Giustizia, lentezza e Parlamento

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Stefano De Martis

L’insostenibile lentezza della giustizia civile è uno dei fattori principali della sfiducia dei cittadini nei confronti del sistema giudiziario e della ritrosia a investire in nuove iniziative economiche da parte delle imprese italiane e, forse soprattutto, straniere. Su questa considerazione le analisi convergono in modo pressoché unanime: dal punto di vista statistico, cioè numeri alla mano, l’impossibilità di far valere le norme in tempi ragionevoli e certi si fa sentire molto più nei rapporti sociali ed economici che nel campo di applicazione del diritto penale. Ma mentre per questo secondo ambito l’attenzione dell’opinione pubblica è assai elevata e così pure quella dei partiti – come dimostrano anche le attuali polemiche politiche sul tema della prescrizione – non altrettanto avviene per l’altro ambito. Tanto che il varo, da parte del Consiglio dei ministri, di un disegno di legge-delega “per l’efficienza del processo civile” è scivolato via nelle pieghe della cronaca come un atto di ordinaria amministrazione.

Non si vuole negare la rilevanza che merita tutto ciò che riguarda il processo penale. Quando sono in gioco la libertà personale e il contrasto dei reati il rischio da evitare non è l’ipersensibilità ma il suo contrario. Stupisce e preoccupa, infatti, la spregiudicatezza demagogica con cui spesso si affrontano questi temi così delicati. Ma trascurare l’importanza delle procedure della giustizia civile è miope e persino autolesionistico, in quanto si tratta della dimensione dell’attività giurisdizionale più vicina alla vita quotidiana, quella in cui tutti prima o poi abbiamo la concreta possibilità di imbatterci, magari per una questione di lavoro o di condominio, tanto per fare due esempi molto facili. Questa carenza di attenzione, tuttavia, non è dovuta soltanto al gioco di specchi di una politica nutrita di provocazioni estemporanee ed effimere. Il processo civile è stato già oggetto di numerosi interventi legislativi, particolarmente nella scorsa legislatura, e la sensazione è che anche le migliori norme possibili non riusciranno a risolvere il problema dell’accumulo dei procedimenti in assenza di robusti investimenti sul piano organizzativo e del personale. C’è poi un “non detto” che pesa come un macigno e che riguarda la sorte stessa del provvedimento. Un disegno di legge-delega deve naturalmente essere approvato dal Parlamento ed è sacrosanto lasciare alle Camere il tempo necessario per un esame all’altezza di una riforma di questa portata. Dopo di che, fissati i principi e i criteri direttivi per la nuova legislazione (a questo serve una legge-delega), c’è bisogno di un governo in carica che eserciti concretamente la delega ricevuta ed elabori un articolato testo normativo (tecnicamente un decreto legislativo). La costante incertezza sul futuro del governo – anche di questo governo, verrebbe da precisare – diventa quindi motivo di forte scetticismo nei confronti di una riforma che pure sarebbe di estrema utilità per la società italiana. Tornano alla mente le parole dell’ultimo Rapporto Censis: “Viviamo in un Paese privato di un passaggio in avanti a lungo promesso, ma che non c’è mai stato”, come dimostrano le “tante, troppe, riforme strutturali annunciate, ma mai concretamente avviate”. E una politica “rassegnata a non decidere” – per stare ancora al lessico del Censis – è il terreno in cui può mettere radici la tentazione dell’uomo forte.

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