Mons. Gestori: Vi racconto “un vecchio fatto di cronaca”

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DIOCESI – Pubblichiamo la seconda riflessione giunta in redazione da parte del Vescovo emerito, Mons. Gervasio Gestori.

In epoche passate erano frequenti le pestilenze, che diffuse facilmente tra le popolazioni facevano milioni di vittime, oltre che per la potenza misteriosa del virus, per mancanza di attenzioni igieniche, di quelle cure sanitarie e di quelle medicine di cui oggi disponiamo, e molte anche per incapacità ed irresponsabilità delle autorità ad affrontare le situazioni.
Alcune pestilenze sono rimaste famose ed hanno trovato poi delle descrizioni pensose anche in alcuni romanzi. Ricorderò La peste, di Albert Camus (1947), ambientata nella città di Orano in Algeria; il Saggio sulla cecità, del portoghese José Saramago (1995); e soprattutto I promessi sposi del grande scrittore lombardo Alessandro Manzoni (1840), dove trova ampia narrazione la tremenda peste del 1630, che fece migliaia e migliaia di morti.
Fermo l’attenzione su questa.
In quella tremenda pestilenza quanti erano colpiti dal male venivano costretti a rinchiudersi in un grande lazzaretto, di cui ancora rimangono le tracce nella periferia nord-orientale di Milano. Dentro quel recinto la maggior parte della gente colpita dal male andava o veniva portata a morire, trovando l’assistenza umana e cristiana di alcuni padri cappuccini. Da quel luogo purtroppo soltanto alcuni pochi fortunati riuscivano a salvarsi.
Nel capitolo XXXVI del romanzo manzoniano si racconta di un buon gruppo di guariti, donne e uomini, giovani e bambini,: si erano raccolti al centro del lazzaretto, prima di uscire come in religiosa processione, ancora stremati nel fisico ma lieti nel cuore, addolorati per le perdite di parenti e amici, ma soprattutto grati e riconoscenti al Signore per la recuperata salute.
Una piccola cappella sorgeva all’interno del recinto, che non meritava il nome di ospizio, né tanto meno di ospedale, quanto piuttosto di dolorosa anticamera del vicino cimitero di S. Gregorio.
Ed ecco il racconto.

