Accordo di pace in Colombia. Vescovi: “Processo ancora incompleto”

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Bruno Desidera

“La pace? Una mariposa”. C’è, “ma è fragile come una splendida farfalla”, una mariposa appunto. È padre Dario Echeverri, segretario generale della Commissione per conciliazione nazionale (Cnn), organismo della Conferenza episcopale colombiana (Cec), a fare questo esempio, a tre anni dalla firma finale dell’accordo di pace tra Governo colombiano e il gruppo guerrigliero delle Farc, sottoscritto a Bogotá il 24 novembre 2016, dopo 53 anni di conflitto. Tre anni difficili, caratterizzati da tanti rallentamenti nell’attuazione dell’accordo, a partire dal fondamentale problema della redistribuzione delle terre; da un rafforzamento degli altri attori armati presenti in Colombia, che si contendono gli spazi lasciati incustoditi dalle Farc, data l’incapacità dello Stato di essere presente in molti dipartimenti periferici; da una crescita record di piantagioni di coca; da un’escalation di uccisioni e violenze contro leader sociali, soprattutto afro e indigeni; dal vano tentativo di firmare un simile accordo anche con la seconda guerriglia, quella dell’Eln; infine, dalla creazione di una dissidenza dentro le stesse Farc, tornata alla lotta armata. A tutto questo si aggiungono le manifestazioni di questi giorni e la repressione in alcuni casi indiscriminata, secondo varie testimonianze, della Polizia.

Eppure, il cammino di pace va avanti, come è emerso dal seminario promosso il 19 e 20 novembre proprio dalla Commissione per la conciliazione nazionale: attori privilegiati, vescovi, operatori pastorali, leader sociali, vittime del conflitto, ex guerriglieri hanno portato la propria esperienza e valorizzato i tanti progetti di riconciliazione e sviluppo seminati nelle zone più periferiche del Paese.

Con alcuni di testimoni il Sir ha fatto il punto della situazione.

Un cammino c’è stato. “Io credo che il bilancio di questi tre anni resti positivo – dice mons. Luis Augusto Castro Quiroga, arcivescovo di Tunja e presidente dei vescovi al momento della firma -. Certo, siamo passati da un Governo, quello di Santos, che ha firmato l’accordo, che aveva in mente in certo tipo di pace, all’attuale Governo, che ha invece un’idea diversa. Ma il cammino continua. Un altro grosso scoglio è la presenza di fuochi di violenza. Qualcuno ha pensato che una volta risolto il problema delle Farc, fosse risolta la questione dei gruppi armati. Ma le cose non stavano così, sono ancora tanti coloro che cercano la guerra e non invece la pace”.
Particolarmente esposti i dipartimenti del Sudovest e del Pacifico, come il Chocó, il Cauca, il Nariño a altre zone periferiche del Paese. “E’ proprio così – prosegue l’arcivescovo – in alcune zone è cresciuta la guerriglia dell’Eln, in altri i gruppi paramilitari, in altri i narcotrafficanti. Ma qualcosa si sta muovendo, anche in quelle regioni”. Mons. Castro, padre della Consolata, conosce bene “la materia”. Il suo primo incarico episcopale è stato quello di vicario apostolico a San Vicente del Caguán, nel Caquetá, vera e propria roccaforte delle Farc, in mezzo alla foresta. Poi, ha partecipato ai negoziati dell’Avana. Nel Caguán è stato tra i primi ad avviare progetti per la riconversione delle coltivazioni illecite, soprattutto coca, in altre attività, per dare sostentamento alle popolazioni locali sottraendole alla spirale del narcotraffico e della violenza. Inevitabile chiedergli se quella ricetta sia ancora valida.

“E’ vero, abbiamo portato avanti un processo di coscientizzazione. Nel frattempo, i gruppi del narcotraffico sono diventati più forti e nei dipartimenti del Pacifico ci sono superfici enormi, ora la situazione è più difficile”.

In tutto questo, mons. Castro non nasconde una grande delusione, quella per la scelta di alcuni membri delle Farc di tornare alla lotta armata, a partire da dell’ex vicecomandante delle Farc Iván Márquez, capo negoziatore dell’accordo di pace dell’Avana. Anche in questo caso, una persona ben conosciuta da mons. Castro, dato che anche il guerrigliero operò a lungo nel Caquetá: “Sì, è stata una delusione enorme. Va detto che si tratta di un gruppo minoritario, molto piccolo. Certo, con alcuni di questi, come Iván Márquez avevo avuto occasione a L’Avana di parlare molto, non me l’aspettavo”. Alla dissidenza Farc è legato anche il recente grave episodio dei 18 minori morti in un attacco dell’esercito ai guerriglieri, sempre nel Caquetá. Un fatto che è costato il posto al ministro della Difesa Botero: “Una cosa molto grave, che è ancora però da chiarire pienamente”, conclude l’arcivescovo.

La sfida della riconciliazione. Come, dunque, andare avanti? Padre Echeverri lo ammette: “E’ una pace ancora incompleta. Non siamo riusciti a concludere l’accordo con l’Eln, che è cresciuta e continua a reclutare bambini. Altre bande armate sono presenti, che il dramma del Venezuela alle nostre porte. Ma in generale, credo che il nuovo nome della pace sia riconciliazione. E’ questa la grande sfida, portare nei territori cammini di incontro e riconciliazione. In questi giorni abbiamo presentato progetti avviati in 12 dipartimenti, spesso tra i più lontani e dimenticati”. Ma c’è spazio anche per corsi originali, “come quello per giornalisti e comunicatori, che spesso usano un linguaggio di contrapposizione”.

Intense testimonianze. Sono le vittime, molto spesso, a guidare questi processi di guarigione personale e sociale, dei piccoli grandi miracoli che si realizzano, pur in un contesto così difficile. Leyla Doris Parra Arboleda è al convegno assieme al suo bambino, costretto a camminare con una protesi dopo che una mina antiuomo gli ha maciullato una gamba, quando aveva tre anni: “L’altro figlio è morto, durante uno scontro tra Eln e Polizia una bomba è caduta nella nostra casa, era il 2013. Ho perso tutto, ma ora dico che la cosa più importante sono la riconciliazione, la pace, l’amore. Sono riuscita a perdonare e spero solo in un futuro di pace. Lo costruiremo solo a partire da un cuore riconciliato”.
Mattoni di pace e convivenza sono anche quelli posti da Paola Andrea Sinisterra Viafara, operatrice territoriale nei municipi di El Tambo e Caldono, nel Cauca, il dipartimento in cima alla triste classifica delle uccisioni di leader sociali: “Organizziamo corsi che mettono al centro la riconciliazione. Viviamo esperienze significative, mettiamo insieme vari attori sociali, ex combattenti, vittime, leader, operatori pastorali. E’ una bella occasione di dialogo, di ascolto che crea un nuovo tessuto comunitario”. Una foresta che cresce in silenzio, mentre attorno si sente ancora il sordo rumore delle armi.

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