Il Dott. Bozzi di Colonnella ci racconta la sua doppia esperienza di medico e paziente contagiato da coronavirus

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COLONNELLA – Sarebbero più di dodici mila i sanitari in Italia contagiati da Covid-19: si tratta di medici, infermieri ed operatori socio-sanitari. Nonostante la guardia sia molto alta per quanto concerne le precauzioni adottate, tuttavia il rischio del contagio esiste ed è reale per chi ogni giorno combatte in prima linea contro questo virus silenzioso, ma spesso fatale.

Per parlare dei rischi connessi al coronavirus e sapere in particolare come è la situazione presso l’ospedale Mazzini di Teramo, abbiamo incontrato un medico che il rischio non lo ha solo sfiorato, ma lo ha affrontato con coraggio, rispetto delle procedure, terapia e determinazione, il Dott. ANTONIO BOZZI, Dirigente Medico della Centrale Operativa del 118 di Teramo e Medico anche a bordo delle Unità Mobili di Rianimazione. Dopo la Maturità Scientifica conseguita presso il Collegio Marianista Santa Maria di Roma, ha ottenuto dapprima la Laurea in Medicina e Chirurgia e l’abilitazione professionale presso l’Università ‘La Sapienza’ di Roma, poi il Diploma per due abilitazioni, una in Medicina Generale presso L’Università di Chieti e una all’Emergenza/Urgenza Territoriale a Pescara. Svolge dal 2006 questa attività di primo soccorso che – come da lui stesso dichiarato – “è un’attività altamente specialistica che non può essere improvvisata, bensì necessita di una competenza acquisita attraverso tanti anni di esperienza”.

Dott. Bozzi, cosa ha provato quando le hanno comunicato di essere positivo al tampone per Covid-19?
“Quando la mattina del 3 aprile mi sono alzato per andare in servizio, misurando la febbre ho riscontrato la presenza di una temperatura intorno ai 37,3, motivo per il quale ho allertato della mia assenza la centrale operativa del 118 ed il giorno dopo mi sono sottoposto presso il PS di Teramo agli esami del caso che, solo nel tampone, ha riscontrato la positività al virus. Immediatamente è scattata la quarantena domiciliare.”

Purtroppo anche sua madre è stata contagiata e si trova attualmente in rianimazione a Teramo. Onestamente in questi giorni ha pensato qualche volta che sta pagando un caro prezzo per il servizio reso alla comunità?
“Se avessi radicato questo pensiero, non svolgerei questo tipo di attività di prima linea. Chi non è in contatto direttamente con i pazienti, non rischia nulla. Noi personale del 118, per quanto protetti dai dispositivi di protezione personale e da un atteggiamento responsabile, siamo sovraesposti ai rischi.”

Quali sono le precauzioni adottate da lei e dai suoi colleghi?
“Prima di tutto utilizziamo tutti i dispositivi di protezione individuale necessari, come tuta isolante, maschere facciali filtranti, visiere, occhiali, guanti e calzari. Esistono inoltre delle procedure comportamentali idonee previste dall’Istituto Superiore della Sanità e dal Ministero della Salute che siamo tenuti a rispettare.”

Come è cambiato il suo lavoro da quando è iniziata questa emergenza?
“Come medico di centrale, svolgo la funzione di dirigenza e coordinamento della territorialità dei mezzi stessi, fornendo informazioni all’utente mediante una supervisione del dispatch telefonico gestito dal personale infermieristico, per la gestione del ricovero dei pazienti. In quest’ultimo periodo sono cambiate molte cose. Prima di tutto, oltre al lavoro classico, forniamo un adeguato supporto specialistico ai medici di base: spesso loro si interfacciano con noi per capire come trattare e gestire i pazienti. Generalmente il soccorso territoriale viene effettuato per stroke, infarti, politraumi, patologie psichiatriche e metaboliche; adesso, invece, a causa di questo virus, noi interveniamo quando inizia a manifestarsi una improvvisa ed ingravescente difficoltà respiratoria alla quale provvediamo stabilizzando i parametri respiratori con opportune procedure mediche, che spaziano dalla somministrazione di ossigeno fino all’intubazione orotracheale, includendo la somministrazione di farmaci specifici per la patologia in oggetto.”

