Dal popolo ebraico sono nati gli apostoli, fondamenta e colonne della Chiesa

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Cristiana Dobner

In questo tempo di attesa sfolgorano luminarie e alberi scintillanti, un grido però pervade la liturgia e l’animo dei credenti: Marana thà! Vieni Signore!
La Luce irradiata sull’umanità: Gesù, il Messia atteso da secoli.
Il disegno imperscrutabile del Misericorde, conosciuto solo quando nella storia incalza, si palesa.
Israele da quando ha dato l’assenso a Colui che lo chiamava ha atteso e dimorato nella Parola rivelata, la Torah.

Noi cristiani, ricevuto questo grande dono affermiamo che quel bimbo dal nome Gesù, Salvatore, è il Messia: ci salva e rivela l’amore di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo.

Indubbiamente, oggi molte perplessità vengono ad oscurare questa certezza, possono però diventare quell’inciampo in cui Dio stesso è presente.
Qua e là emergono storie e rigurgiti di antisemitismo, che cosa vogliono annunciare? Sono residui non elaborati, non riflessi che poggiano su ideologie che poco o nulla hanno a che vedere con la Parola che diventa carne.

Chi conosce la storia e la teologia non esita ad affermare che l’antisemitismo consiste in un’ostilità che si fonda su enunciati “chimerici”, provenienti da immaginazioni fantastiche, che attribuiscono a tutti gli ebrei comportamenti che non sono mai stati osservati nella realtà e, quindi, non racchiudono un “nocciolo di verità” (G. Languimir).

La promulgazione della Dichiarazione Nostra Aetate nell’ottobre 1965, durante il Concilio Vaticano II, al suo numero 4 ha segnato uno spartiacque che non conoscerà ritorno:
Scrutando il mistero della Chiesa, il sacro Concilio ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo.

Non solo ma anche la nascita e la storia della Chiesa ne portano il sigillo:

Essa ricorda anche che dal popolo ebraico sono nati gli apostoli, fondamenta e colonne della Chiesa, e così quei moltissimi primi discepoli che hanno annunciato al mondo il Vangelo di Cristo.
Da quello storico momento, il dialogo ebraico-cristiano ha preso slancio, si sta evolvendo, coinvolge ebrei e cristiani e conosce l’epifania dell’amicizia.
Inoltre, la Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo (Crre) ha emanato, il 10 dicembre 2015, il documento dal titolo: Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili” (Rm 11,29) – Riflessioni su questioni teologiche attinenti alle relazioni cattolico-ebraiche.

Non sono dinamiche astratte ma eventi concreti che dimostrano quanto l’antisemitismo debba considerarsi ombra che consente alla luce di illuminare meglio.

Pesce è incisivo: “Gesù nasce cresce e si sviluppa nella cultura ebraica e nel suo popolo. Dalla cultura ebraica e dal popolo ebraico non è mai uscito. Il concetto di regno di Dio è ebraico, il concetto di Messia è ebraico, la Bibbia, punto di riferimento culturale essenziale per Gesù, è un prodotto culturale ebraico”.

Se osserviamo il Suo annuncio non si può che concordare con Gianfranco Ravasi: “Egli è mentalmente strutturato secondo le caratteristiche culturali semitiche, come attesta il suo linguaggio che privilegia i lóghia paratattici e parallelistici, le simbologie paraboliche, la corporeità, a differenza del mondo greco che si affidava alla subordinazione sillogistica, all’astrazione speculativa, all’interiorità”.

Certamente, pur promanando da questa radice il cristianesimo si avverte diverso: “La novità è la persona stessa di Gesù e l’avvento del tempo messianico che in lui si offre, come tempo della grazia e della misericordia del Dio dell’alleanza: è la novità dell’amore effuso dall’alto attraverso di Lui nei cuori di chi crede” (B. Forte).

Come allora stringerci insieme nel grido Marana thà? Risponde il poeta ebreo E. Fleg: “Perché allora cercare di superarci gli uni gli altri, invece di inchinarci da eguali davanti a questo mistero di una duplice fedeltà, che ci unisce certo, ma anche fino al sole delle illuminazioni ultime, ci separa nei disegni visibili di Dio? Voi attendete un ritorno; noi una venuta. Le due fedeltà rimangano due fedeltà, poiché sono una speranza”.

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