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Almeno su “Sure” l’Europa è d’accordo

Paolo Zucca

Una Cassa integrazione europea per reggere un rapporto di lavoro che altrimenti si perderebbe dopo alcuni mesi. Almeno su questo i Governi continentali stanno convergendo ed è una buona notizia per i lavoratori contrattualizzati. Sure (acronimo che sta per Scheme Unemployed Risk European) vuol dire “sicuro”. Di cassa integrazione, subito e di massa, si ha un gran bisogno per alleggerire gran parte del costo del lavoro nelle imprese ferme. Che hanno altri oneri fissi da sopportare.

Per la sola Italia le richieste emerse finora indicano due-tre milioni di interessati, si andrà ben oltre.

Un utilizzo prolungato della Cassa integrazione guadagni ordinaria (Cigo) è in grado di stravolgere le risorse di uno strumento che è stato pensato per aiutare settori in crisi momentanea e per fattori esterni. Mai con questa intensità e pervasività dell’improvvisa crisi epidemica globale. Le tecnicalità cambiano per settori e in attesa dell’utilizzo dei soldi Inps, Fis (Fondo integrazione salariale) e di altri strumenti di solidarietà, interverranno le banche ad anticipare i flussi mensili ai lavoratori.

Quale è il senso del Piano Sure? Garantire risorse ai singoli Paesi su un programma di sostegno al lavoratore e alle imprese impedendo lo sfilacciamento del rapporto che non è solo lo stipendio in cambio di ore di lavoro. E’ esperienza, competenza, formazione e anche progetto e cuore. Il lavoratore riduce l’incertezza e può valutare e mantenere i suoi impegni di spesa (mutui, rette, consumi) su un equilibrio diverso che non è la disoccupazione nera. Sarà probabilmente più complesso intervenire, come si sta facendo, a sostegno di lavoratori con un rapporto di lavoro più precario.

Il piano Sure è europeo ed è sempre comunque un prestito agli Stati. Aumenta il debito. La Commissione Ue ha annunciato di voler emettere obbligazioni fino a raccogliere un massimo di 100 miliardi finalizzati al sostegno dei lavoratori e che si integrerebbe poi con altri finanziamenti europei dalle finalità diverse. Dalla spese per la sanità, per le piccole e medie imprese e quanto altro servirà. Che vincoli avranno i soldi prestati dal piano Sure ai singoli Stati? Sul Piano anti-disoccupazione c’è un accordo di massima, i soldi andranno a quel capitolo di spesa e non ad altro.

Sebbene i contrasti si siano ammorbiditi, in Europa restano posizioni diverse sulle modalità di utilizzo e di controllo che dovranno accompagnare il grande fiume di denaro d’emergenza dal centro alla periferia, come spesso accade anche nei flussi fra uno Stato centrale e le sue Regioni. E’ il tema delle condizionalità, che sarebbe più semplice definire delle condizioni a cui deve sottoporsi chi vuole avere quel denaro.

Il Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità) è già esistente e ha una dotazione di oltre 400 miliardi. Ma ha già anche vincoli stringenti cui devono sottoporsi i Governi e per questo non è molto gradito da chi teme un eccesso di invasività dei controllori europei nelle scelte dei singoli Governi nazionali.

Vista l’entità della crisi che sta colpendo gran parte dell’Europa è possibile che i vincoli vengano ridotti e si acceda ad aiuti anche con il Mes “leggero”. Oppure che cresca l’impegno della Bei (Banca Europea degli investimenti) per il sostegno alle imprese. Non trova varchi l’idea di raccogliere denaro con emissioni di CoronaBond, cioè obbligazioni garantite da tutti i Paesi europei : proprio perché molto sicuri nella restituzione del capitale e nel pagamento degli interessi potrebbero essere emessi a un rendimento (cioè un costo per i Paesi) ridottissimo.

Da sempre l’emissione di titoli di Stato targati Ue non piace ad alcuni Paesi del NordEuropa. Viene rifiutata per principio l’idea di diventare garanti della restituzione del denaro utilizzato da quegli “spendaccioni “ del SudEuropa. Si condivide l’emergenza, il dolore, il sostegno al lavoro. Non il debito futuro. Ognuno si tenga il suo.