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100 anni nascita San Giovanni Paolo II, Mons. Gestori: Wojtyla mi disse “Si ricordi che è difficile fare bene il bene”

DIOCESI – In questo anno ricorre il centenario della nascita di S. Giovanni Paolo II (18 maggio 1920 – 2020) e nella prossima settimana (giovedì 22 ottobre) la Chiesa ricorderà la festa di questo santo nell’anniversario della sua nomina a Papa. Per ricordare San Giovanni Paolo II, pubblichiamo una riflessione del Vescovo Gervasio Gestori.

Mons. Gestori: “Karol Wojtyla inizia il mandato petrino il 22 ottobre 1978 ed il suo sarà un pontificato da record (150 visite pastorali in Italia, visita 317 parrocchie di Roma, 104 viaggi apostolici nel mondo; inoltre, ha un ricchissimo magistero enorme: 14 Encicliche, 15 Esortazioni apostoliche, ecc.; e poi, l’incontro di Assisi del 1986 con i Capi delle altre religioni, le Giornate mondiali della gioventù, ecc.).

Aveva iniziato il suo mandato in un clima mondiale ed ecclesiale pieno di incertezze e sconvolgimenti. Per la Chiesa ricorderò che il Concilio, terminato nel dicembre 1965 aveva avuto tante conseguenze positive, ma anche aveva lasciato che sorgesse una stagione di contestazioni e di difficoltà, tanto che papa Paolo VI, qualche mese prima della sua morte (6 agosto 1978 a Castelgandolfo) aveva detto nella festa dei Santi Pietro e Paolo che “il fumo di satana era entrato nella Chiesa”. E per la situazione mondiale ricorderò il famoso “Sessantotto”, il muro di Berlino e la cortina di ferro, con la sua Polonia ancora dominata dal comunismo e dall’URSS.

In questo clima viene eletto Papa ancora giovane (58 anni) e deve affrontare questa pesante e problematica situazione.

      IMPRESSIONI

VISTO DA LONTANO, (erano per me gli anni del Seminario a Venegono e poi da parroco), questo polacco che parlava simpaticamente italiano, appariva vivacissimo, pieno di forza, brillante, coraggioso, combattente, con uno stile ben diverso da quello del Predecessore Paolo VI. Ritornava nella sua Polonia e, senza timore delle Autorità, rompendo un delicatissimo equilibrio, appoggiava apertamente il sindacato operaio di Danzica e la libertà di presenza pubblica della Chiesa nella società. Venne a Venegono in occasione del Congresso Eucaristico Italiano, mi fu data l’opportunità di pranzare al suo tavolo (risotto alla milanese e ossi buchi) e potei accompagnarlo lungo i portici dal refettorio al suo appartamento per un breve riposo. Pur nella stanchezza fisica riusciva ad esprimere una ammirevole forza. Alle Giornate Mondiali della Gioventù si intuiva la grandezza anche dell’attore che ci sapeva fare con i giovani. Si diceva che la gente venisse a Roma per videre Petrum (la frase è di S. Paolo e del Diritto Canonico per le visite dei vescovi), mentre per Benedetto XVI si dirà che si veniva a Roma per audire Petrum. Due modalità di fare il papa.

In quegli anni, per me ancora milanesi, stando ai discorsi qualcuno con superficialità affermava che Giovanni Paolo II avesse la statura di un parroco di campagna. I fatti avrebbero ampiamente smentito questo giudizio affrettato e superficiale. Basterà pensare ad alcuni suoi documenti, come la coraggiosa ed innovativa enciclica  Centesimus annus (1991), nella quale a 100 anni dalla Rerum novarum di Leone XIII, a seguito di una sua “analisi di alcuni avvenimenti della storia recente” (era appena caduto il muro di Berlino e abbattuta la cortina di ferro) attribuendo la causa dei mali di allora all’ateismo ed al disprezzo della persona umana (14), “invitava a guardare al futuro” (n. 3). Andava ben oltre le diffuse considerazioni di allora, ferme al dato politico e sociale, per una profonda lettura teologica della storia! Il comunismo era imploso per un errore antropologico: aveva errato nel pensare all’uomo ed ai suoi bisogni essenziali. Lo aveva sperimentato sulla sua pelle.