LA PREDICA DI PADRE FELICE
Sul sagrato di quel luogo di culto si vede arrivare un anziano frate, P. Felice, il commissario capo del gruppo di religiosi, che aveva il duro compito di assistere, confortare e accompagnare l’esistenza di quella povera gente.
Il buon religioso incomincia a parlare, più con gesti che con parole, accanto ad una grande croce. Le parole sono sofferte, affettuose, piene di gratitudine a Dio per la guarigione, suggerite dalla fede. Escono da labbra tremanti e sono dirette al cuore di quei sopravvissuti. Sono parole vere, umane, autentiche, che vengono ascoltate da persone fragili e ancora dubbiose dopo la dura prova, fiduciose nella potenza del Signore ed incerte sul loro futuro. Sono parole che fanno riflettere e che sono di profonda attualità, se appena abbiamo un poco di cuore per accoglierle e di mente per comprenderle. Le ascoltiamo anche noi, mentre stiamo uscendo dalla situazione di questi mesi.
Con opportuna retorica adatta a quegli ascoltatori ed in quel luogo di dolore , P. Felice inizia invitando a guardare quanto stava attorno a loro:
“Diamo un pensiero ai mille e mille che sono usciti di là; e, col dito alzato sopra la spalla, accennava dietro a sé la porta che mette al cimitero detto di san Gregorio, il quale allora era tutto, si può dire, una gran fossa”. E poi indica i molti vivi ancora presenti : “diamo intorno un’occhiata ai mille e mille che rimangono qui, troppo incerti di dove stiano per uscire; diamo un’occhiata a noi, così pochi, che n’usciamo a salvamento”.
Con semplicità religiosa il buon padre allora invita ad elevare lo sguardo in alto, al Signore, e benedirlo nella sua misteriosa grandezza:
“Benedetto il Signore! Benedetto nella giustizia, benedetto nella misericordia! Benedetto nella morte, benedetto nella salute! Benedetto in questa scelta che ha voluto far di noi!”
Quanti stanno per uscire con P. Felice dal lazzaretto devono sentirsi in qualche modo dei privilegiati. Perché loro sono stati scelti tra i molti? Con quali sentimenti i guariti devono lasciare quel luogo di sofferenza, ma per loro ormai benedetto, ed affrontare la nuova vita da scampati?
“Oh! Perché l’ha voluto, figliuoli, se non per serbarsi un piccolo popolo corretto dall’afflizione, e infervorato dalla gratitudine? Se non a fine che, sentendo ora più vivamente, che la vita è un suo dono, ne facciamo quella stima che merita una cosa data da Lui, l’impieghiamo nelle opere che si possono offrire a Lui? Se non a fine che la memoria dei nostri patimenti ci renda compassionevoli e soccorrevoli ai nostri prossimi?”.
E’ un autentico inno alla fede ed carità. Dopo il dolore della prova e della paura, col rischio sempre prossimo di perdere anche la vita, il predicatore con coraggio evangelico esorta quella fragile ed incerta turba di ascoltatori a fare della propria esistenza un dono, dono dato da Dio ed a loro ridato da Lui con la guarigione: ecco la fede che ricordava il buon cappuccino e che definisce la vita dono di Dio da spendere come dono per gli altri. E’ quasi un obbligo morale che la loro nuova vita venga offerta con gesti di amore servizievole, con sentimenti concreti di compassione, con atti di generosità e di volontariato.
Poi nasce l’invito a guardarsi attorno, per osservare quanti restavano ancora lì, fortunatamente vivi, sì, vivi ancora, ma fino a quando?
“Questi intanto, in compagnia dei quali abbiamo penato, sperato, temuto; tra i quali lasciamo degli amici, dei congiunti; e che tutti sono poi finalmente nostri fratelli; quelli tra questi, che ci vedranno passare in mezzo a loro, mentre forse riceveranno qualche sollievo nel pensare che qualcheduno esce pur salvo di qui, ricevano edificazione dal nostro contegno. Dio non voglia che possano vedere in noi una gioia rumorosa, una gioia mondana d’aver scansata quella morte, con la quale essi stessi stanno ancora dibattendosi. Vedano che partiamo ringraziando per noi, e pregando per loro; e possano dire: anche fuori di qui, questi si ricorderanno di noi, continueranno a pregare per noi meschini”.
Sublimi parole! Sono di una delicatezza che soltanto un animo fine, illuminato dalla carità cristiana e sostenuto dallo spirito francescano potevano tentare di venire pronunciate da labbra umane, anche se con frasi troppo povere per dire la ricchezza del cuore che le viveva. Esse trovano un richiamo anche nell’inno manzoniano della Risurrezione: “L’allegrezza non è questa/ di che i giusti son giocondi. / Ma pacata in suo contegno, / ma celeste come il segno / della gioia che verrà”. Dunque, usciamo contenti, ma umili, predicava P. Felice; non offendiamo con la nostra fortuna di guariti il dolore e la paura di chi sta ancora soffrendo e temendo. E preghiamo per loro, dopo avere ringraziato il Signore.
A questo punto il pensiero corre al dopo della dura prova esistenziale e coraggiosamente il buon frate non teme di invitare quei fortunati sopravvissuti ad imparare un nuovo stile di vita:
“Cominciamo da questo viaggio, dai primi passi che siam per fare, una vita tutta di carità. Quelli che sono tornati all’antico vigore, diano un braccio fraterno ai fiacchi; giovani, sostenete i vecchi; voi che siete rimasti senza figliuoli, vedete, intorno a voi, quanti figliuoli rimasti senza padre! Siatelo per loro! E questa carità, ricoprendo i vostri peccati, raddolcirà anche i vostri dolori!”.
Dopo avere esortato chi si sente maggiormente in forze per aiutare i più deboli, i giovani a sostenere gli anziani ed i padri rimasti senza figli ad adottare gli orfani, P. Felice vorrebbe toccare il cuore di tutti con un gesto di umile penitenza, chiedendo sinceramente perdono per le sue inadempienze durante il doloroso ministero esercitato in quel luogo di sofferenza; ecco, si mette una corda al collo, si butta in ginocchio e nel silenzio rotto soltanto dalle lacrime dei presenti, aggiunge:
“Per me e per tutti i miei compagni, che, senza alcun merito siamo stati scelti all’alto privilegio di servire Cristo in voi; io vi chiedo umilmente perdono se non abbiamo degnamente adempito un sì’ grande ministero…Perdonateci!…E fatta sull’udienza un gran segno di croce, si alzò”.
Non posso non commuovermi per queste parole: semplici, sincere sulle labbra di quel figlio di S. Francesco, evangelicamente grandi: il servizio dei poveri è il privilegio di servire Cristo. E non posso non pensare ai tanti medici, infermieri e infermiere, agli operatori sanitari e volontari, ai sacerdoti, che durante le settimane della pandemia, specialmente nelle zone più dolorosamente colpite, si sono sacrificati fino a dare la vita per assistere, curare, confortare, accompagnare migliaia e migliaia di persone colpite dal virus o negli affetti.
Queste donne e questi uomini del nostro tempo, persone come noi, hanno messo a repentaglio la propria vita con quella umanissima incoscienza che nasce dal senso di un proprio difficile dovere e dalla necessità di aiutare con amore chi sta avendo bisogno. Ci è stato offerto un grande esempio di come si dovrebbe sempre vivere, ci è stato dato forse anche un chiaro rimprovero per le nostre povertà di cuore e le incapacità di vedere chi ci tendeva una mano o ci implorava uno sguardo.
Queste persone meritano la nostra attenzione ammirevole e la nostra povera ricompensa, accanto e dopo quella vera e abbondante della Provvidenza divina.

