Le armi da fuoco negli Stati Uniti

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Maddalena Maltese

“Nella nostra nazione abbiamo una piaga”. Il vescovo Frank J. Dewane, presidente della Commissione giustizia interna e sviluppo umano della Conferenza episcopale Usa, non usa mezzi termini nel descrivere le vittime e le conseguenze del possesso di armi negli Usa. Anche in questi giorni la California ha pianto i suoi morti: due ragazze di una scuola superiore sono state uccise da un compagno che aveva deciso di festeggiare il compleanno seminando morte tra gli studenti di Santa Clarita. Ha portato un fucile nello zaino e sparato con precisione uccidendo e ferendo altri tre compagni. “Ogni anno 40mila persone muoiono a causa di un’arma da fuoco: due terzi sono suicidi e un terzo sono omicidi”, spiega mons. Dewane all’assemblea dei vescovi, condensando la tragedia della violenza delle armi in numeri, leggi, azioni da intraprendere. In un’intervista al Sir delinea le prospettive legislative e pastorali sostenute dai vescovi e lancia un appello ai politici, alle comunità e ai singoli per fermare questi bollettini di morte.

Quali azioni, come Chiesa americana, si stanno intraprendendo per fermare queste sparatorie di massa?
Devo confessare che a livello federale viviamo un tempo difficile e non ci sono margini per modifiche legislative importanti. Molto, invece, si può fare a livello statale. Abbiamo visto che supportare Stati nel varare leggi sulla messa in sicurezza delle armi in casa ha dato risvolti positivi: in Connecticut, ad esempio, il livello di suicidi per armi da fuoco è calato del 40% e del 15% gli omicidi; mentre in Missouri, dove le leggi sono diventate più permissive, c’è stato un incremento del 25% dei suicidi e del 16,1% degli omicidi. Come vescovi appoggiamo pienamente la Red Flag Law, una norma che consente alla polizia o ad un familiare di chiedere che venga impedito l’acquisto di armi o consentito il sequestro a una persona ritenuta pericolosa per la comunità.

Abbiamo fatto pressioni per la messa al bando dei fucili d’assalto e di quelle riviste che ne autorizzano la vendita senza controlli;

mentre dal 1995 continuiamo a chiedere il bando delle pistole personali, poiché non sono armi necessarie. Vediamo con quanta facilità si trasporti un’arma anche in aereo e senza controllare adeguatamente le licenze e se qualcuno l’ha dimenticata a casa non si blocca il trasporto.

E dal punto di vista pastorale come si sta intervenendo?
Lavoriamo a livello educativo ma come Chiesa, scuole cattoliche e agenzie varie dobbiamo fare di più. Uno dei temi legati al possesso di armi è quello della sicurezza nelle case. Io insisto molto che vengano custodite in luoghi appropriati che non consentano un facile accesso soprattutto ai ragazzi. Non serve che sappiano che ci sia un’arma in casa e dove i genitori la tengano. Purtroppo invece accade che l’accesso è facilitato e quando un ragazzo si sente bullizzato sui social media o soffre di depressione spesso si impadronisce di un arma non custodita e la usa contro di sé o contro altri. E invece con le armi si gioca e io lo vedo in Florida, dove sono vescovo. Soprattutto nel nord vedo genitori orgogliosi di insegnare ai figli come usare un fucile, magari per la caccia, ma poi non insegnano le norme minime di sicurezza e non si pensa alle conseguenze.

Anche i luoghi di culto sono diventati bersagli facili…
Nella mia diocesi durante le messe domenicali, appena la celebrazione inizia chiudiamo tutte le porte per non consentire nessun ingresso esterno. Rimane aperto solo un accesso laterale che è ben sorvegliato.

Come reagiscono i suoi parrocchiani quando parla di questi temi?
So per certo che alcuni di loro non sono contenti e me lo dimostrano non partecipando alla colletta, ma io ho l’obbligo di dire chiaramente che

è falso pensare che la violenza cali perché si possiedono le armi.

So anche che mentre parlo di vigilare sulle armi in casa, di evitare che i bambini ne entrino in contatto, di interrogarsi se è sicuro tenere fucili nel cofano e non nelle apposite custodie, alcuni di loro hanno una pistola nella tasca, nella borsetta o nel cappotto. Molti altri invece dimostrano empatia e le ricerche provano che vogliono una riforma seria sul possesso delle armi e su controlli più universali ed estesi.

La Nra, la lobby delle armi, non sarà dello stesso parere…
Ho ricevuto varie reazioni negative su Twitter dopo il mio discorso ai vescovi sulla violenza delle armi. La Nra sostiene che è sotto minaccia un diritto garantito dalla Costituzione, ma in quell’emendamento non c’è il diritto ad uccidere. Noi supportiamo il diritto alla vita e in questo versante abbiamo raccolto il favore di molti evangelici, propensi magari alla cultura delle armi, ma insieme abbiamo ingaggiato una battaglia sull’eccessiva disponibilità di questi mezzi di morte e di quali tragedie possono provocare dentro una famiglia e una comunità.

Perché i politici non riescono a varare delle leggi bipartisan in questa direzione?
Chi si espone in questo campo da solo incontra una grandissima opposizione, direi che viene bullizzato e non riceve alcun finanziamento per campagne e progetti.

Le lobby creano un’opposizione violenta e ti marchiano come uno contrario ai diritti garantiti dalla Costituzione.

A livello nazionale si è comunque aperto un dibattito sopratutto sui contatti regolari che il presidente ha con la Nra. Ci si chiede le ragioni degli incontri e se questi contatti garantiscano poi una reale indipendenza nelle decisioni a favore del bene comune e della sicurezza delle persone. Io non penso proprio che possedere più armi garantisca il bene comune.

Ci sono altri campi dove intervenire?
Anzitutto le vittime delle sparatorie di massa. E non parlo solamente dei morti, ma di chi è rimasto seriamente ferito e non può più dare un contributo alla società. C’è chi ha riportato danni celebrali, di mobilità e con costi enormi per le famiglie e le comunità: non possiamo dimenticare i feriti. Anche la pena di morte non è un deterrente e su quel campo non dobbiamo smettere di lottare. Ho incontrato la madre di una ragazza assassinata: l’omicida era stato condannato a morte. Dopo che la sentenza era stata eseguita questa donna è venuta da me in lacrime dicendomi che neppure questo le restituiva la figlia e che alla morte si era aggiunta altra sofferenza. L’unica soluzione è il perdono. Non è facile ma è l’unica arma che restituisce la pace.

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