VISTO DA VICINO, dopo la mia andata a Roma nel novembre 1989, la prima impressione era quella della tenerezza verso la persona, specialmente quando incominciò ad essere colpito dal Parkinson. Ma anche venerazione, e commozione per la debolezza dell’individuo e soprattutto ammirazione per la forza della fede (bastava vederlo pregare). Anche a pranzo impressionava la capacità di lavoro (ascoltava i vescovi presenti e chiedeva precisazioni avendo accanto alcuni appunti).

Personalmente, se mi è possibile, dico che mentre con il Card. Martini ho sempre avuto soggezione per la imponente statura e forse per la sua timidezza vista come austerità, il Papa invece non mi incuteva timore, ma meraviglia, entusiasmo ed affetto.

 RICORDI

Una volta, al termine di una udienza particolare, nella sala del Concistoro, in fila andammo a ossequiarlo. Dissi della mia attività con il Comitato per gli aiuti al Terzo Mondo. Mi stavo già allontanando quando mi richiamò: “Si ricordi che è difficile fare bene il bene”. Con la sua voce grave e profonda mi fece impressione e in seguito mi sarei ricordato frequentemente di quell’avvertimento datomi con tanta autorevolezza.

Ebbi la fortuna di concelebrare due volte la Santa Messa nella sua Cappellina: la prima con alcuni miei collaboratori e qualche famigliare, e qualche anno successivo. Era impressionante il suo modo di celebrare. Entrando in Cappella si vedeva il Papa già inginocchiato (seppi dal Segretario che usava mettere sotto il cuscino alcuni biglietti con le intenzioni di preghiera a lui richieste). Dopo la Messa si fermò a lungo per il ringraziamento e poi passò a salutarci uno per uno. Naturalmente con nostra grande meraviglia e gioia.

Non potrò dimenticare le settimane e i giorni della malattia: l’impossibilità di camminare (lui che aveva girato il mondo e che amava le gite in montagna: Gran Sasso e le Dolomiti); la difficoltà di esprimersi, anche se continuava ancora a parlare con il suo silenzio, con la sofferenza fisica visibile, con lo sforzo non nascosto (ricorderete a  Pasqua, sei giorni prima di morire, dalla finestra dell’appartamento, aveva tentato di parlare, ma non riuscì. Battè un pugno sul davanzale e si limitò ad un gesto di benedizione). Quei mesi di malattia furono per il mondo una vera ed ultima grande Enciclica, scritta con la sua persona sofferente e con il linguaggio del silenzio. Perché anche la malattia del corpo può essere un forte ed eloquente inno alla vita, come anche recentemente abbiamo visto in tante persone durante la chiusura per la pandemia. Ebbi la possibilità di sostare accanto al suo Corpo, davanti all’altare della Confessione e di  pregare a lungo, grazie alla bontà del Card. Comastri.

QUALCHE CONSIDERAZIONE

Ogni volta che vado a Roma non manco mai di fermarmi davanti alla sua tomba, vicino alla Porta Santa ed alla Pietà di Michelangelo (lui era devotissimo della Madonna, lui che di fatto non aveva conosciuta sua mamma e che volle nel suo stemma papale la M ed il motto Totus tuus).

Al suo funerale, presenti almeno un milione di fedeli (Roma era stata sigillata), osservavo quella sua bara deposta sulla nuda terra e sopra il libro dei Vangeli. Ad un certo punto un soffio di vento smosse le grandi pagine del libro sacro. Ci si chiese quale significato potesse avere. Improvvisamente vennero fuori in piazza San Pietro alcuni grandi striscioni con la scritta: Santo subito. Era una richiesta di popolo, era un desiderio che veniva incontro ad un sentimento largamente e profondamente sentito. Santo. Lo Spirito santo stava soffiando. Sarebbe arrivata le beatificazione e la canonizzazione in tempo di record.

