Libia: Mercuri (esperta), “a Berlino non si poteva ottenere di più”

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Daniele Rocchi

“Vista l’importanza degli attori presenti, come Russia, Emirati Arabi Uniti e Turchia, in contrasto tra loro fino a poco tempo fa, non si poteva ottenere di più”. Dopo la conferenza internazionale sulla Libia, svoltasi ieri a Berlino, a parlare è Michela Mercuri, analista e docente di Geopolitica del Medio Oriente all’Università Niccolò Cusano e di Storia contemporanea dei Paesi mediterranei all’Università di Macerata.

Michela Mercuri, analista e docente di Geopolitica del Medio Oriente

Nella capitale tedesca, con la cancelliera Angela Merkel a fare gli onori di casa, le 18 delegazioni presenti (tra queste quelle di Italia, Usa, Francia, Russia, Turchia, Gran Bretagna, Cina, Egitto, Emirati arabi uniti, Onu, Ue, Unione africana e Lega Araba, ndr.) hanno messo a punto un piano molto ampio, che prevede il cessate il fuoco permanente, l’embargo sulla vendita di armi, nessuna ingerenza o sostegno militare da parte di paesi stranieri, l’avvio di un tavolo politico e di un comitato militare. Pur presenti a Berlino, i due contendenti, il generale Khalifa Haftar e il premier del governo di unità nazionale (Gna) sponsorizzato dall’Onu, Fayez al-Sarraj, non si sono incontrati.

“È stato raggiunto il massimo almeno in linea teorica. A questo punto si dovrà capire quanto di ciò che è stato convenuto sarà applicabile concretamente alla realtà attuale della Libia” afferma Mercuri che ricorda come sull’embargo di armi “esista una risoluzione Onu, la numero 1907 del 2011, che impone l’embargo con rispettive sanzioni ma nessuno l’ha mai rispettata. A Berlino tutti hanno detto che lo rispetteranno, a parole”. “Nella capitale tedesca – aggiunge l’esperta – al-Sarraj e il generale Haftar non hanno approvato il documento finale ma hanno in linea pratica accettato la creazione di un comitato militare per monitorare il cessate il fuoco e creare delle linee di demarcazione su cui realizzare la tregua. I due contendenti riusciranno a farlo?”.

L’accordo finale prevede anche il ‘no’ a ingerenze e sostegno militare straniero. Ma Turchia e Russia hanno già uomini armati presenti sul campo. Non le pare una contraddizione?
“È così. La prima cosa da fare sarebbe ritirare le rispettive truppe dal terreno libico, i contractor russi e le milizie turche già presenti nel territorio. Anche questa è un’altra criticità che andrà affrontata sul campo. A parole hanno detto che lo faranno ma non è facilmente realizzabile”.

Allora chi potrebbe far rispettare quanto concordato a Berlino? Forse l’Onu?
L’Onu è spaccata al suo interno e si limita a seguire le azioni e le proposte dei principali player che sono in Libia. A Berlino ha recitato un ruolo marginale non riuscendo ad avere una posizione predominante rispetto ad attori regionali che operano in Libia. Spaccature non ancora superate e confermate dallo stesso rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite in Libia, Ghassan Salamé.

Pare di capire che a spingere al-Sarraj e Haftar ad applicare l’accordo saranno Turchia e Russia. È così?
Nella capitale tedesca abbiamo offerto un quadro istituzionale a un accordo di marca turca e russa. Saranno Putin e Erdogan a mettere in pratica le linee di Berlino dove Italia e Ue non hanno avuto un ruolo rilevante. A Berlino non c’è stata una linea comune europea. Merkel ha interloquito con i principali player sul terreno che non sono europei, ma Turchia e Russia. La Francia continua a essere slegata dall’Ue con il suo sostegno tout court a Haftar.

Come si è mossa l’Italia?
Il nostro Paese è stato molto impegnato in trattative tardive ma ha ricoperto, anche a Berlino, una posizione di secondo piano. Tuttavia, laddove si dovesse pensare di realizzare un nuovo governo di accordo nazionale e avviare un processo di pace, forte di una tregua stabile, l’Italia con le conoscenze che ha, sul terreno, delle milizie, dei gruppi armati potrebbe davvero tornare a dire la sua.

(Foto: Presidenza del Consiglio dei ministri)

Il premier Conte si è detto disponibile a partecipare a una forza di interposizione e di pace europea…
Potrebbe essere una soluzione se fosse fatta con l’accordo di tutti. Una forza di interposizione, infatti, deve essere approvata da al-Sarraj e Haftar. Questo contingente dovrà essere sotto l’egida delle Nazioni Unite. Bisogna poi tenere conto che in Libia ci sono miriadi di altre fazioni che non si riconoscono in Haftar e al-Sarraj. Penso a tribù, jihadisti e cellule Isis arroccate nel sud del Paese che potrebbero creare non pochi problemi a questa potenziale forza di interposizione, causando anche delle vittime che l’opinione pubblica non tollererebbe.

A Berlino non era presente la Grecia che aveva espresso tutto il suo disappunto per il memorandum siglato da al-Serraj con la Turchia lo scorso novembre. Perché questa assenza?
Credo che sull’assenza della Grecia abbia pesato il volere turco. Ci siamo piegati a Erdogan. È stato un grave errore perché la Grecia è uno degli attori nevralgici per la crisi libica e per la questione marittima soprattutto dopo l’accordo del 26 novembre, tra Turchia e al-Serraj, che istituisce una zona economica esclusiva (Zee) e amplia la cooperazione militare per la sicurezza tra le due parti tagliando la sovranità di Cipro. Erdogan punta tantissimo a questa zona per impossessarsi delle risorse del Mediterraneo orientale.

Mentre a Berlino si discuteva milizie del generale Haftar hanno bloccato la produzione di petrolio nei campi di Sud-Ovest di El Sharara ed El Feel e chiuso un oleodotto collegato a pozzi gestiti da società in joint venture con l’Eni…
Haftar non riaprirà gli oleodotti fintanto che non si arriverà alla contrattazione delle linee di demarcazione del cessate il fuoco. Li userà fino alla fine come arma di ricatto. A riguardo potrebbe uscire una dichiarazione Usa condivisa anche con altri Paesi di condanna dell’azione di Haftar. Fonti accreditate libiche affermano che perdiamo 90 milioni di euro al giorno in termini di petrolio e che siamo rimasti a 70 mila barili contro il 1,5 milione di qualche giorno fa. Si tratta di un gravissimo danno per l’economia libica e per quella italiana.

La popolazione libica è già allo stremo…
Mentre ieri a Berlino si parlava di pacificazione della Libia ci sono stati combattimenti nell’area di Tripoli con centinaia di feriti. La popolazione è stremata e vuole la pace. Molti a Tripoli sono disposti, pur di avere la pace, ad accettare qualsiasi soluzione, addirittura anche Haftar. Unico baluardo contro il generale è Misurata, città autonoma dove si progetta per ricostruire. Tripoli invece è allo sbando: 250 scuole sono chiuse e più di 20 distrutte completamente. Si parla tanto dei governanti e poco dei popoli.

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