Sant’Ignazio di Loyola: discernere sulla propria pelle

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Alessandro Di Medio

La Chiesa fa memoria di sant’Ignazio di Loyola, fondatore dell’ordine dei Gesuiti, nati per assistere i pellegrini in Terra Santa, e finiti a Roma per essere i riformatori dell’intera Chiesa universale in tempi tribolati di scismi, proteste, eresie e dissolutezze.

Senz’altro la cosa più importante che Ignazio ci ha lasciato è stata un’esperienza che è divenuta un metodo, il metodo del discernimento.
Non se l’è inventato Ignazio, il discernimento: già ne avevano parlato i Padri del deserto, che nel silenzio sfidante dei loro eremi avevano per primi imparato a riconoscere le “voci” di diversi pensieri, distinguendone l’origine (celeste o tentatoria) dalla tonalità emotiva e dal loro punto di arrivo.

Ignazio è stato però decisivo per trasportare e decodificare tutto questo sapere all’interno della modernità, così attenta ai moti della coscienza da rischiare di ridursi a esaltazione del soggetto, dell’individuo, dell’ego.

Rispetto a questo rischio, che già nella Riforma protestante aveva mostrato il suo esito distruttivo per l’unità della Chiesa, Ignazio sterza in tutt’altra direzione: il soggetto non è da porre al centro, ma è uno dei due fuochi di un’elisse, entro cui si svolge il dialogo tra Dio e l’uomo, che Egli ha creato per la sua gloria. Se rimane in questo ascolto obbedienziale e filiale, l’uomo attua pienamente la sua natura, e questo comporta per lui l’esperienza di una gioia inconfondibile e consolante, chiaro indizio che la traiettoria è quella giusta, quella del Magis: amare sempre di più, essere liberi sempre di più, sempre più conformi a Cristo.
Quando invece l’uomo, condizionato dall’atavica paura della morte, cerca semplicemente se stesso, si distacca da questa relazione e riceve esattamente quanto la paura gli faceva temere: desolazione, turbamento, tristezza, stagnazione… eppure anche questa desolazione può essere utile, se l’uomo la ammette e si decide per un cambiamento – da qui l’importanza del disagio, motore primo della conversione.

Tutto questo Ignazio, anzi, Iñigo, l’ha sperimentato sulla sua pelle, mentre, allettato per una convalescenza, inizia a comprendere che nei primi ventisei anni della sua vita aveva cercato solo se stesso, ottenendo come risultato una gamba fracassata e tanta solitudine:

“Con tutta la luce ricavata da questa esperienza si mise a riflettere più seriamente sulla vita passata e sentì un grande bisogno di farne penitenza” (Autobiografia, n. 9), sentì cioè il bisogno di cambiare vita, inseguendo la traccia luminosa e discreta che ben altri pensieri, provenienti dal pungolo di Dio, avevano iniziato a disseminare sulla sua strada.
E man mano che Iñigo, solo e a piedi, muoverà i suoi primi passi zoppicanti lungo la via di una vita nuova, diverrà al contempo sperimentatore e maestro, all’inizio solo per i suoi amici, e poi per immense schiere che verranno.

Tra queste schiere mi piace annoverare anche le centinaia di ragazzi e ragazze che negli ultimi dieci anni hanno vissuto il percorso di Signa Veritatis, che ha nell’esperienza di Ignazio di Loyola il suo riferimento profondo. Scrivo proprio mentre sto tenendo a un gruppo di loro gli Esercizi spirituali, quest’anno distribuiti in turni molteplici per le norme anti-Covid; è bello vedere come ancora dopo cinquecento anni le scoperte spirituali di un basco testa calda innamorato di Cristo, di uno “spagnoletto piccolo e con gli occhi allegri”, come lo definirà un coevo, possano turbare e sconvolgere giovani vite portandole al bene, anzi, al “di più”, con l’impeto sovversivo e inaspettato di una palla di cannone.

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