Direttore Pompei: “In questi giorni, non abituati alle rinunce, stiamo soffrendo terribilmente più per il superfluo che per il necessario”

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di Pietro Pompei

SAN BENEDETTO DEL TRONTO Amarcord avrebbe detto il regista Fellini che nel 1973 firmò un film con questo nome, molto più realisticamente papa Francesco parla di radici trovandole nei ricordi di nonni che un subdolo virus in questi mesi sta sradicando senza pietà. Noi, rimasti alla finestra, cerchiamo di fare memoria anche delle piccole storie perché da esse sia tramandata un’umanità non dedita solo alle lotte. I mesi di Maggio rinverdiscono col passare dei giorni, chiusi tra quattro mura.

Ci sono delle date in cui i ricordi fanno a cazzotti per presentarsi tutti insieme. Quelli della fanciullezza e dell’adolescenza solitamente hanno la meglio, perché hanno dalla loro parte la commozione. E mi ritrovo in quella chiassosa uscita dalla chiesa della Madonna della Marina, dopo le preghiere per il Mese di Maggio, pronti ad assalire, con il lancio degli zoccoletti, quelle povere piante di acacia, poste nella piazza antistante, oggi rimessa a nuovo, per strappare i fiori che per noi avevano il sapore di leccornie. Quei bei mesi di Maggio in cui dappertutto respiravi la presenza della Vergine Santa! E come non commuoversi ripensando a quei mezzi-rosari recitati, strappando qualche minuto al gioco, davanti all’altarino della Madonna che mettevamo su tra compagni, trafugando qualche mattone dalle tante ricostruzioni post-belliche e che ornavamo con tante rose? E tutte quelle crocette che stavano ad indicare la “severa” contabilità dei nostri “fioretti” che, a pensarci bene, avevano sapore di autentico sacrificio, in tempi di vera magra. Alla fine del mese di Maggio venivano offerti alla Madonna e bruciati davanti all’altare. Quei sentimenti verso la Vergine cresciuti lì, sono rimasti radicati e si son fatti “porto” nelle tempeste della vita. Erano un valorizzare quella insoddisfazione per tanti limiti ed erano uno sprone a fare sempre di più, in un desiderio di arricchimento della propria esistenza.

Buttarsi nel mondo di oggi da questi ricordi è troppo facile, tanti sono gli esempi di un’adolescenza inquieta ed annoiata. Di fronte a tanti misfatti, a tante forme  di efferato bullismo fatte da giovanissimi, all’adulto si impone un esame di coscienza. Non si vuole incolpare nessuno e tanto meno le famiglie, troppo spesso ignorate o avvilite dalla società e dal mondo politico. Dando seguito ad un egoismo represso ci si è voluti liberare da quella lontana insoddisfazione, risolvendola attraverso i figli, “Loro devono avere tutto quello che io non ho avuto”, un discorso ricorrente che non ha senso nei limiti propri della natura umana. Il possedere tutto è la noia, parente della morte. Le case sono piene di giocattoli ed altro su cui siamo portati a riflettere in questi giorni in cui si paventa una povertà inaspettata.

Ci sostituiamo ad ogni loro problema o sacrificio, crediamo di far bene, facendoci loro compagni,  quando invece vogliono un genitore. Crediamo di superare ataviche ipocrisie, aprendo loro tutti i misteri della vita, appiattendo e spesso banalizzando anche quelli che sono piacevoli nella loro individualità, perché ogni persona è diversa dall’altra. Non siamo mai sazi. In questi giorni non abituati alle rinunce stiamo soffrendo terribilmente più per il superfluo che per il necessario.  

“Madonna mia, aiutami”, è l’invocazione cresciuta sotto gli alberi di acacia; ma quale aiuto possono chiedere questi ragazzi non abituati a privarsi di nulla?

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