Don Roberto Malgesini: lo sguardo di un prete oltre la sua morte

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Paolo Bustaffa

Un mattino don Roberto Malgesini era arrivato vicino al porticato della ex chiesa di San Francesco in Como con latte, caffè e i biscotti per un gruppo di senza tetto che aveva trascorso la notte in quel ricovero.
Così faceva tutti i giorni.
I tutori dell’ordine pubblico non gli permisero di offrire quel piccolo dono e lo invitarono ad andarsene perché quell’angolo della città non rispondeva al decoro urbano e andava rimosso al più presto.
Non disse nulla. Prese le sue cose e tornò sui suoi passi ma la telecamera prima di riprendere le sue spalle si soffermò per un istante sul suo sguardo colmo di stupore per quella inattesa richiesta.
Perché impedire un gesto semplice, un soffio di umanità, un saluto che non avrebbero rubato più di qualche minuto all’intervento di rimozione?
Non reagì, non protestò, neppure scrisse lettere accusatorie ai giornali.

Tacque e quel suo silenzio divenne un appello alla città ad alzare gli occhi e scoprire che sotto il cielo tutti gli uomini avevano pari dignità e nessuno era uno scarto.

Oggi, dopo la sua tragica morte avvenuta il 15 settembre mentre compiva il quotidiano gesto di fraternità quel silenzio, diventato un grido degli ultimi, è sopra la città non come un giudizio ma come un insistente bussare alla porta della coscienza dei suoi abitanti e dei suoi governanti.
Una straordinaria comunicazione, irrigata di umiltà, capace di generare pensieri e gesti di umanità.
Forse don Roberto non si accorgeva del grande dono che aveva di parlare al cuore di chiunque incontrasse. Era per lui del tutto naturale, comunicava così la bellezza dell’essere prete, dell’essere in colloquio permanente con Dio, dell’essere lieto di incontrare i poveri sulle strade del centro, nelle periferie esistenziali, nei luoghi della sofferenza, della reclusione, dello sfruttamento, dello scarto.
Una comunicazione totalmente altra rispetto a quella che si è mossa attorno alla sua uccisione e che spesso ha rivelato l’incapacità di comprendere e raccontare l’essenziale di una vita e di una morte.

Nel cielo sopra la città lo sguardo di questo prete è sempre più una domanda e sempre più una risposta.

È lo stesso sguardo che ebbe il giorno in cui gli venne impedito un gesto d’amore, è lo stesso sguardo con il quale ogni giorno accoglieva chiunque fosse in cerca e in attesa di umanità.
È lo stesso sguardo con il quale guarda oggi la città, non certo per giudicarla ma per invitarla a riflettere senza sterili contrapposizioni sul senso del decoro urbano e trovare una risposta culturale, sociale e politica in grado di mettere accanto ai vasi di fiori i volti di persone di diverse culture, storie e fedi.

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