Francesco Antenucci questa sera sarà ordinato diacono

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DIOCESI – La Chiesa di Dio che è in San Benedetto del Tronto – Ripatransone – Montalto si appresta a vivere un grande momento di festa. Infatti questa sera alle ore 21.00, nella Cattedrale Santa Maria della Marina sarà conferito il diaconato a Francesco Antenucci per l’imposizione delle mani del Vescovo Carlo Bresciani. Già ieri sera la comunità diocesana si è unita in preghiera per questo importante evento ecclesiale nella parrocchia di San Filippo Neri. Di seguito riproponiamo l’intervista a Francesco pubblicata pochi giorni fa.

Francesco, classe 1994, è residente a Martinsicuro, ma svolge servizi pastorali presso la Parrocchia San Filippo Neri. Dopo gli studi superiori presso il Liceo Scientifico “Benedetto Rosetti” ha frequentato il Seminario Regionale San Pio X di Ancona e la Facoltà di Teologia presso la quale sta conseguendo il Baccellierato con una tesi dal titolo Flannery O’Connor: Dio tra le trame dell’esistenza. Ecco cosa ci racconta di sé a pochi giorni dall’ordinazione.

Come è nata la tua vocazione? 
La mia vocazione è nata in parrocchia, nella vita e nel dialogo con Dio. All’età di 14 anni ho cominciato a partecipare a un gruppo giovanile nella mia parrocchia di origine Madre Teresa di Calcutta, dopo qualche mese durante una serata di preghiera per la prima volta ho percepito chiaramente in un silenzio la presenza di Dio accanto a me, un senso ineffabile di amore e di fiducia. Questa esperienza mi ha portato a proseguire il mio cammino di fede, non privo di alti e bassi, in parrocchia e nella vita. Questi due sono stati il terreno dove la mia vocazione è cresciuta: è nel vivere le mie giornate, fatte di belle relazioni d’amicizia ed esperienze parrocchiali di servizio, che è sorto in me all’improvviso questa domanda: “E se vivessi così tutta la vita, a servizio di Dio e del Prossimo?”

Puoi spiegare ai nostri lettori qual è il percorso di formazione che porta al Diaconato e poi al Presbiterato? 
È un percorso che di base dura 7 anni, ma che può essere personalizzato con esperienze e tempi aggiuntivi di crescita (esperienze lavorative, caritative, spirituali, etc).
In questi 7 anni ci sono diversi step che portano a una graduale crescita come persona, cristiano e, se Dio vuole, come servo e pastore della Chiesa. L’itinerario prevede: un anno iniziale in cui cominciare a prendere in mano la propria storia, la propria visione di Dio e della Chiesa e la propria vocazione; due anni più claustrali diretti a fare nella fede un viaggio dentro se stessi per arrivare ad abbandonarsi a Dio in vera libertà di cuore; due anni di introduzione alla vita pastorale parrocchiale e alla vita da presbitero; in ultimo due anni in cui ci si mette in gioco in prima persona e si fa sintesi di tutto ciò che si è imparato in una esperienza pastorale più intensa. Ovviamente tutto questo è accompagnato dal percorso di studi per conseguire la laurea in Teologia, necessaria per essere consapevoli in modo significativo della propria fede.

Una parte importante nella preparazione al ministero è appunto quella degli studi teologici. C’è una materia che ti ha preso maggiormente? 
L’aspetto della Teologia che più mi ha preso è la Teologia Fondamentale. Viene chiamata “Teologia di frontiera”, in quanto è quella branca che, una volta aver definito cos’è la Fede, la Rivelazione cristiana e come si può ragionare con essa, si mette in dialogo con tutto il mondo. È entusiasmante perché puoi vedere come la Fede possa dialogare con la cultura dei popoli, la scienza, la letteratura, le altre religioni, etc.
Personalmente anche la Catechesi è un’ambito che mi appassiona molto, perché è lì che poi ci si mette in gioco concretamente nel comunicare Cristo al mondo.

Si parla molto in questi mesi di celibato e di possibilità per i preti di sposarsi. Senza entrare nel dibattito teologico, cosa significa per un giovane della tua età la scelta del celibato?
Parlando di me in particolare, io devo dire che il celibato è stato il primo aspetto della vita del prete che mi ha attratto. In poche parole: vedere un uomo che si consacra a Dio per il servizio del prossimo e vive liberamente amando tutti, come Gesù per le strade e tra la gente 2000 anni fa, per me è una meravigliosa opera di Dio che vive ancora oggi.
Ovviamente per un ragazzo della mia età e della mia generazione, questa è una scelta importantissima e controcorrente; infatti le vertigini di fronte a questo “per sempre” si fanno sentire ma, se uno ha conosciuto Gesù che è stato capace di amare fino alla fine, si può fare.

C’è una frase della Scrittura che senti più tua? 
La Chiamata del giovane Geremia (Ger 1,4-11) per ovvi motivi, come potete immaginare. Dio dice al profeta: «Non dire: “Sono giovane”»; come per dire: «Lascia fare a me, so io perché ti ho chiamato.» Sinteticamente posso dire che la fiducia che Dio ha in ciascuno di noi sa far sbocciare fiori dove nessun altro avrebbe pensato. Citando Fabrizio De André, in “Via del Campo”: «Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior.»

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