Diocesi, il Prof. Piero Stefani parla di Maria Vingiani, pioniera dell’ecumenismo

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DIOCESI – Sabato 24 gennaio presso i locali della Parrocchia San Filippo Neri, nell’ambito della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, si è svolto l’incontro L’esperienza del Segretariato Attività Ecumeniche nel Dialogo con l’intervento del Prof. Piero Stefani, che del Segretariato Attività Ecumeniche (Sae) è presidente. Ha introdotto la serata Don Vincent Ifeme, Direttore dell’Ufficio Diocesano per l’Ecumenismo, che assieme ai componenti dell’Ufficio ha voluto questa iniziativa per sensibilizzare i fedeli sul tema dell’ecumenismo. Presente in sala anche il Vescovo Carlo Bresciani che ha guidato il momento iniziale di preghiera.

Prendendo la parola, il Professor Stefani ha ricordato prima di tutto Maria Vingiani, fondatrice del Sae, morta lo scorso 17 gennaio alla venerabile età di 98 anni: «Maria Vigiani è figlia di una famiglia del Meridione d’Italia. Sua padre era un operaio Castellammare di Stabia che, a causa del suo antifascismo, fu trasferito dal regime a Venezia. Qui la Vigiani crebbe e venne a contatto con varie chiese cristiane presenti nella città lagunare: quella anglicana, quella luterana, quella battista quella valdese e ovviamente quella cattolica. Tante comunità cristiane, ma al tempo non in dialogo fra loro. Fu lei a mettere in contatto in modo informale i pastori di queste chiese, creando fra loro dei legami».

Il professor Stefani ha anche evidenziato il contatto fra Maria Vingiani e il Patriarca Angelo Roncalli, futuro Giovanni XXIII: «La fondatrice del Sae ebbe contatti col Patriarca e col suo segretario Mons. Loris Capovilla, anche per via del suo impegno in politica. Infatti la Vingiani divenne Assessore alle Belle Arti del Comune di Venezia. Con l’elezione di Roncalli a Pontefice la Vingiani si trasferì a Roma e fu per suo tramite che avvenne il 13 giugno 1960 un incontro decisivo per i rapporti fra cattolici ed ebrei: quello fra Giovanni XXIII e lo storico francese di religione ebraica Jules Isaac. Per Isaac, pioniere del dialogo fra cattolici ed ebrei e fondatore delle “Amicizie Ebraico-Cristiane”, la Chiesa Cattolica doveva mutare il suo sguardo verso il mondo ebraico. Fu anche grazie a questo incontro che in seguito Giovanni XXIII affidò al Cardinale Agostino Bea la redazione di una schema “Sui Giudei” che poi divenne la dichiarazione conciliare Nostra aetate, un pietra miliare nel dialogo fra la Chiesa Cattolica e le altre religioni».

Il professor Stefani ha poi parlato proprio della storia e della struttura del Sae: «Il Sae è un’associazione di laici e laiche volta alla promozione del dialogo ecumenico, con una particolare attenzione anche al dialogo fra cristiani ed ebrei. Essa è nata nel 1966, immediatamente dopo la chiusura del Concilio Vaticano II. Il nome “Segretatiato” ha proprio origine nell’evento conciliare, visto che il Segretariato per la Promozione dell’Unità dei Cristiani (divenuto poi Pontificio Consiglio) fu istituito da Giovanni XXIII in vista del Concilio. Oggi è un’associazione nazionale articolata in 30 gruppi sparsi in tutta Italia fra loro molto eterogenei. Sono soci dell’associazione laici e laiche delle varie confessioni cristiane, mentre i pastori delle varie chiese sono amici dell’associazione, ma non ne fanno parte attivamente. Pertanto l’associazione non dipende da alcuna struttura ecclesiale. Nel corso della sua vita, il Sae ha promosso la “Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo fra cattolici ed ebrei” che si celebra ogni 17 gennaio a partire dal 1990. Come si può facilmente osservare, questa giornata precede la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani (che ha inizio il 18) e questo perché, secondo un’intuizione di Maria Vingiani, non si potrà sanare la divisione fra cristiani senza che sia riallacciato un legame fra i cristiani stessi e i loro fratelli maggiori. Il Sae si è impegnato molto anche per il riconoscimento dei matrimoni celebrati fra cristiani di confessioni diverse”.

L’incontro si è concluso con le parole del Vescovo Carlo Bresciani: «Il cammino da fare è ancora lungo e lo dobbiamo intraprendere guardando al futuro, poiché il passato è già scritto e in un certo senso non possiamo modificare gli attriti che ci sono stati. Dobbiamo ripartire da quello che è in comune fra i cristiani. Quello che ci è chiesto è l’ecumenismo dentro di noi che avviene riscoprendo ciò che è essenziale».

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