Martirio. La sorella di padre Hamel: “Con il suo sangue versato Jacques è diventato seme di pace”

Condividi questo articolo sui social o stampalo

Filippo Passantino

Al collo porta da quasi quattro anni il crocifisso che aveva donato a padre Jacques per il 50° anniversario di sacerdozio. Quel simbolo nel cuore di Roseline Hamel lega la passione e la morte di Cristo a quella del fratello. Padre Hamel, ucciso il 26 luglio 2016, a 85 anni, stava celebrando messa nella chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray, in Normandia, mentre due estremisti islamici hanno fatto irruzione nella parrocchia, hanno sequestrato i fedeli presenti e poi assassinato il sacerdote. Di quel giorno ogni momento è impresso nella memoria di Roseline, dalla corsa in chiesa al momento in cui ha saputo della morte del fratello. Ne ricorda il grande dolore e i doni che sono sbocciati dal sangue versato da “père Jacques”.

“Con il suo martirio mio fratello è diventato seme di pace”, dice al Sir.

Oggi la donna porta la sua testimonianza, il racconto della vita condivisa con un martire e il suo messaggio, dove gli è chiesto. Ne vuole parlare con i giovani e nelle scuole. E, anche quest’anno, è stata a Lourdes, accompagnata dalla figlia Angelica, per consegnare il premio giornalistico in memoria di padre Jacques Hamel al vincitore, Pierre Jovanovic, che ha raccontato in un articolo la storia di Kayla Jean Muller, rapita in Iraq e uccisa dai Jihadisti, dopo che non ha voluto rinunciare alla sua fede cristiana. I membri delle giuria raccontano che, leggendo quell’articolo, Roseline ha pianto. La sua voce è commossa e tremante anche quando ricorda il fratello. Singhiozza. Ma si fa decisa quando ribadisce che “a père Jacques la forza gli veniva dal Vangelo, dalla fede”. Roseline, oggi 80 anni, aveva 10 anni meno di padre Jacques. Madre di 4 figli e nonna di 10 nipoti, è sempre stata a fianco del sacerdote ucciso dagli estremisti islamici. Lo ricorda quando da piccolo, all’altare, da chierichetto serviva messa. E, nello scorrere degli anni, in canonica quando scriveva le omelie. Adesso, il suo compito è quello di diffondere ciò che ha vissuto.

Qual è il ricordo che conserva, con particolare affetto, di suo fratello?
Ricordo l’ultima cena che padre Jacques fece a casa nostra, la sera prima della sua morte. A tavola avevamo parlato dell’attentato di Nizza, che era avvenuto dieci giorni prima. Ai miei figli e ai miei nipoti aveva detto che era felice di essere con tutti noi. Esprimeva poche volte la sua gioia, quella sera lo fece. Questa confidenza così intima mi ha fatto pensare all’ultima cena di Gesù con gli apostoli.

Come ha saputo la notizia dell’assassinio?
La mattina dopo quella cena ho ricevuto le telefonate dei nipoti, che avevano sentito la notizia dell’attacco terroristico in televisione, ma ho risposto che avrei attesto notizie direttamente da padre Jacques. Poi, in un certo momento, sono andata di corsa in chiesa. La polizia non voleva farmi passare. Sono andata verso la canonica a cercare Jacques, ma i soccorritori che erano intervenuti mi hanno detto che era morto. In quel momento ho cominciato a urlare e a piangere per il gran dolore della sua uccissione. Così tanto che dagli esami, nei giorni successivi, ho scoperto che mi ero procurata uno strappo muscolare.

Padre Jacques Hamel

A che punto è il processo di beatificazione, in seguito al martirio?
Il Papa aveva chiesto all’arcivescovo di Rouen di accelerare questo processo di beatificazione. Il dossier è composto da oltre mille fascicoli. Sono state sentite tante persone per comporre questo dossier. Io sono stata interrogata per cinque ore. La fase diocesana si è conclusa. Nel marzo scorso, l’arcivescovo assieme al cappellano della scuola di giovani di cui padre Hamel si occupava in parrocchia ha portato tutto il materiale a Roma.

Oggi a chi porta la sua testimonianza sul sacrificio di suo fratello?
Per la terza volta sono qui a Lourdes per la consegna di questo premio. Ho dato anche la disponibilità a parlare nelle scuole, ai ragazzi.

Quali oggetti appartenuti a padre Jacques custodisce?
Conservo il suo camice e l’abito che gli avevamo regalato per il suo 50° anniversario di sacerdozio, ma anche il suo orologio. Il crocifisso, che gli avevo regalato per quell’occasione, invece lo porto sempre con me. Ho partecipato in qualche modo al suo sacerdozio in tutti questi anni. L’ho accompagnato nella sua missione, nelle attività in parrocchia. Ricordo con affetto quando preparava le omelie. E tanti altri momenti.

Qual è stata l’importanza del martirio di suo fratello?
Con il sacerdozio aveva già donato se stesso.

Con il suo martirio mio fratello ha opposto alle forze del male le forze del bene che aveva fatto e che aveva nel suo cuore di sacerdote.

Nella sua testimonianza c’è il male che non ha l’ultima parola, mentre il suo amore per Cristo è stato più forte ed è diventato simbolo della forza del Signore che vince.

Ha perdonato l’assassino di padre Jacques?
Non l’ho mai odiato, quindi non c’è mai stato bisogno di perdono.

Ho cercato le madri dei due ragazzi che hanno compiuto l’attacco terroristico in cui è stato ucciso mio fratello. Ho incontrato una di loro e assieme abbiamo dato una testimonianza di riconciliazione e di pace.

Condividi questo articolo sui social o stampalo

Nessun commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *