A tu per tu con il cronista Emidio Lattanzi: “Siamo passati dall’astio per i migranti al conflitto sociale tra gente che stava a casa e gente che usciva di casa”

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Il giornalista Emidio Lattanzi

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Quello del giornalista è uno dei pochi mestieri a non essersi fermato nel corso dell’emergenza-Coronavirus. Non si è fermato, ma ha dovuto affrontare una situazione inimmaginabile. Un territorio inesplorato dove non sono mancate le insidie. Abbiamo parlato di questo con Emidio Lattanzi: direttore del quotidiano on-line La Nuova Riviera e cronista del Corriere Adriatico.  

Com’è cambiato il mestiere di cronista in tempi di Coronavirus?
“Abbiamo tutti trovato qualcosa che non avevamo mai raccontato prima. Neppure il più navigato dei giornalisti questa volta ha potuto dire di aver già affrontato una situazione del genere. Tutti ci siamo ritrovati dall’oggi al domani privati della libertà di poter fare una banalissima passeggiata fuori casa, con le strade deserte e silenziose. Ci siamo mossi in uno scenario da conflitto mondiale. E di guerra abbiamo parlato in queste settimane, ma senza raccontare di bombe e bombardamenti. La guerra, anche tra le quattro mura della nostra regione, l’abbiamo raccontata con i numeri, con l’ansia della curva che cresceva e la speranza dei contagi che calavano. Numeri e dati ostici, soprattutto all’inizio, con i quali abbiamo preso familiarità. Tutto sommato non credo che sia cambiato il mestiere di cronista, credo piuttosto che abbiamo preso maggiore consapevolezza del ruolo di chi fa il nostro lavoro. Abbiamo fatto errori, io almeno li ho fatti e non ho problemi ad ammetterlo. Li ho fatti nel valutare alcune situazioni proprio a causa dell’assoluta anomala novità di questa emergenza. E attraverso quegli errori abbiamo capito (o almeno dovremmo capire) quanto sia fondamentale il nostro ruolo e quanto rispetto dobbiamo a chi ci legge. Perché in queste settimane le persone si sono affidate anche a noi e a noi hanno affidato anche i propri sentimenti. Rabbia, speranza, dolore e orgoglio. Chi ha raccontato, online, questi assurdi giorni, ha fatto i conti con tutto ciò”.

Governo, Regioni, Comuni: si è mai trovato in difficoltà nel comunicare ai lettori le decisioni di un sistema che, con l’emergenza-Coronavirus, paradossalmente sembra aver accentuato le proprie differenze?
“Su questo parlano i fatti. Basti pensare a come tutta questa storia sia iniziata nelle Marche, con la famosa conferenza stampa del presidente della Regione Luca Ceriscioli. Tutti la raccontammo in diretta. Ceriscioli in dieci minuti chiuse e riaprì le scuole e tutti noi abbiamo lanciato, in tempo reale, la notizia che le scuole l’indomani sarebbero state chiuse. Poi arrivò la famosa telefonata di Conte, e giù tutti a scrivere che le scuole sarebbero state aperte. Nostro malgrado abbiamo mandato migliaia di famiglie in confusione dando voce a chi, sia a Roma che ad Ancona, non aveva ancora evidentemente le idee chiare. Ma chi le ha? Anche oggi, parliamo di fase due e ancora non ci è tutto chiaro di quello che potevamo fare nella uno”.