Come sta gestendo l’emergenza l’Ospedale di Teramo?
“Nella provincia di Teramo stiamo gestendo, ora per ora, questa situazione che è andata evolvendosi nel corso delle settimane precedenti. Abbiamo un ospedale covid-dedicato che è quello di Atri, poi abbiamo dei posti covid creati all’interno dell’ospedale di Giulianova ed abbiamo anche il contributo dell’ospedale di Teramo sia attraverso il supporto del reparto di Malattie Infettive sia attraverso l’osservazione breve del Pronto Soccorso. Tutti i pazienti che si relazionano con il medico di base manifestando sintomi respiratori riconducibili al coronavirus, diventano nostri pazienti, cioè soggetti che noi dobbiamo andare a visitare e trattare e dobbiamo, previa autorizzazione e consulto con gli ospedali sul territorio, trovare dei posti affinché questi pazienti vengano ricoverati. È chiaro che è una situazione al limite della normale tolleranza per una persona comune, quindi dobbiamo dare anche un supporto psicologico al paziente che, in pochi minuti, viene proiettato in una realtà più grande di lui, in una condizione che da sentito dire diventa la sua condizione di esistenza. Per questo motivo ci viene naturale fornire un conforto al paziente stesso che si ritrova in questa terribile situazione, al familiare che vorrebbe assistere il congiunto ma che non può farlo perché il paziente è tenuto all’isolamento e a una gestione separata, a tutela dello stesso e della comunità civile. Per chi è credente come me, l’affidarsi alla fede è stato un valido sostegno morale e spirituale per affrontare in assoluta serenità tutta la malattia. Talvolta, dopo un’accurata intervista al paziente, decidiamo che lo stesso debba rimanere a casa ed essere curato nel proprio domicilio. Questo perché, nonostante tutti i dispositivi e tutte le precauzioni che l’Azienda Sanitaria ha adottato finora, esiste comunque una minima possibilità di restare contagiati.

L’ospedale di Teramo ha registrato un elevato numero di contagiati tra i sanitari. Come se lo spiega?
Per quello che riguarda la mia competenza, essendo io un convenzionato per la Asl stessa, ho adottato sicuramente tutte quelle che sono le procedure di isolamento atte ad evitare anche il minimo contagio. Abbiamo tuttavia a che fare con un’utenza eterogenea che viene dall’esterno e, per quanto si vogliano usare tutti i dispositivi di protezione, che sono stati effettivamente usati, non si può escludere la possibilità del contagio sia per il contatto personale con il paziente ma anche per tutto quello che attiene la vita privata. Io, ad esempio, vivo con mia madre e mio fratello ed in casa le precauzioni sono massime: anche quando stiamo a casa, indossiamo la mascherina. La nostra professione, infatti, ci fa vivere il contatto reale con i pazienti contagiati: ad esempio c’è il momento della vestizione, il momento dell’intervista, il momento in cui si prende visione della patologia acuta che manifesta il paziente, il momento in cui lo portiamo all’ospedale dedicato. È chiaro che, nella fase successiva a questa, il personale sanitario attua la procedura di decontaminazione attraverso un percorso specifico e dedicato che è previsto per legge. Quello è il momento più alto di possibile contagio.

Che messaggio vuole dare ai lettori?
6Un messaggio di speranza, attraverso il severo rispetto delle normative in merito al comportamento da attuare in questo difficile momento. Tutti insieme, adottando le disposizioni, con l’aiuto di medici, infermieri e personale sanitario, possiamo sconfiggere il COVID 19.

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