le nostre comunità parrocchiali un po’ mutilate, dal punto di vista liturgico e formativo. Questa nuova ondata non ci coglie impreparati e stiamo cercando di essere un po’ più flessibili.

Lei ha parlato della necessità di andare incontro alle persone. La crisi economica che ha colpito in passato si è aggravata con l’emergenza sanitaria in corso, come la Chiesa può essere vicina in questo caso?
Non possiamo mettere in campo risorse consistenti tanto da intervenire sulle povertà che si genereranno a seguito di questa nuova ondata. Noi siamo intervenuti sostenendo quelle piccole iniziative che noi stessi avevamo promosso come Caritas e anche attraverso il Progetto Policoro. Fortunatamente abbiamo visto che di molte iniziative non ce n’era bisogno. Non possiamo intervenire direttamente per coprire i deficit di bilancio, ma possiamo intervenire a sostegno delle famiglie che, a causa della riduzione del fatturato, si trovano in difficoltà e questo sembra che le Caritas abbiano svolto il loro compito. Le difficoltà sono tutte legate ai contraccolpi di tipo economico. Come Chiesa dobbiamo svolgere la funzione di voce critica affinché non si vengano a creare spazi di speculazione personale che sarebbero intolleranti da sopportare.

Faccio riferimento al ruolo che le Caritas stanno svolgendo, un supporto non indifferente. Inoltre, anche la sua diocesi è stata colpita dal terremoto. Ci sono delle progettualità che operano, oltre all’emergenza sanitaria, anche sull’emergenza post-sisma? Oltre alla vicinanza delle parrocchie, il problema centrale rimane il fenomeno dello spopolamento che ha comportato la mancanza di quei riferimenti e di quelle persone fondamentali nella vita della comunità. C’è una vicinanza verso quelle persone anziane. Abbiamo anche recuperato quell’interlocuzione con quelle persone che si occupano del tema dell’agricoltura. Abbiamo riunito intorno ad un tavolo, un’iniziativa promossa, dalla stessa Chiesa, per valutare assieme se ci possono essere delle iniziative per inserire i giovani in questo ambito. Pensiamo che questo possa essere un’idea che possa promuovere una rivalutazione di quelle aree che sono state colpite dal sisma. Un altro tema molto presente riguarda le strutture pastorali e religiose danneggiate dal sisma e non agibili e da questa settimana abbiamo iniziato le progettazioni per i primi 15 interventi che incominceranno subito. Per queste popolazioni avere una Chiesa fruibile al di là del servizio liturgico è motivo di identità e attaccamento al proprio territorio e questo impedisce la perdita dell’identità.

Lei prima ha citato il “Progetto Policoro” e dei giovani che si impegnano. Parlare ai giovani non è affatto facile, che cosa si sente di dire in questo caso a loro? La comunità cristiana deve fare il mea culpa dovuto all’incapacità di non saper intercettare i le domande e i bisogni. Il mio timore è quello di offrire risposte a domande che loro non ci porgono e quindi l’impegno è quello di venire incontro ai bisogni di una vita concreta. I giovani devono essere certi che non esiste alcuno spazio della loro esistenza che non possa essere toccato dalla grazia del Signore. Come Chiesa prendiamo atto che facciamo una gran fatica nell’intercettare i bisogni di questi giovani, io per primo ne prendo atto. Ma noi come comunità cristiana e come già espresso dal papa nella “Christus vivit” siamo chiamati ad incontro a quei giovani che seppur lontani dalla Chiesa sono in realtà assai più vicini.

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