CI INSEGNA QUALCOSA IL CORONAVIRUS?
“Tutto tornerà come prima?”. Qualcuno l’ha scritto e molti lo sperano. Tanti pensano di poter riprendere le abitudini antecedenti e lo stile di vita che abbiamo a fatica lasciato alle spalle per troppe settimane.
Tutto deve tornare come si viveva prima? Spero proprio di no e quanto vorrei che la difficile esperienza affrontata ci abbia insegnato qualcosa. Non è forse vero che tutti, o quasi, ci siamo sempre lamentati di questo nostro mondo e che lo vorremmo diverso? quante volte diciamo di volere un mondo migliore, più giusto e più umano! vorremmo un mondo che non ci costringa a vivere come macchine con ritmi durissimi e che abbia più rispetto per la natura e per la sua bellezza.
Allora spero proprio che non si torni a vivere come si viveva prima e che la pandemia abbia costretto il mondo intero a ripensarsi ed un poco tutti a convertirsi, ciascuno facendo la propria parte. Quale?
Ciascuno di noi, almeno quelli che hanno voluto fermarsi un momento a riflettere, ha da raccontare qualcosa e da esprimere qualche sua considerazione. Che cosa abbiamo imparato? Che cosa questo male non ancora scientificamente decifrato ha da insegnarci? O abbiamo vissuto solo nella paura o nel timore senza nulla apprendere per la nostra vita? Penso che avremmo perso un’occasione preziosa, perché anche la pandemia finirà bene, solo se avremo imparato la sua lezione.
Nelle settimane trascorse sono usciti allo scoperto tanti gesti di umanità, esemplari per lo spirito di sacrificio, ammirevoli per il coraggio, che hanno messo in rilievo come la nostra gente, al di là di quello che spesso appare, sia interiormente dotata di generosità e di amore e che nei momenti difficili il bene sa emergere senza troppo rumore.
In questi ultimi giorni si moltiplicano le riflessioni sull’esperienza vissuta e si cerca di offrire le proprie riflessioni. Ne ho lette diverse e sono stato tentato anch’io di dire qualche mio pensiero, che vorrei qui velocemente esporre, senza la pretesa di essere né profondo, né capito, e nemmeno pienamente accolto, ben sapendo che altre riflessioni più importanti si potrebbero esporre in modo certamente migliore.