Santo sì. Ma mi piacerebbe aggiungere un altro aggettivo, meno importante di quello (santo), ma altamente significativo. Nella storia della Chiesa solo due sono i Papi detti Magno: Leone, che nel 451 fermò il capo degli Unni Attila presso Mantova. e Gregorio, papa dal 590 al 604, che difese Roma dai barbari, organizzò la Chiesa nella Città eterna, arricchì la Liturgia anche con il canto, mandò 40 monaci ad evangelizzare gli Angli.

Magno anche Giovanni Paolo II? Avevo accompagnato il Papa nella sua straordinaria visita a Cuba (dal 21 al 26 gennaio 1998), avevo concelebrato con lui nelle principali città dell’isola caribica. Al termine dell’ultima Messa in Plaza de la Revoluciòn, davanti ad un milione di persone, in prima fila Fidel Castro con tutte le autorità politiche e militari, mi fecero una profonda impressione due enormi manifesti sulla facciata di due grattacieli: il primo raffigurava Che Guevara, il grande rivoluzionario dell’America Latina, ed il secondo presentava il Sacro Cuore di Gesù, con una enorme scritta: Jesù Christo en tì confido. In quella piazza vedevo dominare dall’alto, dietro l’altare, l’immagine del Sacro Cuore! Che cosa stava succedendo?

Il santo Padre era appena ripartito per Roma ed ebbi la possibilità di essere ricevuto nel palazzo presidenziale dal Leader Maximo, grazie alla solerte mediazione dell’arcivescovo de L’Avana card. Lucas Ortega. Castro aveva accanto alcuni suoi collaboratori a me noti. Il personaggio imponeva timore con la sua alta statura e con gli occhi vivacissimi. Ci scambiammo qualche parola e si capiva che era ancora commosso. Disse, meglio dichiarò: Noi piccola isola, il Papa grande uomo.

Era il 2 aprile quando morì Giovanni Paolo II. Qualche giorno dopo ricordandolo Fidel Castro scrisse sul libro della Nunziatura Apostolica de L’Avana: “Riposa in pace, instancabile combattente per l’amicizia tra i popoli…Ci hai visitato in tempi difficili e hai potuto percepire la nobiltà, lo spirito di solidarietà e il valore morale delle persone, che ti hanno accolto con particolare rispetto e affetto perché sapevano apprezzare la bontà e l’amore per gli esseri umani cha hanno guidato il tuo lungo viaggio sulla Terra…”.

Il Papa grande uomo. Da fedeli devoti della Chiesa Cattolica, riconsiderando la personalità di San Giovanni Paolo II, possiamo anche noi chiamarlo veramente Magno.

La storia umana giustamente dovrebbe chiamarlo Magno per avere contribuito alla caduta del muro di Berlino e della cortina di ferro, e per avere ridonato la libertà a milioni di persone senza spargimento di sangue. Noi osiamo chiamarlo Magno per la santità della vita e per la forza del suo magistero, vissuto in un problematico contesto di cambiamento d’ epoca.

CONCLUSIONE

Oggi stiamo vivendo una inaspettata situazione di passaggio, a causa di questo misterioso ed improvviso Covid 19 e osserviamo un futuro ancora molto  imprevedibile. “La pandemia ci ha messi tutti in crisi… non si può uscire uguali: o usciamo migliori o usciamo peggiori”, ha detto papa Francesco a Pentecoste. Aggiungendo che il dramma peggiore sarebbe di non imparare da questa crisi. Ma stiamo imparando? Dobbiamo imparare a “fare storia di promozione umana mediante l’annuncio del Vangelo che è gioia” (G. De Rita). La gioia oggi appare merce rara, e quindi preziosa.

San Giovanni Paolo II proclamava spesso: “Non abbiate paura!”. Sì, impariamo. E il suo esempio ci sproni e ci aiuti”.