Roberto Rossini: «Cattolici, prendiamoci carico della politica»

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Avvenire, di Roberto Rossini

La politica, ripete spesso Arturo Parisi, riguarda il chi, più che il cosa. Come a dire che la politica chiama in causa lo scontro tra uomini, a volte in modo anche un po’ tribale. Ma non è questo a stupirci: perché la politica è anche questo, è confronto anche duro tra persone, è scontro, non fa sconti, è faticosa, crea i nemici e gli amici, gli alleati e gli avversari. Eppure la fase politica che preferiamo è quella che riesce a tenere insieme – e con senso – più persone, ad aprire un orizzonte che accomuna: un universale.

Mauro Magatti e Chiara Giaccardi ricordano che, etimologicamente, cattolico deriva dal greco katà olos, dove il termine olos sta per intero e si riferisce all’integralità delle cose, alla totalità delle sue diverse dimensioni tra loro collegate. E di conseguenza ricorda che “cattolico” significa “riferito al tutto”: è un modo di pensare “secondo il tutto”, perché “tutto è connesso”, come ha scritto papa Francesco nella Laudato si’ e come prima ancora riconosce la mistica.

Tutto è connesso, tutto è complesso. Dire che tutto è connesso significa affermare il valore del concreto contro il rigido astratto, vuol dire mettere in discussione ogni assolutezza, cioè ogni possibilità che ci sia qualcosa o qualcuno che sia “sciolto” da legami, vincoli, limiti, rapporti, relazioni. A noi cattolici non occorre andare in pensione in qualche villetta isolata o aprire un nuovo centro da qualche parte della città. A noi cattolici deve importare il saper connettere con metodo e pazienza le diverse esperienze che salvano la persona creando il bene comune, alla luce dei grandi principi della solidarietà, della sussidiarietà. Occorre dunque creare – o contribuire a creare – dei movimenti connettivi. Tutto è connesso, molto è diviso. La nostra fedeltà alla Chiesa va giocata anche come fedeltà alla civitas, alla democrazia.

Dobbiamo dirci che oggi si pone una grande Questione politica. Dopo la Questione sociale di fine Ottocento e la Questione antropologica posta nei decenni precedenti, oggi ci si apre una grande Questione politica: come ricostruire una grammatica del civile, della convivenza sostenibile, come illuminare quello spazio pubblico per delineare alcune regole a favore di un dialogo fruttuoso tra chi crede e chi non crede o è diversamente credente. Come scrive Enzo Bianchi, solo così è possibile costruire insieme una città dove il vivere assieme possa essere più umano per tutti.

È un compito tagliato su misura per noi. Creare una condizione che offra una cittadinanza sostanziale ai tanti destini differenti delle persone, delle famiglie e delle comunità. Si tratta di creare questa condizione non come semplice riconoscimento di qualche diritto – o, peggio, di qualche desiderio trasformato in diritto – ma come membri di una comunità di destinazione, fratelli di uno stesso destino, dello stesso Padre.

Per far questo si può partire dal tema dell’uguaglianza per arrivare a porre il tema di quale libertà. Costruire movimenti connettivi è un compito che si può realizzare a più livelli: dal tenere insieme tutto ciò che contribuisce alla rinascita di un quartiere o di una città al creare nuove organizzazioni o tessere reti o creare alleanze per conseguire concreti obiettivi politici e sociali nazionali o internazionali; dal partecipare negli spazi pubblici con il patrimonio di idee della Dottrina sociale della Chiesa (che più si va avanti più sembra diventare fresco e attuale) al mettere a disposizione il patrimonio di risorse materiali e immateriali ereditate per fare ciò che è bene, ciò che è vero e ciò che è giusto. Sì, perché dobbiamo sottolineare che qualunque movimento connettivo deve trovare la sua radice più forte nella giustizia. Senza giustizia, senza una forte spinta etica, il tutto si riduce a… etichetta. È sempre la lotta contro le ingiustizie a scrivere la storia del mondo.

L’associazionismo cattolico e cristiano può sostenere questo sforzo grazie alla grande tradizione che ha nel saper agire attraverso la partecipazione popolare, nell’essere esperti di sociale e di comunità (anche molto piccole). Per questo dobbiamo (continuare a) stare tra la gente, nelle piazze e nelle strade per scoprire insieme alle persone di questo tempo quale convivenza sia sostenibile, possibile. Quali parole usare, quali immagini, quali eventi, quali reti: bisogna essere dei veri popolari per non essere populisti.

Ci sia consentito infine di dichiarare anche una preoccupazione. Prendiamo spunto da un aforisma di Luigi Einaudi, che recita così: «chi cerca rimedi economici a problemi economici è sulla falsa strada. Il problema economico è l’aspetto e la conseguenza di un più ampio problema spirituale e morale». Dunque: dietro le quinte della più o meno scenografica realtà, ecco la dimensione spirituale. Non ne avevamo alcun dubbio.

L’Italia è un paese da tempo in crisi: la crisi è anche spirituale. Fino a quando è stata sostenuta da una fede concreta, magari basica, umile e popolare l’Italia aveva più fiducia, nella convinzione che l’ultima parola non spettasse né al “padrone” e neppure al popolo: al massimo, a questi soggetti, sarebbe spettata una parola penultima. Il mistero è accettare che non tutto sia chiaro pur cercando di vederci chiaro; che non tutto sia comprensibile pur usando la razionalità; che le cose non sempre si presentino con un senso, pur disponendo di molte filosofie e chiavi di lettura; che non si sappia tutto subito, pur desiderando l’immediatezza. C’è invece un’area sacra, una zona, un tempo che richiede un investimento di fede perché è misterioso. Questo paese sembra aver perso proprio questo senso del mistero, dell’accettazione della condizione penultima e, quindi, della speranza.

È una constatazione. È un momento così. Per un cristiano è così. La grande storia della fede sta vivendo una fase delicata: precaria, parola il cui etimo ha a che fare con la parola preghiera. Quindi bene, in fondo, si sarebbe tentati di dire. Non sappiamo se le minoranze profetiche potranno farci qualcosa, però l’impegno “fuori da sé”, la ricerca della propria anima “fuori da sé”, il desiderio di un impegno civile a servizio del bene comune è utile anche per questo, a ricreare la fiducia in una storia che non è sempre programmabile, pianificabile e con un finale già deciso.

Per questo pregare per la città ha un senso. Per questo stare nei processi sociali concreti della città, nelle sue vicende e nelle sue storie – senza astrarsi – ha un senso. Pio Parisi, storico assistente spirituale delle Acli, decise un giorno di scrivere un biglietto ad Aldo Moro. Gli spiegava che più cercava la contemplazione del (misterioso) disegno di Dio, più si accorgeva dell’importanza della politica. Moro, dopo qualche tempo, gli rispose, scrivendo che più era impegnato nelle vicende della politica più sentiva l’importanza della contemplazione. Fede e politica, due poli che si attraggono e si respingono, due poli che si nutrono di spirito e di concretezza umana. Vivere bene la spiritualità aiuta a impegnarsi, ad avere il respiro giusto per cambiare la realtà.

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