Naufragio a Lampedusa, il parroco don La Magra: “Ancora morti annunciate”

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Patrizia Caiffa

Mancava così poco a raggiungere terra. Solo 500 metri dalla bellissima spiaggia dei Conigli di Lampedusa, che già ha visto tanti, troppi naufragi. Così il 23 novembre si è capovolto l’ennesimo barchino con 169 persone a bordo, eritrei, somali, egiziani, libici, tunisini, africani sub-sahariani. Al momento sono 149 i superstiti. I corpi di 5 donne sono stati ritrovati, due erano sulla spiaggia. Una è stata recuperata dalle parti di Cala Galera, il soccorritore ha detto che “era bellissima”. Continuano le ricerche di una quindicina di dispersi. Un’opera difficilissima perché il mare in questi giorni ha onde alte due metri. In un video diffuso oggi dalla guardia costiera si rivivono in diretta quei momenti drammatici. Urla strazianti, pianti di bambini, corpi che cercano di restare a galla. E’ l’ultimo, disperato, tentativo di salvarsi la vita. E poi le mani tese dei soccorritori, la concitazione. Una bambina di 1 anno è stata salvata grazie ad un marittimo della Guardia costiera che ha sentito il suo pianto. Un altro ufficiale si è tuffato in mare per salvare un uomo ipovedente. Il dramma proprio quando pensavano di avercela fatta, dopo giorni di navigazione dalla Libia, con un mare diventato improvvisamente tempesta.

I superstiti sono sbarcati sul molo Favarolo, spaventati, in ipotermia, avvolti nelle coperte termiche dorate, divenute oramai il simbolo dei soccorritori e di chi lotta per una società più umana. Ad accoglierli anche don Carmelo La Magra, parroco di San Gerlando, la parrocchia di Lampedusa, da sempre in prima linea, insieme al Forum Lampedusa solidale, per sensibilizzare sul dramma dei migranti.

“Siamo stati qualche ora sul molo, abbiamo portato acqua e coperte termiche”, racconta oggi al Sir. “Avevano bevuto tantissima acqua salata, tremavano di freddo”.

Il parroco è riuscito a parlare con una ragazza tunisina che non trovava più i genitori. E con un uomo libico con un bambino che cercava la moglie.

“All’inizio erano pieni di speranza perché vedevano arrivare le motovedette dei soccorsi. Erano convinti che presto sarebbero sbarcati anche i propri cari. Invece non c’erano. E’ subentrata la disperazione”.

Non è facile rivivere ogni volta scene del genere. “Per me vuol dire toccare con mano le ferite dei poveri, di persone che avevano un sogno”, confida. “Ma significa anche vedere con i propri occhi gli effetti concreti delle politiche di chiusura dell’Europa: non vuole riconoscere che il cammino dei popoli non si può fermare”. Don Carmelo si rende anche conto che “quando i naufragi sono molto ravvicinati nessuno ne parla, non interessa più nessuno”.

Don Carmelo La Magra – foto tratte dalla sua pagina Facebook

Intanto i superstiti sono stati portati nell’hot spot di Contrada Imbriacola. “Qualcuno l’ho incontrato oggi sull’isola – dice -. Non li fanno ancora partire verso la terraferma perché c’è mare grosso e i traghetti non arrivano a Lampedusa. Poi aspettano il completamento delle ricerche dei dispersi”.

Di solito i corpi non vengono sepolti nel piccolo cimitero di Lampedusa per motivi di spazio. Si chiede la disponibilità ad altri comuni dell’agrigentino, dove spesso vengono celebrati anche i funerali.

La parrocchia, se possibile, propone un momento di preghiera, chiedendo ai familiari delle vittime se vogliono partecipare.

Le sepolture e i trasferimenti delle persone migranti in altri centri non concludono nulla e don Carmelo lo sa bene. Sa che altre tragedie arriveranno, se non cambiano le politiche europee.

“Anche se c’è meno clamore la gente continua ad arrivare e a morire – sottolinea -. Finché non sarà permesso di viaggiare in sicurezza ed entrare in Europa attraverso vie legali”.

“Le persone non dovrebbero essere su un barcone ma su un aereo”.

Cita l’esempio degli eritrei, ai quali viene sempre concessa una forma di protezione internazionale perché la situazione nel loro Paese, sul fronte delle violazioni dei diritti umani, è risaputa. “Invece le partenze non si sono mai interrotte. Partono sempre, anche d’inverno. Magari prendono il largo con il tempo bello, poi quando arrivano qui peggiora”.

Un parroco di frontiera, che oltre al consueto lavoro pastorale, deve andare al molo a confortare i superstiti e piangere le vittime.

“Sono morti annunciate”.

Da qui l’ennesimo, instancabile appello: “Aprire vie legali e sicure”. Ancora una volta.

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