In un recente post su Facebook, lei ha scritto: “Io mi rendo conto che bisogna spesso attaccarsi a quello che si riesce a prendere, e a volte si riesce a prendere ben poco. Ma lanciare continuamente titoli e articoli su gente multata perché va a fare la spesa o perché si sta facendo una passeggiata rappresenta un punto abbastanza basso della nostra professione. E mi ci metto dentro”. L’informazione ai tempi del Coronavirus vive di un eccessivo sensazionalismo?
“Non credo che si possa parlare di sensazionalismo. Torno a quello che dicevo prima, ci siamo tutti trovati ad affrontare una situazione mai vissuta prima. Se qualcuno, a Natale, ci avesse detto che nel giro di qualche settimana saremmo stati denunciati per una passeggiata sul lungomare o multati per essere andati a fare la spesa a un chilometro da casa avremmo chiamato la Neuro. Impensabile no? E invece all’improvviso ci siamo trovati a raccontare proprio queste situazioni. Abbiamo iniziato a parlare di “tot” controllati e “tot” denunciati, magari a riferire di casi eclatanti come quello che prendeva il sole sul marciapiede di fronte alla porta di casa e che per questo è stato multato. Poi piano piano sui giornali sono cominciati ad uscire titoli sulle persone multate perché andavano a fare la spesa con toni simili a quelli utilizzati per raccontare un sequestro di droga o un arresto per stalking. Sarebbe come scrivere un articolo su un singolo automobilista multato per divieto di sosta. Sanzione certamente giusta e legittima, ma il nostro ruolo è diventato quello di riportare queste notizie?”.

Quando quest’emergenza sarà finita, pensa che anche il mondo dell’informazione ne uscirà modificato? Se sì, in che modo?
“Credo che raccontando questa emergenza stiamo tutti scoprendo un nuovo legame con il lettore. Spero che ad uscire modificato da questa esperienza, possa essere la visione che chi fa informazione a di chi legge. Ci siamo talmente abituati a dare priorità alla notizia che abbiamo perso di vista tutto il resto. Credo che dovremmo uscire da certe prospettive, dovremmo leggere con attenzione i commenti e le reazione di chi legge quello che scriviamo per trovare dei punti di incontro, dei fattori di crescita. Questa emergenza ha confermato che le persone hanno bisogno di schierarsi. Siamo passati dall’astio per i migranti al conflitto sociale tra gente che stava a casa e gente che usciva di casa. Tra sani e contagiati, e poi tra contagiati che se l’erano cercata e contagiati che invece non meritavano il virus. Guardate cosa è successo al primo caso positivo a Grottammare. Una macchina del fango nei confronti non solo di una persona ma di una intera famiglia. Qualcuno è arrivato a fare nomi e cognomi e, probabilmente, sarà chiamato a spiegare le proprie azioni in sede legale. Ecco, forse il nostro ruolo, passata questa emergenza, dovrebbe essere quello di informare anche e soprattutto chi, chiuso nella propria echo chamber, non vuole essere informato”.

I giornali (cartacei ed on-line) stanno vivendo un difficile frangente economico a causa della contrazione della pubblicità, come si supera una fase così complicata?
“Sarà forse la volta buona per superare la semplice “inserzione” e iniziare a fornire dei servizi concreti alle aziende che investono su un giornale. Dovrà essere un rapporto do ut des. Oggi ci sono delle realtà che investono in pubblicità semplicemente perché hanno un budget predefinito da dirottare sull’editoria. Domani molte di quelle aziende dovranno scegliere dove veicolare quegli investimenti al fine di poter avere effettivamente un riscontro. E i giornali dovranno essere all’altezza”.

Più in generale, ci aspetta un’estate davvero mai vissuta prima a San Benedetto e dintorni. Dal suo punto d’osservazione privilegiato, che previsioni si sente di fare per il sistema socio-economico locale?
“Sarà diversa. Sarà difficile. E sarà brutta. E’ inutile farsi illusioni. Lo sanno bene gli operatori, i concessionari di spiaggia e gli albergatori. Lo sa tutto l’indotto quindi è inutile mettere punti interrogativi. Occorrerà un massiccio intervento delle istituzioni, inteso come alleggerimento della pressione fiscale e tributaria, e intesa come erogazione di fondi che devono arrivare dal Governo e dall’Unione Europea. Per motivi certamente validi, l’economia è stata fermata. Le aziende non stanno perdendo soldi per proprie mancanze, ma per delle imposizioni arrivate da chi finora ha gestito soltanto una prima fase dell’emergenza. Ora ha il dovere di fare fronte alla seconda perché la situazione, non soltanto nel turismo, rischia di diventare socialmente pericolosa”.

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