Pianeta, urge “decarbonizzare”

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Maurizio Calipari

Sono i giorni del Cop25, la Conferenza mondiale sul clima che si sta svolgendo a Madrid (2 – 13 dicembre). In concomitanza con essa, sono anche state pubblicate (su tre riviste: “Earth System Science Data”, “Environmental Research Letters” e “Nature Climate Change”) le nuove stime sulle emissioni globali di CO2, elaborate dai ricercatori del Global Carbon Project. Quale è la situazione? Anche se meno che in passato, l’anidride carbonica presente in atmosfera continua purtroppo a crescere: nel solo 2019, finora, ne sono state emesse globalmente ben 43,1 miliardi di tonnellate, 37 miliardi delle quali dovute al solo consumo di combustibili fossili. Siamo di fronte ad un valore record! Questi dati suonano come un duro monito su quanto poco è stato fatto per limitare il consumo di combustibili fossili, responsabile attualmente del 90% delle emissioni di anidride carbonica dovute alle attività umane.

Dunque, rispetto all’anno precedente, le proiezioni al termine di quest’anno parlano di un incremento dello 0,6% (contro l’1,5% del 2017 e il 2,1% del 2018) nelle emissioni di anidride carbonica. Gli unici dati positivi riguardano la riduzione nel tasso di aumento delle emissioni globali e nelle emissioni dovute al consumo di carbone (-0,9%), che rappresenta ancora la principale fonte di emissioni (40% del totale). Per il resto, si registra un aumento sia delle emissioni dovute al consumo di petrolio per il traffico veicolare (+0,9%) sia di quelle dovute al gas naturale (+26%).

Se si osservano poi le medesime proiezioni con riferimento alle singole nazioni, si può constatare come la Cina abbia aumentato le sue emissioni di anidride carbonica del 2,6%, confermandosi “capolista” nella classifica del consumo di carbone (pari al 50% del consumo globale). Anche l’India aumenta le emissioni, con un +1,8% per cento rispetto all’anno precedente (tasso decisamente inferiore rispetto all’incremento registrato tra 2017 e 2018, dovuto ad un rallentamento dell’economia del paese).

Qualche consolazione invece dagli Stati Uniti, dove si prevede che le emissioni caleranno del 1,7% globale, con in particolare un -10% nel settore del carbone, gradualmente sostituito dal gas naturale e, in misura minore, dal solare e dall’eolico. In diminuzione anche le emissioni statunitensi dovute al petrolio (che, tuttavia, registrano un +1% al 2017).

L’Unione Europea, ancora una volta, si conferma maggiormente virtuosa, con un previsto calo dell’1,7% delle emissioni complessive e del 10% di quelle dovute al consumo di carbone. Purtroppo, continua invece ad aumentare il consumo di gasolio e cherosene per aerei, così come quello di gas naturale (+3%).

Quali le prospettive per il futuro? Secondo i ricercatori, se le politiche degli stati su produzione di energia, trasporti e industria non cambieranno radicalmente, le emissioni di CO2 potrebbero continuare ad aumentare per tutto il terzo decennio del secolo. “Il mancato riconoscimento dei fattori alla base della continua crescita delle emissioni – ammoniscono Friedlingstein Jackson e colleghi, nel commento apparso su “Nature Climate Change” – potrebbe limitare la capacità del mondo di spostarsi su un percorso coerente con 1,5°C o 2°C di riscaldamento globale. Il supporto continuo alle tecnologie a basse emissioni di carbonio deve essere combinato con politiche volte a eliminare gradualmente l’uso di combustibili fossili”.

In parole povere, si conosce bene quale sia la via concreta da seguire per arrivare agli obiettivi di Parigi. Un recente rapporto, infatti, ha mostrato come i 18 Paesi che hanno “decarbonizzato” la loro economia più rapidamente nell’ultimo decennio, condividano tre caratteristiche innovative: un fabbisogno energetico che non aumenta, grazie a programmi mirati all’efficienza energetica; la sostituzione parziale dei combustibili fossili con fonti rinnovabili; lo sviluppo di politiche mirate al contenimento delle emissioni.

Cambiare, dunque, è possibile. Ma bisogna volerlo davvero.

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