La prima: nessuno può salvarsi da solo. Siamo legati gli uni agli altri, fin dalla nascita con i nostri genitori. Siamo necessariamente legati tra noi con tanti vincoli di parentela, di conoscenza, di vicinanza, di semplice esistenza. Anche lo sconosciuto della strada, apparentemente lontano dalla mia vita, fa parte di me ed in tanti momenti diventa essenziale con i suoi atti alla mia concreta, come ci ha fatto comprendere il coronavirus. Viviamo tutti su questo piccolo grande pianeta, che chiamiamo terra e che la globalizzazione attuale ha reso più piccolo e più nostro. Siamo parte di un’unica umanità, grande e bellissima, ma anche estremamente fragile, come abbiamo potuto vedere nelle settimane trascorse. La forza misteriosa di un virus partito da lontano ci ha costretti non solo a difenderci dagli altri, ma ci ha convinti che siamo tutti vicini e che nessuno di fatto ci è estraneo.
Come si vive vicini? Una fratellanza oggettiva condiziona tutti, l’esaltazione suprema del nostro io è illusoria, un individualismo estremo è fallimentare. Non c’è un mondo di individui, ma esiste una umanità di persone. Solo una testarda ideologia può sostenere il narcisismo, l’io-latria, il culto di sé. L’altro non è sempre lontano. Solo una modo di pensare astratto può far dire che l’altro non mi tocca, non mi interessa, può essere ignorato. Ci siamo tutti e siamo tutti vicini.
Ed allora una libertà assoluta che ignori l’altro non è possibile, una volontà egoistica è vuota, il pensare soltanto a se stessi è una illusione deleteria, mentre la libertà vera si esprime nel riconoscere che viviamo accanto ad altri, che si dovrebbe stare bene insieme, con il rispetto e l’aiuto, e se anche volessi rifiutare l’altro o negarne l’esistenza, l’altro comunque c’è e ti appartiene in qualche modo. Siamo dunque chiamati a vivere la libertà nostra in un modo alto, che di fatto è fratellanza, comunque la si voglia chiamare, e che il cristianesimo da sempre insegna e che anche i rivoluzionari di Francia hanno riconosciuto con la loro “liberté” e “égalité”.
Si è detto e scritto frequentemente che tutto finirà bene. Lo affermo anch’io e lo spero vivamente, soprattutto perché la fede cristiana nella Divina Provvidenza ci sostiene in questa profonda e bellissima convinzione, deposito prezioso del cristianesimo autentico nella vita dei credenti Per noi credenti infatti “tutto è grazia”, come è stato più volte insegnato, ripetendo le parole di S. Paolo che “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio (Rom 8,28), e come coraggiosamente aggiungeva S. Agostino, “anche i peccati”, anche il male, anche il coronavirus può poi fare del bene.
Ritornando qui al punto di partenza di queste mie considerazioni ed allo scritto manzoniano, che ne ha dato lo spunto, ricordo che anche la protagonista, una semplice contadina di nome Lucia, al termine della sua dolorosa storia narrata ne I promessi sposi, arrivava a concludere con sapienza autenticamente cristiana:
“I guai vengono spesso perché ci si è dato cagione; ma anche la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa, o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce e li rende utili per una vita migliore”.
Il coronavirus è stato un guaio, (e quale guaio!). Ha sconvolto un ordine economico e sociale dominante nel mondo e soprattutto ha profondamente turbato lo stile dei rapporti umani. Perfino il calendario e i riti religiosi hanno dovuto subire cambiamenti di cui la storia non aveva fatto esperienza, come una settimana santa ed una festa di Pasqua con le chiese chiuse. Ed allora? Quale risposta dare? Quale conversione accogliere?
Ecco qui, come dire, il punto centrale, o il “sugo” di questa esperienza, per usare la parola del Manzoni: il coronavirus renderà la nostra vita migliore?
Vorrei lasciare la risposta ad un grande cristiano, morto in un lager nazista durante la guerra, un pastore luterano, D. Bonhoeffer: “Per chi è responsabile la domanda ultima non è: come me la cavo eroicamente in questo affare, ma: quale potrà essere la vita della generazione che viene”.
Soltanto se avremo imparato la dura lezione imposta all’umanità globalizzata dal coronavirus tutto finirà bene.

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1 commento

  • VAGNONI FRANCO     11 giugno 2020 alle 17:29     Permalink

    GRAZIE VESCOVO EMERITO. E’ VERO CHE ERAVAMO ABBITUATI A VIVERE IN UN MONDO CORROTTO. L’UMANITA è COMPOSTA DA TRE PERSONE UNA PICCOLA FETTA MUORE PER IL TROPPO CIBO. UNA PARTE APPENA VIVE IL RESTO MUORE DI FAME.

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