Videro la stella e capirono

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Fabio Zavattaro

Parola e luce. Il prologo di Giovanni, il Vangelo del giorno di Natale: il Verbo si fece carne e venne a abitare in mezzo a noi. E l’epifania, la luce che guida i popoli verso quel bambino nato in una mangiatoia, a Betlemme. È lungo questi momenti che si sviluppa la riflessione del Papa nel tempo di Natale, prima della festa del battesimo del Signore.

Ricorda Papa Francesco all’Angelus: “non solo è venuto ad abitare tra il popolo, ma si è fatto uno del popolo, uno di noi! Dopo questo avvenimento, per orientare la nostra vita non abbiamo più soltanto una legge, una istituzione, ma una persona, una persona divina, Gesù, che ci orienta la vita, ci fa andare sulla strada perché lui l’ha fatta prima”.

La liturgia della seconda domenica dopo Natale, afferma il Papa all’Angelus, ci dice che “il Vangelo di Cristo non è una favola, non è un mito, un racconto edificante. Il Vangelo di Cristo è la piena rivelazione del disegno di Dio, del disegno di Dio sull’uomo e sul mondo. È un messaggio nello stesso tempo semplice e grandioso, che ci spinge a domandarci: quale progetto concreto ha posto in me il Signore?”

Videro la stella e capirono. Essenziale nella sua chiarezza. Quei saggi d’Oriente, i Magi, che sapevano leggere i fenomeni celesti, capirono che le antiche profezie si erano compiute: nella cometa avevano riconosciuto il segno della nascita del Messia. Videro la luce e capirono; si misero in cammino per cercare quella luce e per adorare il bambino. La fede “non è un insieme di belle dottrine”, dice Francesco. “La teologia e l’efficienza pastorale servono a poco o nulla se non si piegano le ginocchia; se non si fa come i Magi, che non furono solo sapienti organizzatori di un viaggio, ma camminarono e adorarono”.

Nella prima lettura, Isaia, leggiamo che “la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli”. Ha tanti nomi oggi la nebbia. Innanzitutto, i conflitti che creano non pochi rischi alla pace, come ha ricordato il Papa nel massaggio di Natale, poi il primo gennaio e domenica con l’escalation della tensione in Libia e tra Stati Uniti e Iran. Ecco la luce, la stella, quel bambino nato in una mangiatoria: la speranza più grande che permette di preferire il bene comune di tutti al lusso di pochi e alle miserie di molti. La salvezza non è circoscritta, non è solo per un popolo, ma si apre al mondo intero. I tre sapienti venuti dall’Oriente ci dicono che il bambino nato a Betlemme chiede di essere accolto nella storia e nelle nostre storie.

È un incontro che cambia, così i Magi fanno ritorno a casa “per un’altra strada”. L’incontro con Gesù, evidenzia il Papa il giorno dell’Epifania, “non trattiene i Magi, anzi, infonde in loro una nuova spinta per ritornare al loro paese, per raccontare ciò che hanno visto e la gioia che hanno provato”. Dio si manifesta così nella storia: “l’esperienza di Dio non ci blocca, ma ci libera; non ci imprigiona, ma ci rimette in cammino, ci riconsegna ai luoghi consueti della nostra esistenza”, ma non siamo quelli di prima. La “dinamica sapiente tra continuità e novità” la chiama Francesco: si ritorna al proprio paese, ma per un’altra strada. Questo significa “che siamo noi a dover cambiare, a trasformare il nostro modo di vivere pur nell’ambiente di sempre, a modificare i criteri di giudizio sulla realtà che ci circonda. Ecco la differenza tra il vero Dio e gli idoli traditori, come il denaro, il potere, il successo”; tra Dio e “quanti promettono di darti questi idoli, come i maghi, i cartomanti, i fattucchieri. La differenza è che gli idoli ci legano a sé, ci rendono idoli-dipendenti, e noi ci impossessiamo di loro. Il vero Dio non ci trattiene né si lascia trattenere da noi: ci apre vie di novità e di libertà, perché lui è Padre che è sempre con noi per farci crescere”.

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