Incontro Cei a Bari: primo confronto tra i vescovi su trasmissione fede

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Chiara Biagioni e M. Michela Nicolais

“Nel Mediterraneo si vive una Chiesa di popolo”. Lo ha detto mons. Francesco Cacucci, arcivescovo di Bari-Bitonto, intervenendo alla prima conferenza stampa dell’incontro “Mediterraneo, frontiera di pace”, in corso a Bari per iniziativa della Cei. Sia nella sponda Nord che nella sponda Sud del Mediterraneo, l’analisi del vescovo, “la Chiesa vive, anche se è minoritaria: è una Chiesa che vive la realtà immersa nel popolo. È una Chiesa di popolo che ha bisogno di essere sostenuta”. “Spesso noi abbiamo una visione legata al turismo, mentre conosciamo meno le Chiese che vivono nel Medio Oriente o nel Nordafrica”, ha lamentato Cacucci a proposito del Mediterraneo. Di qui l’importanza della conoscenza reciproca tra le Chiese, che iniziative come quella di Bari si propongono di incrementare:

“Dobbiamo e vogliamo collaborare insieme in modo più sistematico. Questo aiuterebbe anche la vecchia Europa a vivere come Chiesa di popolo”.

Tra i temi trattati nel primo momento di confronto tra i 58 vescovi partecipanti, provenienti dai diversi Paesi – ha riferito l’arcivescovo di Bari-Bitonto – figurano i gemellaggi tra le diocesi e la questione dei “fidei donum” come cartina di tornasole dell’attività missionaria.

“La riflessione sul Mediterraneo è una riflessione sulla cattolicità”, l’analisi di Cacucci, ed “il Mediterraneo è un tema che tocca non solo l’Europa”: “Tante nazioni europee guardano al Mediterraneo, ma sono segnate da interessi economici che non sempre sono in armonia con il rispetto dei principi evangelici”.

“Il Vangelo non può essere motivo di discriminazione, di non rispetto dei Paesi e delle comunità cristiane che vivono in questi Paesi”, il monito di Cacucci, che ha stigmatizzato la “congiura del silenzio”, più volte denunciata da Papa Francesco, verso quei Paesi nei quali è presente il martirio.

Bari 20/02/2020
Cei, Conferenza Episcopale Italiana
“Mediterraneo frontiera di pace”

“La collaborazione tra le diocesi per la formazione professionale”. E’ uno dei temi a cui si è accennato nel primo momento di confronto tra i vescovi, al “tavolo” del Castello Svevo di Bari. Lo ha riferito mons. Antonino Raspanti, vescovo di Acireale, vicepresidente della Cei e coordinatore del Comitato organizzatore dell’incontro di Bari.  Rispondendo alle domande dei giornalisti, Raspanti ha anticipato un tema di cui i vescovi delegati discuteranno domani, e del quale si sono sentiti alcuni accenni durante il confronto nei “tavoli” di oggi. “Formare i formatori e lanciare alcuni progetti di lavoro, anche perché molti cristiani – e non solo dall’Africa – abbandonano i loro Paesi”, una delle proposte che domani approfondiranno i vescovi. Raspanti, in proposito, ha citato il caso dell’Italia meridionale: “35mila persone all’anno partono dalla Sicilia”. Se continua tale tendenza, e la si associa al calo delle nascite, “nell’Italia meridionale, tra dieci, venti o 30 anni, il Nord peserà per il 60% e il Sud per il 20-30%. Già oggi ci sono squilibri interni agli Stati”.

“Il Mediterraneo è anche luogo del riemergere di preoccupanti istanze teocratiche”, ha detto Pina De Simone, coordinatrice del biennio di specializzazione in Teologia fondamentale della Pontificia Facoltà teologica dell’Italia meridionale sezione San Luigi, introducendo con la sua relazione la seconda giornata dell’incontro di Bari, dedicato dalla Cei al “Mediterraneo, frontiera di pace”. “Non solo in quei Paesi del Medio Oriente o dell’Africa che vivono una crescente islamizzazione dello Stato e il potere devastante di organizzazioni terroristiche, o in alcuni Paesi dell’est Europa – ha proseguito la relatrice – ma pure nei Paesi occidentali che sperimentano un tempo di disorientamento a partire dalla crisi del sistema economico e delle istituzioni democratiche e che rispondono ai flussi migratori irrigidendo i confini, chiudendo porti e valichi e negando ogni possibilità di accoglienza che comporti un reale confronto e la messa in movimento del sistema sociale”. Il fondamentalismo ovunque si dia e qualunque sia la forma in cui prende corpo, anche quando si fa strada nella vita della Chiesa,

“è sempre una sconfitta della fede e una negazione della capacità umanizzante dell’esperienza di Dio”.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Sulle due sponde del Mediterraneo, i problemi sono diversi, assumono forme diverse ma le sfide sono le stesse e la più complessa è quella di formare i giovani ad una cultura del dialogo e della convivenza. Se in Europa – come ha detto il cardinale Juan José Omella y Omella, arcivescovo di Barcellona – stiamo vivendo una “globalizzazione dell’indifferenza” ed un “cambiamento d’epoca che non lascia intravedere soluzioni all’orizzonte e la strada su cui camminare”, nei paesi della Terra Santa i problemi sono complessi: si va dai lunghi processi di pace che sembrano non arrivare mai a conclusione, a situazione di guerra ormai decennale come in Siria, a situazioni di spaccatura come a Cipro o di gravi crisi economiche come in Libano, in Giordania e nella Palestina. “In tutte queste realtà la nostra presenza ha a che fare con i luoghi santi fatti di pietre ma anche con la vita concreta delle persone che noi chiamiamo pietre vive”.

Emerge chiaro che l’impegno di tipo educativo è “un impegno prioritario per cui vale la pena spendersi di più perché permette di costruire una convivenza di collaborazione e di amicizia  tra cristiani e musulmani”. 

E’ in questo contesto che il Documento sulla Fratellanza umana firmato da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar ad Abu Dhabi si staglia come “pietra miliare su cui costruire il futuro di questa terra” e per questo la Custodia ha deciso di far entrare lo studio della Dichiarazione nei programmi scolastici e nel curriculum di studi teologici degli studenti di teologia che si preparano a diventare frati o sacerdoti, “in modo che sappiano poi inserirsi in questo ambiente con questo tipo di prospettiva”.

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